Web e censura dei cristiani E' un problema di forze in campo, di
Massimo Introvigne, 13-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it
È giunta anche in Italia l’eco di
un rapporto dell’associazione statunitense National Religious Broadcasters
(NRB), che rappresenta la maggior parte dei media cristiani, intitolato «Un
esame del rischio di censura anti-cristiana e di discriminazione di punti di
vista alternativi da parte dei nuovi media». La lettura integrale del rapporto
mostra che i cristiani, in effetti, hanno di che lamentarsi. Eppure, alcune
delle analisi lasciano perplessi.
Qual è il problema? Di fronte al
rischio di cause costosissime, organizzazioni che svolgono sul Web un ruolo di
intermediari diffondendo contenuti di terzi come Google, YouTube, Facebook,
Twitter e anche Apple – che vende applicazioni di privati, e non solo proprie,
per iPhone e iPad – si sono cautelate stabilendo regole secondo cui si
rifiutano di fare pubblicità o di rivendere prodotti in diversi modi «a
rischio». Non sarà forse chiaro ai lettori del rapporto che questo problema non
nasce con riferimento alla politica o alla religione. Nasce perché decine di
migliaia di siti hanno il solo scopo di diffondere o vendere film copiati o
prodotti falsi. Nell’impossibilità di attaccare migliaia di contraffattori – in
maggioranza cinesi – le case produttrici di DVD o i creatori di moda come
Vuitton ogni tanto attaccano Google – e altri intermediari – affermando che, se
Google facesse sì che i siti dei falsari non apparissero tra i risultati delle
ricerche, il problema sarebbe in gran parte risolto.
Google e gli altri hanno fatto
qualcosa per risolvere questo problema: abbastanza, e a un costo alto, secondo
loro, troppo poco secondo i titolari dei diritti di proprietà intellettuale che
infatti reagiscono con cause che talora sono riportate anche dai media non
specializzati. Dalle cause per violazione di marchio e di copyright si è poi
passati a quelle per diffamazione: chi è insultato o offeso da un sito pensa
che non ci sia troppa differenza se si tratta di Web o di carta stampata, e
anche lui spesso trova più pratico prendersela con l’intermediario. Infine –
terzo tempo – dall’offesa individuale si è passati a quella collettiva, e
diverse lobby hanno chiesto a Google di non riportare nelle ricerche, a
Facebook di cancellare gruppi, ad Apple di non vendere applicazioni – e così
via – che secondo loro parlano con un «linguaggio di odio» di intere categorie:
gli ebrei, i musulmani, i rom, gli omosessuali.
Almeno la dottrina sociale della
Chiesa Cattolica – la dirigenza della NRB è in maggioranza protestante –
riconosce i diritti di proprietà intellettuale, di cui pure sono possibili
abusi, come legittimi. Alcuni esempi riportati dal rapporto della NRB, in cui
siti cristiani che criticano altri gruppi sono stati sanzionati per violazione
della proprietà intellettuale, non sono convincenti. Le norme sulla proprietà
intellettuale valgono per tutti. Se per attaccare un’ideologia che considero
nociva riproduco senza autorizzazione materiale letterario o video di terzi
violo comunque le norme sulla proprietà intellettuale, e il fatto che il mio
scopo sia nobile non mi giustifica. Il fine non giustifica i mezzi.
Rimangono i campi, assai più
delicati, della diffamazione contro singoli individui e del cosiddetto
«linguaggio di odio» rivolto contro intere categorie. Gli esempi offerti dal
rapporto sono in effetti preoccupanti. La Apple vende quasi mezzo milione di
applicazioni per iPhone e iPad, alcune delle quali pornografiche, ma tra le
poche che ha censurato e che si rifiuta di vendere due hanno un contenuto
cristiano. Una permette di studiare la cosiddetta «Dichiarazione di Manhattan» -
un vasto programma di impegno culturale e politico cristiano, censurato perché
la pratica omosessuale è definita immorale – e un’altra è di Exodus
International, un’agenzia cristiana che aiuta gli omosessuali insoddisfatti
della loro condizione a superarla. Molti degli atti di censura di Apple,
Google, Facebook e Twitter riguardano testi o audiovisivi accusati di omofobia.
