Avvenire.it, 10 ottobre 2011, Disabilità, aborti e ipocrisia, Chi manca
all'appello, di Assuntina Morresi
Un’opportunità da cogliere, la
giornata di oggi, dedicata in tutta Italia a conoscere la vita quotidiana delle
persone con la sindrome di Down, la ricchezza della loro presenza, la vivacità
delle associazioni che si battono perché non vi sia più alcuna forma di
discriminazione – quanto spesso tacita e inavvertita, e perciò stesso più
insidiosa – nei confronti di disabili e famiglie. Un’occasione innanzitutto per
rompere con ogni ipocrisia e decidersi a incontrare, comprendere e magari
iniziare a condividere l’esperienza di chi – operatori sociali, volontari ma soprattutto
familiari – quotidianamente vive con le persone Down.
Lo sappiamo bene: è un’esperienza
indubbiamente dolorosa, quella della nascita di un bambino disabile, diverso
dagli altri: a cominciare da quell’inconfondibile fisionomia segnata dagli
occhi a mandorla che suscita tenerezza ma al tempo stesso ai genitori fa
stringere il cuore al pensiero del "che ne sarà di te" per una
condizione che, mentre l’età avanza, induce poi a pensare a quando non ci sarà
più chi si è fatto carico di accompagnare un’intera vita a ostacoli.
Quella del piccolo grande mondo
attorno a una persona Down è un’esperienza ricca di emozioni profonde, perché
il mistero di una persona "differente" che, inspiegabilmente, nasce,
scombussola l’esistenza e costringe a rivedere stili di vita e abitudini,
valori e priorità con cui fino a quel momento si è vissuto. E spesso l’esito è
un nascere e infittirsi di affetti e relazioni sorprendenti, dense di umanità.
Per questo oggi ogni emarginazione suona ancor più crudele.
Ma fra le numerose disabilità che
drammaticamente accompagnano la vita di molti bambini, la sindrome di Down ha
una triste particolarità: quella di essere l’anomalìa genetica più
riconoscibile in gravidanza. Ogni donna che aspetta un bambino viene informata
del fatto che esiste l’amniocentesi, una tecnica diagnostica prenatale invasiva
usata essenzialmente per individuare l’esistenza di questa sindrome. Non
esistendo alcuna cura, un test positivo spesso – troppo spesso – sfocia in un
aborto, col risultato che la stessa presenza dei bambini Down tra di noi si va
sempre più diradando, e con essa la capacità di accoglierli così come sono. Per
molti aspetti, quindi, si tratta della disabilità per antonomasia,
geneticamente non troppo rara, individuabile in modo piuttosto semplice, e che
si può eliminare con altrettanta facilità: togliendo di mezzo direttamente la
persona, sopprimendola prima che nasca.
Il nostro mondo occidentale già
lo sta facendo su larga scala, indisturbato: chi chiederà conto delle persone
Down che mancano all’appello? Chi terrà mai le stime di chi non è nato? Se
neppure le inchieste a livello internazionale e le accuse di "femminicidio"
(l’eliminazione delle bimbe prima o dopo la nascita, purtroppo tipica di talune
culture asiatiche) riescono a smuovere davvero le coscienze, ci sarà mai una
denuncia pubblica e soprattutto efficace del tragico "downicidio" in
corso sotto i nostri occhi?
La giornata di oggi è una chance
in più per incontrare tante persone con sindrome di Down, autentici
sopravvissuti alla mentalità eugenetica del nostro tempo. Possiamo guardarle,
senza imbarazzi, parlare con loro, i loro amici e i loro cari, scoprire le
strepitose reti di solidarietà che le avvolgono, e che spesso loro per prime
animano. Ci è offerta simbolicamente un’opportunità per riflettere che
veramente è possibile un mondo nel quale per nessuno si possa anche solo
pensare "tu non dovresti essere nato".
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