Così l'Onu diffonde l'Aids in Africa di Riccardo Cascioli, 12-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it
Uno studio condotto in Africa e
pubblicato sulla rivista scientifica britannica The Lancet mostra che l’uso di
contraccettivi ormonali – soprattutto quelli iniettabili – può raddoppiare il
rischio di contrarre il virus Hiv. Questa la notizia rilanciata alcuni giorni
fa dalle agenzie, ma che poco spazio ha ottenuto su giornali e tv. E
sembrerebbe strano, visto che periodicamente esplodono polemiche sul divieto
della Chiesa all'uso del preservativo, per le presunte conseguenze che avrebbe
sulla diffusione dell’Aids. Con la differenza che se quelle sul preservativo
sono accuse ideologiche e smentite dai fatti, diverso è il caso della ricerca
appena pubblicata: si tratta di uno studio su 3.790 coppie eterosessuali, in
cui un solo partner è infetto da Hiv; le coppie scelte provengono da sette
paesi africani ad alta densità di infezioni Hiv: Botswana, Kenya, Ruanda,
Sudafrica, Tanzania, Uganda e Zimbabwe. Le donne che usano contraccettivi
ormonali – pillole e iniettabili – registrano il doppio delle probabilità di
rimanere infette, ma quasi il totale delle infezioni è dovuto ai contraccettivi
iniettabili. Dato confermato dal fatto che tra le donne che erano sieropositive
all’inizio dello studio, quelle che usavano contraccettivi iniettabili hanno
trasmesso il virus al loro partner maschile in numero doppio rispetto alle
altre.
Sembra dunque strano che la
notizia non abbia guadagnato le prime pagine dei giornali, come avrebbe
meritato se la salute degli africani – e non solo – fosse davvero al cuore
dell’interesse di giornalisti, politici ed esperti vari. Anche perché parliamo
di numeri ben rilevanti: nel mondo ci sono 140 milioni di donne che usano
contraccettivi ormonali, e dei 16 milioni di donne che nell’Africa subsahariana
hanno contratto il virus Hiv una larga parte fa uso degli stessi
contraccettivi. La scoperta, se confermata, significa dunque che ci sono
svariati milioni di persone nei paesi poveri che hanno contratto l’Aids a causa
della diffusione di questi contraccettivi.
Ed è qui che viene la parte più
interessante - ma sarebbe meglio dire tragica - della questione. Perché la
diffusione di questi contraccettivi non nasce dalla “libera” decisione delle
donne per quanto male informate, ma dall’imposizione delle organizzazioni
internazionali che a partire dagli anni ’60 e ’70 hanno promosso e finanziato
durissime campagne di controllo delle nascite nei paesi in via di sviluppo.
Parliamo in particolare del Fondo Onu per la Popolazione (UNFPA), l’Agenzia
governativa americana per gli aiuti allo sviluppo (USAID), e organizzazioni non
governative come l’International Planned Parenthood Federation (IPPF) e il
Population Council.
E infatti il nome commerciale del
contraccettivo iniettabile ora sotto accusa è Depo Provera, un nome che è
sinonimo di uno scandalo internazionale che continua purtroppo a perpetuarsi
nel silenzio generale.
Il Depo Provera è una iniezione
intramuscolare di progesterone che inibisce l’ovulazione per tre mesi. Basta
quindi una iniezione ogni tre mesi per prevenire le gravidanze, con una
affidabilità del 98%. Da subito è stata adottata dal potente movimento per il
controllo della popolazione, che dagli anni ’50 finanziava ricerche su contraccettivi
iniettabili o impiantabili. La difficoltà maggiore nel realizzare un efficace
controllo delle nascite nei Paesi del Terzo Mondo è infatti apparsa fin da
subito la volontà e la capacità delle donne e delle coppie di mantenere nel
tempo l’impegno all’uso dei contraccettivi. Profilattici e pillole sono infatti
affidati completamente ai singoli, che quindi possono decidere di non usarli o
semplicemente possono dimenticarselo. L’iniezione e l’impianto sottocutaneo
permettono di aggirare questo ostacolo, semplificando la procedura e affidando al medico il controllo della
fertilità. Un secondo importante vantaggio del Depo Provera – ovviamente dal
punto di vista delle agenzie internazionali – stava nella maggiore
accettabilità da parte delle popolazioni del Terzo mondo. In molte regioni
povere, infatti, esiste quella che è stata definita una “mistica
dell’iniezione”, vale a dire l’iniezione è associata con la medicina moderna,
efficace e sicura.
