Vita e politica in Hannah Arendt - Dal qualcosa al qualcuno - di
Adriano Pessina, 5 ottobre 2011, http://www.osservatoreromano.va
Pubblichiamo quasi integralmente
l’introduzione del libro di Alessandra Papa Nati per incominciare. Vita e
politica in Hannah Arendt (Milano Vita e Pensiero, 2011, pagine 218, euro 19).
Dopo la stagione della
Lebensphilosophie, che ha segnato l’inizio del Novecento, il tema della vita è
tornato, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, al centro della
riflessione filosofica secondo una duplice angolatura, quella della biopolitica
e quella della bioetica. Queste due prospettive hanno origine e storia
differenti. Come è noto, è soprattutto grazie all’opera di Michel Foucault che
il termine biopolitica è entrato nel lessico filosofico, ed è stata
un’irruzione polemica, tesa a mostrare in che modo il potere politico si è
impossessato della sfera della vita e ne ha determinato una rilettura adatta
all’esercizio del dominio e del controllo. La bioetica, invece, è sorta, in
primo luogo, dentro il lessico delle scienze della vita e della medicina che,
con l’intento di coniugare un difficile rapporto tra lo sviluppo delle
biotecnologie e la definizione dei confini della legittimità morale degli
interventi sui viventi, ha ridestato il pensiero filosofico a una nuova
responsabilità.
Con il trascorrere degli anni, di
fatto, si è saldato un insolito legame tra biopolitica e bioetica attraverso
una nuova centralità della figura del diritto, espressa in ciò che oggi si
chiama biodiritto. I temi della procreazione umana, che con l’avvento delle
biotecnologie avevano suscitato seri interrogativi sia sul versante antropologico
sia su quello etico, sono stati così ridotti a casi da trattare all’interno di
procedure, pensate secondo modelli teorici liberali improntati ad una esplicita
neutralità assiologica. In questi passaggi teorici e pratici, la centralità
dell’indagine filosofica sta rischiando una marginalizzazione: non soltanto,
come la nottola di Minerva, giunge a cose già fatte, ma rischia di ripetere il
già detto o di inseguire il già fatto per lamentarsene o benedirlo.
Da questo punto di vista,
l’interessante e accurato studio che Alessandra Papa ha dedicato all’opera di
Hannah Arendt costituisce un’importante occasione per riaprire spazi di
riflessione. Infatti, come sottolinea Papa, Arendt è riuscita a rimettere in
gioco l’originaria capacità di stupirsi, che è condizione stessa del
filosofare, di fronte al miracolo della nascita, facendo riscoprire nessi
impensati tra l’origine dell’uomo e la sua capacità di costruire uno spazio
pubblico attraverso azione e discorso. Nell’epoca in cui le scienze naturali
sono in grado di definire le componenti biochimiche dell’uomo, di programmarne
la nascita, di ipotizzarne un miglioramento e di selezionarne i caratteri, la
domanda, «ingenua» (come sembra «ingenuo» il domandare socratico che spesso
Arendt utilizza come prototipo dell’interrogazione filosofica) sul «chi sei?»,
rivolta a ogni nuovo venuto al mondo, apre lo spazio per una più profonda
considerazione dell’evento della nascita.
Il fatto che si possa sapere «che
cosa» sia l’uomo non esaurisce, infatti, questo originario interrogativo perché
è proprio da questo essere «qualcosa» di determinato biologicamente che emerge
quella soggettività in grado di interrogarsi e di interrogare coloro che lo
hanno generato. Per quanto si possa definire l’uomo, resta infatti sempre aperta
la domanda sulla soggettività umana che ognuno può rivolgere a sé e a chi
incontra. Merito di Arendt, come dimostra questo denso e articolato studio di
Papa, è aver compreso che soltanto lasciando aperta la domanda sulla
soggettività, sul suo carattere di imprevedibilità e di irriducibilità ad ogni
forma di pre-comprensione biologica, e persino filosofica, che diventa
possibile arginare ogni forma di totalitarismo e ripensare le categorie della
politica. Da questo punto di vista risultano particolarmente efficaci le
annotazioni che Papa svolge sul modo con cui Arendt tratta il tema della
persona e dell’identità, anche in riferimento al suo modo «non canonico» di
collocarsi all’interno del cosiddetto pensiero femminile.
La lettura e l’interpretazione
dell’opera di Arendt, che ci propone Papa, suggerisce, per così dire, una sorta
di cambiamento gestaltico rispetto ai modelli consueti con cui si è posto a
tema il nesso antropologia e politica. Così, a differenza di quanto propone
Foucault, per la Arendt non si tratta di sottrarre la nascita e la vita dalle
interferenze della politica, ma, al contrario, di garantire la vita garantendo
la politica. Infatti, soltanto accogliendo e tutelando la nascita, la politica
può sottrarsi alla tentazione del totalitarismo e ritrovare proprio
nell’imprevedibilità del nuovo che viene al mondo il significato delle
relazioni pubbliche che si instaurano attraverso l’azione e il discorso. A ben
vedere, infatti, sia il totalitarismo che ha preteso di gestire la vita secondo
una progettualità autoritaria, sia il liberalismo che ha rigettato l’evento
della nascita nell’oscurità di una vita privata (priva di quel discorso e di
quell’azione in grado di riconoscere i neòi) si sono rivelati incapaci di
salvaguardare ogni nascita e di cogliere quella che potremmo definire la
normatività della categoria antropologica di figlio.
