Avvenire.it, 11 ottobre 2011 - L'ANGOSCIA DEL «DOPO» - «Noi, lasciati
soli»: Sos dei genitori per i figli disabili di Enrico Negrotti
L’argomento non dovrebbe essere
sollevato solo quando si verificano tragedie come questa, osservano i parenti
delle persone disabili. La tragedia in questione è quella di un padre, Romano
Carani, 65 anni, che all’alba di domenica a Barga (Lucca) ha posto fine alla
vita del figlio quasi quarantenne, malato dalla nascita, dopo una notte
trascorsa insonne per accudirlo – come al solito.
Il tema del «dopo di noi»
preoccupa le famiglie dei disabili, e tanto più le angoscia quanto più sono
gravi le condizioni del figlio o è avanzata l’età dei genitori. È Tullio
Furlan, presidente dell’associazione «Amici dei cerebrolesi» di Telese
(Benevento), a sottolineare: «Purtroppo è comprensibile che portare avanti per
molto tempo una situazione con un malato gravemente invalido porti a esaurire
le forze. E spesso le famiglie restano sole». Aggiunge l’avvocato Rosaria
Elefante, vicepresidente dell’associazione Vi.Ve. e presidente
dell’Associazione nazionale biogiuristi italiani: «Il diritto ha previsto due
strumenti, il fidecommisso assistenziale e il trust, ma entrambi non convincono
del tutto le famiglie. Si tratta pur sempre di affidarsi a una terza persona
per garantire il futuro dei propri figli. Infatti il problema sembra toccare
meno quando la disabilità tocca il marito o la moglie, perché il coniuge sano
suppone solitamente di sopravvivere al malato».
Conferma Sergio Pacetti, genitore
di una ragazza con sindrome di Down, che vive a Vibo Valentia: «Abbiamo avuto
altri due figli dopo Paola, che sono molto sensibili e disponibili verso la
sorella. Da un lato non mi sento di condizionarli nelle loro scelte di vita,
dall’altro sento crescere il problema del “day after”. Certo la società
dovrebbe fare di più per garantire le famiglie. Ma non mi faccio troppe
illusioni: l’associazione in cui è impegnata mia moglie effettua molte
iniziative a favore delle persone con disabilità diverse, ma il sostegno da
parte delle autorità politiche è molto scarso, come dimostra il nostro
tentativo, finora vano, di creare una struttura che possa tenere impegnati i
disabili in attività utili e socializzanti e che funzioni per tutta la
giornata. Aldilà dei diritti che vengono riconosciuti dalla legge alle persone
con disabilità – conclude Pacetti – il problema è reale».
A una struttura punta anche
Tullio Furlan, padre di una donna in stato vegetativo: «Come associazione
abbiamo pensato, in Campania, alla possibilità di sfruttare strutture
ospedaliere che vengono dismesse per essere adibite a piccoli nuclei che
possano accogliere il malato e un suo familiare, e che possano portarsi aiuto.
Abbiamo già stilato linee guida
per le esigenze di questi monolocali, per esempio in materia di attrezzature e
di superfici». Nel campo della malattia mentale, osserva Felice Previte
(presidente dell’associazione «Cristiani per servire»), «i pochi provvedimenti
legislativi emanati sono la dimostrazione del disinteresse o sottovalutazione
che regna nel nostro Paese rispetto a questo grave disagio sociale».
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