Fin dall’origine dunque, nella
sua concezione, il contraccettivo iniettabile è associato a coercizione e
violenza. Non stupisce quindi che il Depo Provera sia stato testato e
commercializzato (dalla casa farmaceutica americana Upjohn, oggi Pfizer) pur
sapendo che aveva gravi effetti collaterali. Non solo, una ricerca presentata
nel marzo 2010 dal professor Thomas W. Volscho della City University di New
York, dimostra che la sostanza è stata testata per anni su migliaia di donne di
colore, usate come cavie sia negli Stati Uniti sia in Africa, inconsapevoli di
cosa stessero assumendo. Non solo nei test, anche nell’uso emerge il carattere
“razzista” del Depo Provera: ancora la ricerca del professor Volscho, svolta
sull’uso negli Stati Uniti, dimostra come sia in modo sproporzionato diffuso
tra le donne afro-americane e indo-americane.
Ancora: proprio a causa dei gravi
effetti collaterali - emorragie vaginali, aumento di peso, potenziale rischi di
cancro al collo dell’utero – per oltre 30 anni (i test sono iniziati nel 1967)
la Upjohn si è vista rifiutare l’approvazione dalla Federal and Drug
Administration (FDA), l’agenzia federale americana per i farmaci, arrivata nel
1992 anche per le forti pressioni politiche. La legge prevede che un farmaco
che non riceve l’approvazione della FDA non possa – da compagnie americane –
essere distribuito all’estero, ma la Upjohn aggirò il divieto producendo il
Depo Provera in Belgio e Canada, dove invece il farmaco era stato registrato e
approvato come contraccettivo. E prima ancora che fosse approvato negli Stati
Uniti, il Depo Provera era già stato distribuito nei Paesi poveri, soprattutto
in Africa, in diverse milioni di dosi.
Dal 1994 al 2000 poi, gli anni
dell’amministrazione Clinton, USAID ha distribuito nel Terzo Mondo qualcosa
come 42 milioni di dosi, per un costo complessivo di oltre 40 milioni di
dollari. E negli stessi anni, l’UNFPA ha fatto ancora peggio distribuendo –
sempre nei Paesi poveri - 20 milioni di dosi l’anno.
I problemi provocati dal Depo
Provera sono tali che ci sono diverse organizzazioni femministe che hanno
lanciato campagne per fermarne la diffusione. Ma invano, troppo forti i poteri
che la vogliono. Basti pensare che la ricerca ora pubblicata dal Lancet è già
stata preceduta da diversi studi che lanciavano un analogo allarme. Già nel
1996, ad esempio, uno studio condotto dall’Aaron Diamond AIDS Research Center
di New York sulle scimmie aveva messo in evidenza come il progesterone
aumentasse il tasso di infezioni da Hiv, dovuto all’effetto riducente che ha
sui tessuti vaginali rendendoli quindi più soggetti ad abrasioni e infezioni
durante i rapporti sessuali. Nel 2004 un altro importante studio del National
Institute of Child Health and Human Development, finanziato da USAID, rivela
che le donne che usano il Depo Provera aumentano di 3 volte il rischio di
malattie sessualmente trasmissibili, come gonorrea e clamidia. Ovvia la
connessione con l'infezione da Hiv, ma ciò non basta a cambiare la politica di
USAID, malgrado la ferma protesta di diverse organizzazioni femministe.
Non solo, nel luglio 2005 interviene
sull’argomento anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità che, in un
comunicato congiunto con un consorzio di agenzie dell’Onu che comprende UNFPA,
UNDP (Programma per lo Sviluppo) e Banca Mondiale, giudica non rilevanti le
conclusioni della ricerca del 2004 e quindi non ritiene necessaria alcuna
restrizione nell’uso del Depo Provera.
Questi precedenti e il
sostanziale silenzio che ha accolto la nuova ricerca pubblicata dal Lancet
lasciano prevedere che nulla si muoverà anche ora per porre fine a questo
scandalo. E il Depo Provera continuerà a provocare la diffusione dell’Aids e la
morte di milioni di poveri in Africa, per mano degli stessi che poi hanno il
coraggio di puntare il dito contro il Papa e la Chiesa sulla questione dei
profilattici.
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