DROSOPHILA MELANOGASTER UN PICCOLO INSETTO CHE SI È RIVELATO UN MODELLO
IDEALE PER LA RICERCA RICONOSCIMENTO AI PRIMI LAVORI SCIENTIFICI SUL DNA ANDÒ
IL NOBEL PER LA MEDICINA - Il moscerino della frutta Un «gigante» della
genetica - Proseguendo sulla via aperta da Mendel e riproducendo di continuo la
Drosophila, si scoprì che i cromosomi sono i portatori dei geni - Caprara
Giovanni, 10 giugno 2012 - Corriere della Sera, http://archiviostorico.corriere.it
C harles W. Woodworth amava
costruire telescopi amatoriali per scrutare astri lontani, ma quando entrava in
laboratorio all' Università di California, a Berkeley, il suo occhio era
attratto dalle venature sulle ali degli insetti. Le cercava anche nei più
piccoli, tanto piccoli da richiedere un microscopio per essere visti. E
raccontò poi le sue scoperte nel libro: "Le vene nelle ali degli insetti"
(1906). Woodworth era arrivato sulla costa californiana fuggendo dall'
Arkansas, dove aveva iniziato ad insegnare, perché soffriva di attacchi di
malaria. A Berkeley costruì la sua fama di entomologo, indagando natura e
comportamenti di vari insetti: da quelli degli agrumi alle cavallette,
studiando pure le armi per combatterli. Al punto da proporre e scrivere la
prima legge sull' impiego degli insetticidi. Tuttavia il suo merito
"storico" è legato soprattutto all' aver posto per primo l'
attenzione sulla Drosofila, allevandola. Ma, fatto più importante, durante un
soggiorno all' Università di Harvard, fu lui a suggerire al genetista William
E. Castle di utilizzare l' insetto, perché sarebbe stato il più adatto per
ricerche di genetica. Così accadde e la Drosophila melanogaster divenne da
allora un perenne cavallo di battaglia dei genetisti, aprendo prospettive
neanche immaginate, soprattutto grazie a Thomas Hunt Morgan, un altro
scienziato statunitense. Morgan nacque nel Kentucky da genitori ungheresi e
dopo aver peregrinato fra vari laboratori, tra cui quello famoso per la
biologia marina di Woods Hole, approdò all' insegnamento nelle aule della
Columbia University a New York. È qui che dal 1909, attratto dai lavori di
Woodworth e Castle, mise sotto le sue lenti il moscerino della frutta
affrontando studi sull' ereditarietà. Stava cercando un modo economico e
semplice per incrementare le indagini e il ricorso alla Drosophila soddisfaceva
immediatamente le necessità a lungo inseguite. I risultati furono insperati e,
grazie al minuscolo insetto, Morgan riuscì persino a sfidare le concezioni del
monaco ceco Gregor Mendel e le leggi con le quali era diventato il maestro
dell' ereditarietà. E proprio nell' approfondimento del pensiero del maestro,
l' entomologo americano costruì la sua grandezza. Infatti portando avanti le
ricerche condotte da Mendel nella serra del convento di Brno, riproducendo di
continuo la Drosophila, Morgan scoprì che i cromosomi sono i portatori dei geni
e dimostrò così la validità delle idee del maestro criticato. Il laboratorio di
Morgan alla Columbia era angusto e poca luce filtrava dalle finestre. Eppure
dal minuscolo e silenzioso luogo, battezzato la "stanza delle
mosche", uscì una capitolo fondamentale della genetica. Nella penombra
Morgan era riuscito a localizzare i geni nei cromosomi mettendo in evidenza il
loro ordinamento lineare e dimostrava, in particolare, la capacità di produrre
mutazioni, ponendo così le basi della teoria cromosomica dell' ereditarietà.
Milioni di insetti passavano nelle sue mani, producendo altre scoperte. Eppoi
dal moscerino passava alle rane con altrettanta passione occupandosi di
embriologia e stabilendo, contrariamente a quanto si credeva fino ad allora,
che la forza di gravità non influiva sullo sviluppo delle uova. Le ricerche
sulla rigenerazione coinvolgevano Morgan seriamente soprattutto negli ultimi
anni della vita dopo il trasferimento al California Institute of Technology di
Pasadena. Però la genetica rimaneva il suo primo e più grande amore scientifico
e fu proprio grazie ai grandi risultati ottenuti con la docile Drosophila che
nel 1933 gli veniva assegnato il premio Nobel per la medicina; un
riconoscimento idealmente condiviso con il moscerino della frutta ormai
diventato anch' esso famoso e sempre sul tavolo dei laboratori. Ma perché? Il
70 per cento del suo Dna è come quello dell' uomo e quindi buona parte delle
nostre malattie genetiche si possono esplorare sulla Drosophila. Inoltre il 50
per cento delle proteine dell' illustre moscerino hanno analogia nei mammiferi.
