La “Sindrome post aborto” è presente anche nei bimbi sopravvissuti, di
Stefano Bruni pediatra, 12 ottobre, 2011, http://www.uccronline.it/
Si parla e si scrive con una
certa frequenza delle sofferenze e delle problematiche di salute fisiche e
mentali delle donne che decidono di abortire. Anche su questo sito sono stati
segnalati studi scientifici (ed anche io personalmente ho segnalato parecchi
link su questo argomento) che sottolineano come l’interruzione volontaria di
gravidanza possa avere in molti casi conseguenze devastanti per chi la vive
sulla propria pelle.
Un po’ meno si parla della
sofferenza del feto che viene abortito benché siano disponibili alcuni studi
scientifici sulla sensibilità dolorifica del feto nell’ambiente uterino. Si
tende invece ad oscurare le problematiche e le sofferenze dei bambini
sopravvissuti ad un intervento abortivo, mentre praticamente mai si affronta il
problema della sofferenza psicologica cui vanno incontro i bambini
sopravvissuti all’aborto di un fratellino, o sopravvissuti, a seguito di una
pratica di fecondazione assistita, alla soppressione di un certo numero di
embrioni “soprannumerari” e non desiderati.
Si tratta di quella che gli
autori definiscono “PASS”: Post Abortion Survivors Syndrome. Una sindrome,
appunto, cioè una serie di segni e di sintomi ben codificati. In una sua
lettera all’Editore (una forma di comunicazione scientifica che un autore fa
agli addetti ai lavori utilizzando una rivista scientifica peer reviewed) del
Southern Medical Journal di qualche anno fa (2006), il Dr Philip Ney psicologo
e psichiatra del Department of Family Practice, Faculty of Medicine, University
of British Columbia, Victoria, British Columbia (Canada) descrive segni e
sintomi della PASS, una sindrome simile, ma non sovrapponibile in tutto e per
tutto, a quella cui vanno soggetti i sopravvissuti ad altre catastrofi (campi
di concentramento, disastri aerei, guerre, attentati terroristici, …).
Sullo stesso argomento il Dr Ney
aveva pubblicato in precedenza un altro lavoro sul Child Psychiatry and Human
Development (1983), intitolato: “A
consideration of abortion survivors” (è solo un estratto ma il lavoro intero è
acquistabile online per chi fosse interessato a leggerlo). In sintesi, gli
studi effettuati dal Dr Ney lo hanno portato a concludere che i bambini che
realizzano che i propri genitori hanno precedentemente (o successivamente alla
loro nascita) abortito un fratellino sono ad alto rischio di sviluppare
disturbi dello sviluppo o patologie psichiatriche (depressione, psicosi,
aggressività, suicidio, insofferenza nei confronti dell’autorità, …).
Alla determinazione di questi
disturbi concorrono diversi elementi. Tra gli altri:
1. la paura del bambino nei
confronti di genitori che si sono dimostrati capaci di sopprimere la vita di un
essere umano di cui invece avrebbero dovuto curarsi; il bambino si sente a
rischio di essere rifiutato da un momento all’altro come il fratellino abortito
e vive nella paura e nell’incertezza di essere non amato;
2. il senso di colpa (“perché
sono in vita io e non gli altri?”) che si genera nel bimbo sopravvissuto come
se la scelta di sopprimere il fratellino e mettere al mondo lui fosse in
qualche modo legata a lui stesso;
3. una sensazione di onnipotenza
o di megalomania nel bambino sopravvissuto che si sente più forte degli altri,
più forte della morte stessa, indistruttibile dal momento che è sopravvissuto;
4. l’atteggiamento di sovra-protezione,
per i sensi di colpa dei genitori, di cui il bambino viene fatto oggetto;
5. le attese impossibili che il
genitore ha sul bambino quando questo è vissuto come «figlio-sostituto» del
figlio abortito;
6. un disturbo dell’attaccamento
con entrambi i genitori che può portare anche all’abuso o all’abbandono nei
confronti del figlio “sopravvissuto”.
Questi sentimenti contrastanti di
colpa e di onnipotenza, di abbandono e di iperprotezione talora coesistono
paradossalmente e si accompagnano ad un’esposizione al rischio di
autolesionismo (il bambino, poi ragazzo e infine adulto si mette in situazioni
di pericolo) o di sviluppare malattie psicosomatiche o psichiatriche. In
un’altra lettera all’editore, questa volta del Canadian Journal of Psychiatry (1993;
38(8): 577-578), il Dr Philip Ney spiega anche che sebbene ci sarebbe tanto da
studiare e da capire relativamente a quanto accade nelle donne che abortiscono
o nei bambini sopravvissuti a questa scelta, questi argomenti sono considerati
taboo dalla stessa comunità scientifica ed è molto difficile (se non
addirittura deliberatamente scoraggiato) per un ricercatore compiere indagini
scientifiche su questi temi.
Si dirà che il Dr Ney è persona
evidentemente credente e contraria all’aborto e che dunque nelle sue ricerche
c’è un bias, un “pre-concetto”.
Tuttavia, se quanto affermato dal Dr Ney è vero (ed io credo che lo sia
anche perché le evidenze in questo senso sono tante) allora forse il
pre-concetto non toglie obiettività ai credenti contrari all’aborto ma
piuttosto la toglie a coloro che sono favorevoli a questa pratica.
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