“I cristiani sono uomini liberi. Ecco perché ci odiano”, MINORANZE NEL
MIRINO DEI FONDAMENTALISTI - Intervista con padre Bernardo Cervellera,
direttore di Asianews. L’indifferenza occidentale alle persecuzioni? “È figlia
del relativismo: chi muore per un ideale è un matto, guai a parlarne” - 16/10/2011,
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MAURO PIANTA
TORINO
Tra il 2000 e il 2010 sono stati 160mila
l’anno i cristiani uccisi a causa della loro fede (dati Osce). In 52 paesi del
mondo (35 dei quali musulmani) i credenti in Cristo sono cittadini di serie B.
In molti casi, eliminarli fisicamente non è un reato. Il rappresentante Osce
per la lotta alla discriminazione, l’ha messa giù così: «Ogni cinque minuti un
cristiano viene ucciso in virtù della propria appartenenza religiosa». È di
qualche giorno fa la strage dei copti in Egitto. Dominique Mamberti, “ministro
degli Esteri” della Santa Sede ha tirato le somme: «I seguaci di Gesù sono il
gruppo religioso più perseguitato al mondo».
Che succede? Sono tornati i tempi
di Nerone? E, soprattutto, da dove nasce quest’odio profondo verso i cristiani?
Ne parliamo con padre Bernardo Cervellera, missionario del Pime, direttore
dell’agenzia AsiaNews. «I cristiani – risponde il sacerdote – sono uomini
liberi: in fondo è questo il motivo profondo dell’odio nei loro confronti. Una
vita che non dipende dal potere rappresenta una sconfitta per coloro che
credono di governare ogni cosa. Ne hanno paura, ecco perché li uccidono».
Perché il martirio dei cristiani
non scalda più di tanto la coscienza dell’Occidente? Perché questa indifferenza
mista quasi a fastidio?
«C’è da considerare la sudditanza
nei confronti di alcuni Paesi, il “chiudere un occhio” in nome di ragioni
economiche. Ma il vero motivo è di natura culturale: il relativismo rappresenta
una barriera rispetto alla diffusione di queste informazioni»
In che senso?
«Il relativismo ci insegna che la
dimensione religiosa si può benissimo ignorare, perché non esiste una verità.
Il fatto che qualcuno possa morire per un ideale è roba da matti, da esaltati.
Non conviene parlarne».
Spesso, però, il silenzio è
assordante anche all’interno del mondo cristiano…
«Sì, questo è il grande pericolo.
La nostra fede, ormai, è ridotta a un sentimento. Se io non faccio reagire la
fede nella mia quotidianità, se non rischio la vita affrontandola a partire
dalla fede dentro la grande famiglia della Chiesa, non potrò più percepire gli
uomini uccisi dall’altra parte del mondo come miei fratelli. E, fatalmente, non
me ne occuperò…».
Cosa possiamo fare,
concretamente, noi occidentali per aiutare questi fratelli?
«Possiamo informarci, informare,
pregare e soprattutto imparare da loro. Faccio un esempio. Un cattolico
filippino che vive in Arabia Saudita ed educa i propri figli alla fede
cattolica rischiando di essere licenziato, esprime, in questo modo un giudizio:la
fede vale più del posto di lavoro. Ecco, dai nostri fratelli perseguitati
possiamo re-imparare la bellezza della fede. Solo la scoperta di questa
bellezza ci renderà capaci di rischiare la vita per Cristo, magari in un modo
diverso rispetto al tipo di martirio cui sono chiamati loro».
Le cose possono cambiare.
Qualcosa, dal punto di vista della libertà religiosa, sembra muoversi perfino
in Cina…
«La Cina è abile a vendere di sé
una certa immagine. Ma quanto a libertà religiosa e rispetto dei diritti umani,
siamo ancora fermi ai tempi di Mao. Certo, c’è un risveglio religioso: ogni
anno si celebrano 150mila battesimi, ma le persecuzioni continuano. Un solo
esempio: ci sono due anziani vescovi poco inclini a piegare il capo al governo
“misteriosamente”scomparsi da 15 e da 8 anni. E ancora oggi non sappiamo che
fine abbiano fatto».
Dobbiamo dunque rassegnarci alle
persecuzioni?
«Gesù stesso ci aveva avvertito:
“Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”. Ma, alla fine, la
“vittoria” è sempre dei cristiani perché
dove ci sono martiri, cioè testimoni, la fede cresce».
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