Avvenire.it, Cronaca - 11 ottobre 2011 – INTERVENTO - Tragedia
dell'abbandono - Nessuno si è fatto prossimo di Francesco Belletti, Forum
famiglie
Sono certo che una delle notizie
"politiche" più importante di domenica non è il discorso di Alfano a
Saint Vincent, né la replica di Franceschini: la notizia più importante - e
drammatica - è la disperazione di un padre che in un paese della Toscana (ma
poteva succedere dappertutto, in Italia), dopo l’ennesima crisi notturna del
proprio figlio disabile, di 39 anni, lo uccide, e poi sveglia la moglie, chiama
i carabinieri e si consegna alla giustizia. È un dramma della solitudine,
dell’isolamento, dell’abbandono, in una situazione ormai sotto i riflettori da
molto tempo, nel nostro Paese, quella del "dopo di noi", sui cui sono
stati scritti ormai molti libri, fatti molti convegni, spesi molti soldi:
eppure rimane una situazione per cui molti genitori di un figlio disabile
adulto, cui hanno dedicato tutta una vita di cure, di isolamento, di notti
insonni, di ricerche affannose e senza esito di aiuto dall’esterno, quando
diventano anziani si trovano a pensare: «Speriamo che mio figlio muoia un
attimo prima che muoia io; altrimenti chi se ne occuperà con lo stesso nostro
amore?». Ma dov’eravamo tutti noi, mentre questi genitori lottavano,
piangevano, curavano, e infine perdevano
ogni speranza, fino al gesto così tragico di togliere la vita ad un figlio a cui
avevano dedicato quarant’anni della propria? Perché, dopo quarant’anni, questi
genitori non sperano niente dalla società? È una domanda che riguarda ciascuno
di noi, nei nostri ruoli: la politica in
primis, che fa fatica a sostenere queste famiglie, ma
anche il mondo delle famiglie, la comunità ecclesiale, l’associazionismo,
l’intera società. Il vero scandalo è proprio che questa famiglia non si
aspettava niente dalla società, e nessuno è stato capace di farsi prossimo al
loro dolore, alla loro fatica, alla loro disperazione. Il giudizio sul gesto di
un padre disperato è rimesso alla misericordia di Dio Padre, certamente più
grande del nostro piccolo cuore; ma impedire quella disperazione, diventando
capaci di farsi prossimo a quella famiglia, con le mille modalità possibili
alla politica, ai servizi sociali e sanitari, alla comunità ecclesiale e
parrocchiale, al volontariato, ad ogni famiglia, perché «mai più nessuno si
senta solo» davanti alla disabilità e alla cura dei propri cari fragili, è un
compito e una responsabilità di cui dovremo rendere conto in prima persona.
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