Per queste ragioni è il modello genetico per indagare numerose malattie: dal
morbo di Parkinson all' Alzheimer. Ma non solo. Gli studi possibili spaziano
dal sistema immunitario al diabete, dall' invecchiamento fino al cancro. Ed ora
è l' organismo ideale anche per individuare le conseguenze nella diffusione
delle nanotecnologie. «Ancora non si conosce il potenziale pericolo che l'
impiego di sostanze su scala così piccola può provocare sulla salute dell' uomo
e sull' ambiente», spiega Roberto Cingolani, direttore scientifico dell'
Istituto Italiano di Tecnologia (IIT). E cco perché nei laboratori genovesi è
entrata la Drosophila melanogaster, di nuovo protagonista in una ricerca di
frontiera. «L' abbiamo alimentata con dosi precise di particelle d' oro,
controllando che cosa accadeva di generazione in generazione - dice il
direttore -. Sappiamo che la biocompatibilità di una sostanza dipende dalle
quantità e così siamo andati alla ricerca di tracce del metallo nelle ovaie e
nell' intestino. Abbiamo nutrito mamma e papà con l' oro e i figli con cibo
normale. Alla fine abbiamo constatato che dopo un certo numero di moscerini
normali nasceva un mutante. Esiste dunque un danno biologico». Tutti gli
esperimenti hanno portato a due tipi di evidenze: «La prima - aggiunge Roberto
Cingolani - è che in base alla trasformazione subìta, le particelle possono non
essere tossiche. Se le particelle sono ricoperte da certi tipi di polimeri,
poi, la tossicità scompare. E questo ci fa interrogare su quanto duri in realtà
la protezione di un polimero per garantire la sicurezza del metallo. La
risposta arriverà solo dopo un attento monitoraggio sperimentale». O ra l'
Istituto Italiano di tecnologia è coinvolto nel progetto europeo
"ITS-Nano", proprio per raccogliere dati necessari alla valutazione
dei rischi per vari nano-materiali presenti in tanti prodotti: dai cosmetici ai
dentifrici, con l' obiettivo di arrivare alla formulazione di linee guida
indispensabili ad una produzione sicura. I risultati della ricerca dell'
Istituto Italiano di Tecnologia sul mutante geneticamente modificato sono stati
rifiutati dalla rivista scientifica Nature, soprattutto per i timori che poteva
innescare. Ma lo studio è stato poi pubblicato sulla rivista Nanomedicine,
conquistando addirittura la copertina: un' altra vittoria del moscerino della
frutta.
Studioso energico e
spiritoso Thomas Morgan Il potenziale rischio nascosto nelle nanotecnologie è
una delle sei direzioni su cui si sviluppa la Nanotechnology Initiative varata
negli Stati Uniti. La crescita della nuova frontiera può essere garantita
soltanto dalla sicurezza delle sue applicazioni. La strategia del piano
americano riguarda dagli impianti di ricerca, all' esposizione dell' uomo, dall'
impatto sulla salute e l' ambiente alla modellizzazione informatica dei
processi. E per ciascuna ricerca, secondo le linee dettate dal governo federale
si devono valutare le possibili implicazioni etiche, legali e sociali. (Nella
foto, la copertina delle rivista che riporta lo studio sulla Drosophila
condotto all' Istituto Italiano di Tecnologia di Genova). Anche se alla
Columbia University lavorava nella penombra della «stanza delle mosche» Thomas
Morgan (1866-1945) non era per niente ombroso di carattere. Anzi. Era energico
nella guida tanto da essere battezzato «il boss», ma dopo aver programmato il
lavoro lasciava ai suoi «ragazzi», gli studenti, la prosecuzione dell' opera
per abituarli a ricercare e a pianificare. Il tutto condito dal suo senso dell'
umorismo e da un' inclinazione da buontempone; insomma l' ideale di un maestro
da cui imparare tante cose, divertendosi. Morgan però era allergico alle nuove
tecnologie: ad esempio non amava il microscopio binoculare e si opponeva alle
innovazioni che i suoi collaboratori portavano in laboratorio. Scriveva i suoi
dati delle osservazioni sul retro di vecchie buste o pezzetti di carta
improvvisati. Spesso gli stessi sui quali, sbrigativamente, schiacciava le
mosche dopo averle scrutate sotto la lente. A lui interessavano i risultati e volò al Nobel.
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