lunedì 10 ottobre 2011


Iran, tocca a Khamenei decidere la sorte del convertito al cristianesimo, 10/10/2011, http://vaticaninsider.lastampa.it


Il tribunale ha stabilito che spetterà all’Ayatollah pronunciarsi sulla condanna a morte per apostasia del pastore protestante ex-islamico

L’ultima parola sulla sorte di Youcef Nadarkhani, convertito al cristianesimo e condannato a morte in Iran, sarà della Guida Suprema Ali Khamenei, il vertice politico e religioso della Repubblica islamica cui si riconduce anche il potere giudiziario.

 Ha stabilito così il tribunale di Rasht, nella provincia settentrionale di Ghilan, liberandosi di uno scottante caso che ormai ha fatto il giro del mondo, spingendo molte diplomazie occidentali - Stati Uniti e Italia compresi - a fare appello per la liberazione del pastore.
   
A comunicarlo è stato il suo avvocato, Mohammad Ali Dadkhah, che lo ha difeso dall’accusa di apostasia sulla base di un principio a suo avviso ben chiaro nella legge iraniana, in cui «non esiste - ha detto - il reato di apostasia e dunque non vi può essere nessuna punizione per chi abbandona l’Islam».

 L’accusa a Nadarkhani, secondo il legale, si basa infatti su una lettura della sharia. È vero che per il codice penale iraniano la legge islamica deve essere rispettata, ma questa – ha sottolineato - non prevede punizioni per chi abbandona l’Islam». Non su questa terra, perlomeno.
 
 Convertito a 19 anni, Nadarkhani - che ora ne ha 34 ed è padre di due figli - è diventato la guida spirituale di una piccola comunità evangelica ribattezzata Chiesa dell’Iran. Arrestato nel 2009, è stato condannato a morte l’anno dopo, ma sulla sentenza era stato fatto ricorso alla Corte Suprema, che a sua volta aveva inviato il caso al tribunale locale per ulteriori approfondimenti.
  
Secondo Bosnewslife - sito di informazione basato a Budapest che si occupa di cristiani e minoranze religiose perseguite - il tribunale doveva accertare se Nadarkhani proveniva da un ambiente musulmano e, se questo era il caso, chiedergli di rinnegare la nuova fede. Cosa che l’uomo non ha voluto fare, incorrendo così nel rischio di una esecuzione. Anche se l’ultima per apostasia in Iran risale al 1990, con l’impiccagione a Mashad del pastore Hossein Soodmand.
 
 Ma è stata probabilmente la risonanza mediatica del caso a condurre verso tutt’altra strada la vicenda di Nadarkhani e a far propendere i giudici per una soluzione inusuale. Quanto la vicenda fosse divenuta spinosa lo dimostra del resto il fatto che il vicegovernatore generale della provincia di Ghilan, Gholam-Ali Rezvani, secondo l’agenzia Fars, ha nei giorni scorsi precisato che l’uomo era giudicato «per stupro ed estorsione» e non per essersi convertito o aver fatto proselitismo. «È un sionista, un traditore e ha commesso crimini legati alla sicurezza», ha precisato il politico, secondo cui il pastore aveva aperto una «casa di corruzione». Del resto nel «nostro sistema - ha confermato il governatore - nessuno può essere condannato a morte per aver cambiato religione».
   
A dirimere la vicenda dovrà essere ora l’Ayatollah Khamenei. Ed è forse per questo che l’avvocato Dadkhah ha preferito sostituire gli argomenti giuridici con quelli storici e religiosi.

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