La possibilità stessa che non
avvenga un decadimento della politica e una relativizzazione radicale
dell’ethos passa attraverso quel continuo rinnovamento che trova la sua fonte
nell’esperienza originaria della nascita. E non è senza ragione che Hans Jonas,
come ci ricorda Papa, ha potuto rileggere il tema della responsabilità umana e
riproporre il nesso tra essere e dover essere passando proprio attraverso la
categoria arendtiana di natality, trasformazione filosofica di un concetto, di
uso socio-statistico, con cui la Arendt ha attuato da subito un radicale
capovolgimento prospettico rispetto a quell’essere-per-la-morte professato
dall’amato maestro Heidegger. E a questo proposito si potrebbe qui ricordare
l’interessante confronto che Papa istituisce tra il tema della nascita
affrontato dalla pièce teatrale di J. Paul Sartre, Bariona, e alcune pagine
della Arendt. Anche lo scritto di Sartre è particolarmente efficace nel suo
coniugare il nesso tra politica, nascita e salvezza, tra l’attesa del nuovo e
l’oppressione politica che preme affinché la rinuncia alla maternità e alla
paternità ne confermi il potere.
Ciò che spezza ogni potere
autoritario sulle storie degli uomini, ogni potere persuasivo della
disperazione rinunciataria, è la capacità di quell’azione che genera i figli, i
neòi, coloro che si presentano come stranieri in un mondo già fatto: la
capacità di accoglierli e di riconoscere che sono nati per incominciare nuove
relazioni è anche la capacità della politica di pensarsi e di costruirsi,
confrontandosi con le categorie dell’amicizia e dell’inimicizia. Questo breve
cenno a un tema affrontato con più adeguate sfumature teoriche in questo
interessante libro, ci permette di segnalare il modo originale con cui Papa ha
saputo far emergere non soltanto dai testi, ma anche dalle note, dalle fugaci
citazioni della Arendt, quegli interlocutori dell’opera arendtiana che sono in
grado di restituirci l’ordito di un pensiero molto articolato. Ed è merito di
Papa di aver dimostrato come la categoria della natalità, che, come lei stessa
annota, negli scritti della Arendt è «discontinuo, il più delle volte
semplicemente rintracciabile in frammenti, oppure affidato a delle immagini
evangeliche o letterarie che hanno quasi la funzione di un apologo o di una
chiosa all’interno di un testo», sia al tempo stesso un elemento strutturale e
fondamentale del suo pensiero e un importante strumento concettuale per
rileggere alcuni temi del dibattito bioetico contemporaneo.
Come ben dimostra Papa,
l’investimento teoretico attuato dalla Arendt sul concetto di natality è anche
dettato dal fatto che non si tratta di una categoria di matrice classica e come
tale può servire per disinnescare una serie di precomprensioni ereditate dal
modello greco legate all’idea dell’uomo come naturalmente politico. E in
effetti la riflessione sull’uomo proposta da Arendt trascende immediatamente
l’eredità greca quando, ricorrendo al racconto biblico della creazione,
sottolinea l’originaria polarità maschio e femmina come costitutivi dell’umano,
o quando, attraverso le pagine di Agostino, coglie nell’imprevedibile
soggettività di chi nasce la fonte dell’azione libera che andrà a costituire,
attraverso il discorso, lo spazio delle relazioni umane proprie della polis. Ed
è ancora usando fonti ebraiche e cristiane che Arendt penserà alla promessa e
al perdono come a quelle azioni umane che permettono di sottrarre la libertà
all’incertezza del puro arbitrio e al peso dell’irreversibilità del passato.
Un’assunzione delle metafore, dei racconti, delle immagini bibliche che, come
afferma Papa, funge da correzione del pensiero greco, senza che questo comporti
però una condivisione religiosa o metafisica di quanto la tradizione ebraica e
cristiana le consegna per pensare la condizione umana.
Il nostro tempo, che sotto altri
aspetti rimanda a quell’immagine dei «tempi bui» a cui ricorre spesso Arendt
quando riflette sul tema del male che ha percorso il Novecento, così ansioso di
trovare motivi di speranza e di novità, rischia di non saper vedere quale ne
sia la condizione quando, con sciatteria teoretica e sufficienza medica, riduce
la natality a evento biologico che si inscriverebbe in quel ciclo della vita
dove tutto è uguale nel suo dissolversi nella morte. L’ontologia della nascita,
e la fenomenologia del puer, forniscono argomenti che fungono da antidoto
teorico ai modelli deterministici con cui si sta costruendo il futuro
dell’uomo, affidato sempre di più ai progetti di selezione del nascituro, ma
anche una felice occasione per ripensare a noi stessi, al nostro modo di
intendere la vita e l’azione.
Nessun commento:
Posta un commento