9 giugno 2012 - L’etica vince la paura, Roberto I. Zanini, http://www.avvenire.it/
Non è facile scrivere di etica.
Questo libro mi è costato dieci anni. Oggi si parla tanto di etica nella
politica, etica nel lavoro, etica in economia, ma restano discorsi vuoti, se
non addirittura ambigui. E la gente percepisce lo scarto fra la realtà e parole
che abbiamo ereditato dalla tradizione, come fiducia, onestà, coraggio, lealtà,
amore, perdono, fedeltà». A esprimersi così è Laura Boella, docente di
Filosofia morale all’Università di Milano. Il libro in oggetto, pubblicato per
Raffaello Cortina Editore, si presenta con un titolo particolarmente
impegnativo, Il coraggio dell’etica, sullo sfondo della più classica delle
iconografie etiche: San Giorgio che trafigge il drago.
Insomma, perché l’ennesimo libro
sull’etica?
«Perché al di là del rifiuto per
certi discorsi vuoti e ipocriti, c’è un bisogno molto forte di etica».
Non è, piuttosto, che la gente
non vuole sentirne parlare perché preferisce non essere etica?
«In un certo senso agire
eticamente negli affari, nel lavoro, nella politica significa aggiungere un
supplemento d’anima ad attività che spesso si ritiene debbano rispondere solo a
regole utilitaristiche, da abbellire, semmai, con un pizzico di etica. E poi
c’è l’etica vista come moralismo o come richiamo a valori che tutti credono di
conoscere, ma che in realtà sono messi in pratica solo dai santi e dagli eroi».
E allora come si fa a far
emergere «il bisogno di etica?»
«Smontando l’equivoco nato col
trauma subìto dall’etica in seguito alle catastrofi del ’900. Pensatori come
Vladimir Jankélévitch, Hannah Arendt, Emmanuel Lévinas, hanno affrontato la
grande sfida lanciata all’etica dal totalitarismo e dalla Shoah. Arendt ha
parlato di "desolante paesaggio dell’etica", di "polverizzazione
dei criteri morali". Per l’etica laica quanto successo nel ’900 è un
dramma decisivo. Ecco, il mio libro parte da lì per trarre conclusioni
contrarie alla tesi della disfatta dell’etica. Per dire che è possibile un
vivere etico».
Come si può costruire oggi un
rapporto fra vita ed etica?
«Intanto oggi l’etica non può
essere estraniata dal corpo. Non si può più ragionare come Kant per il quale la
legge del dovere prescinde dalle emozioni. L’etica oggi deve trovare origine
nelle emozioni. Deve nascere dalla vita pur non potendo appiattirsi sulla vita,
perché l’etica implica una rottura, un salto di qualità, che può diventare
morale nel momento in cui interrompiamo le dinamiche legate ai soli bisogni
materiali. Porsi il problema del bene e del male, o della fedeltà, per esempio,
significa interrompere gli automatismi, le abitudini per collocarsi fuori dal
coro. E lo si può fare esercitando la semplice funzione dell’immaginazione».
Che cosa intende per
immaginazione?
«La capacità della mente che ci
permette di mettere in relazione le nostre emozioni. È l’organo della fantasia,
della creatività ed è la funzione fondamentale che ci sintonizza con ciò che è
altro da noi. E questa è la base essenziale dell’etica. L’immaginazione è
fondamentale nell’empatia perché mi consente di aprirmi a ciò che non sono
ancora o a ciò che l’altro non è ancora».
Per fare un esempio: lei scrive
che l’immaginazione è alla base del perdono.
«Perché il perdono nasce dalla
capacità di immaginare per un altro un futuro diverso dal suo presente.
Immaginare è, in questo, energia etica. Forze etiche come il bene, la verità,
la bellezza, la giustizia sono in quanto vanno oltre la mia singolarità. Hanno
una qualità che mi trascende. L’immaginazione consente di sintonizzarci con
questi momenti ideali trascendenti. Questo è il movimento dell’etica,
attraverso lo strumento dell’immaginazione».
Forse serve un altro esempio.
«È un po’ come aprire la finestra
e affacciarsi. È un esercizio di immaginazione: sporgermi fuori dal mio privato
e aprirmi a ciò che è altro. Questa è la base dell’etica».
Tornando al perdono. Viene in
mente Cristo sulla croce: «...perdona loro perché non sanno quello che fanno».
«Ne chiede il perdono perché
altrimenti resterebbero schiacciati da una colpa così grave. Vede nel loro
futuro il meglio che potrebbero essere e non sono. Così facendo dona
un’opportunità di riscatto. Ed è l’anticipazione di ciò che potremmo essere che
ci fa vivere nella fiducia dell’altro. Questa si chiama etica della vita».
Una scommessa sul bene che può
accadere.
«È fiducia, è coraggio. Perché ci
vuole coraggio per dire la verità in prospettiva del bene futuro che ne può
scaturire. Questo è il movimento dell’etica che nasce dalla vita. È un
movimento contrario a tutto ciò che ci dice di adeguarci alle idee degli altri.
È un riaprire i giochi della vita nel segno della fiducia».
Ma quella finestra, oggi si apre
sempre di meno.
«Perché domina la paura. E, per
citare Fassbinder, <+corsivo>«La paura mangia l’anima<+tondo>. Per
questo, diceva Edith Stein, bisogna aprire gli occhi, spalancarli sulla vita.
Stare chiusi in casa ci limita, ci uccide. Aprire la finestra diventa un necessario
gesto liberatorio».
Basta accendere la tv per essere
travolti da millenarismi e visioni pessimistiche del futuro.
«Penso che questo eccesso di
pessimismo, a partire dalla questione economica, sia un grave errore. Non è
etico. La paura è un grande contenitore ed è strumentalizzabile in molti modi.
La posizione dell’uomo etico è quella rilanciata da Giovanni Paolo II col suo
"non abbiate paura"».
Il Papa si rivolgeva soprattutto
ai giovani.
«Perché sono i giovani che hanno
più bisogno di essere aiutati a capire che, affrontata con coraggio, la vita è
degna di essere vissuta».
Come si fa a insegnare ex novo la
distinzione fra bene e male?
«La perdita della distinzione fra
bene e male deriva dalla disabitudine a interrogarsi su quello che si fa. Oggi
tutto è fungibile, ma per crescere è decisivo tornare a dire nelle cose di ogni
giorno: questo va bene, quest’altro no. Oggi si preferisce omologarsi,
appiattirsi sul luogo comune. Etica, invece, è mettersi in gioco in prima
persona, assumersi la responsabilità».
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