Altri si riferiscono a siti pro-life. Messo di fronte a una causa in Gran
Bretagna promossa da un’istituzione cristiana, Google ha cambiato la sua
politica che inizialmente rifiutava annunci sponsorizzati contro l’aborto. Ma
continua a non accettare annunci per espressioni che considera offensive contro
gli abortisti, come «l’aborto è omicidio».
Il rapporto ha ragione quando
afferma che alcune posizioni, in particolare, di Google sono discutibili, e
peccano anche di scarsa coerenza considerando come quando operava in Cina la
società di ricerca abbia accettato a lungo di censurare contenuti ostili al
governo cinese. Il rapporto, peraltro, avrebbe dovuto per completezza
aggiungere che nel 2010 Google ha finito per considerare eccessive le richieste
di censura cinesi, ha chiuso il suo motore di ricerca cinese e si è spostata a
Hong Kong, dove – anche dopo l’unione politica con la Cina – le leggi sono
diverse e la censura quasi inesistente.
I problemi sono reali, ma sono
anche più complessi di quanto il credente cristiano che legge il rapporto forse
può sospettare. Tutta la nozione di diffamazione collettiva e di «linguaggio di
odio» è molto delicata. Infatti, i cristiani stessi spesso chiedono norme che
censurino o puniscano il «linguaggio di odio», la diffamazione e il ridicolo
che colpiscono le Chiese e comunità cristiane. Nello stesso tempo, i cristiani
sono vittima di norme che censurano il «linguaggio di odio» contro gli
abortisti e gli omosessuali.
Occorre quindi grande cautela. È
ingenuo immaginare che grandi colossi industriali siano più sensibili – o anche
solo ugualmente sensibili – a lobby potentissime come quella dell’ideologia di
genere e a gruppi cristiani, talora grandi come la NRB ma molto meno influenti
e organizzati a livello politico generale. Ci si può certo lamentare quando si
usano due pesi e due misure, consentendo per esempio ai sostenitori
dell’ideologia di genere di insultare il Papa ma non consentendo ai cristiani
di dichiarare che il comportamento omosessuale è obiettivamente disordinato. Ma
in generale, per non fare la fine dei vasi di coccio fra vasi di ferro, sembra
più prudente chiedere che il livello di censura del «linguaggio di odio»
rimanga moderato e ragionevole, e si ispiri alle normative che regolano la vita
fuori da Internet.
Se si chiede – come fanno certi
libertari – che i grandi gestori di Internet non censurino nulla,
prolifereranno anche insulti al Papa, alla Chiesa, al cristianesimo ancora più
violenti di quelli cui già siamo abituati. Se si chiede che censurino di più,
gli stessi gestori censureranno gruppi pro-life e cristiani critici del
matrimonio fra omosessuali ben prima di limitare le attività degli
anticlericali o dei satanisti, perché hanno più paura delle lobby
dell’ideologia di genere e dell’aborto di quanta ne abbiano dei cristiani. È
possibile che alcuni gestori di Internet abbiano pregiudizi ideologici. Ma
altri misurano solo cinicamente quanto sono attive, potenti e pericolose le
lobby con cui, se vogliono continuare a esistere, devono comunque confrontarsi
ogni giorno.
Alla fine, la lezione del
rapporto è chiara. I cristiani devono organizzarsi meglio per farsi prendere
più sul serio dai gestori della comunicazione via Internet che talora sono
ideologicamente ostili, ma altre volte danno semplicemente retta a chi grida
più forte o è meglio capace di rappresentare i propri interessi. Il problema
non è tanto una presunta ideologia di Google o di Apple, che talora
rispecchiano semplicemente l’ideologia dominante nel mondo che li circonda, ma
il fatto che i cristiani non riescano a farsi sentire. Quando ci riescono,
grandi siti cristiani – e perfino blog o gruppi Facebook cristiani non enormi
ma abbastanza grandi che attaccarli creerebbe evidenti problemi con molte
persone – riescono a sfuggire alla censura.
I cristiani sono la minoranza più
discriminata del mondo, è vero. Sono la minoranza della cui discriminazione si
parla meno. Ma sono anche la minoranza che riesce meno a parlare della propria
discriminazione, e a convincere il mondo ad ascoltare. Se posso per una volta
citare il senatore Giulio Andreotti, con cui pure non mi trovo d’accordo su
molte cose, i cristiani sono abituati a porgere l’altra guancia. Ma le guance
sono solo due. E sono finite da tempo.
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