Il filosofo Rémi Brague: «l’unica etica universale è quella cristiana»,
16 ottobre, 2011, http://www.uccronline.it
Il prestigioso filosofo Rémi
Brague, specialista in filosofia greca, medievale araba ed ebraica e docente
presso la Sorbona di Parigi e la Ludwig Maximilian University di Monaco, ha
scritto un articolo sul Cortile dei Gentili, l’iniziativa voluta dalla Chiesa
per il dialogo con i non credenti (www.cortiledeigentili.com).
Il filosofo si è soffermato molto
sul cristianesimo e il suo ruolo nel mondo e nella storia, il quale ha «la
particolarità notevole di essere una religione che è solo una religione. Le
altre religioni sono delle religioni e ogni volta qualcos’altro. Il buddismo,
se è una religione – e alcuni preferiscono evitare il termine -, è una
religione e una forma di saggezza, lo shintoismo è una religione e un
legittimismo, il giudaismo è una religione e un popolo, l’islam è una religione
e una legge. Il cristianesimo non è una legge. Nel cristianesimo, è netta la
distinzione fra norme (fra cui diritto e morale) da una parte e religione
dall’altra. Molto meno nelle altre religioni».
Non vi è un diritto cristiano,
commenta Brague, «vi sono cristiani che producono del diritto e che cercano
d’introdurvi il massimo di giustizia. Anche la cosiddetta “morale cristiana”
non ha nulla di specificamente cristiano. Essa non è il folclore di una nazione
particolare: è la morale comune». Il diritto romano, continua, «non è stato
modificato profondamente dal cristianesimo. Quest’ultimo ha solo adattato certe
disposizioni legali che urtavano i cristiani, i quali [...] apportavano uno
sguardo più acuto per discernere l’umanità laddove fino ad allora si faticava a
scorgerla: nel bambino, nella donna, nello schiavo, nel barbaro, cioè il non
greco (dal punto di vista dei Greci), nel “pagano” (dal punto di vista degli
Ebrei)».
In questa pagina abbiamo elencato
altre opinioni di importanti pensatori sul fondamentale contributo che ebbe il
cristianesimo nell’affermazione della dignità di donne e bambini. Continua:
«possiamo avere opinioni diverse sul modo in cui la Chiesa difende certe realtà
incapaci di far valere da sole la loro umanità», come l’uomo all’inizio della
vita (embrione e feto) o alla sua fine, ma -continua l’intellettuale- «è
comunque importante comprendere che i cristiani di oggi non pretendono di fare
nient’altro rispetto a quanto fecero i primi fra loro: rastrellare ciò che è
umano in modo tanto esteso da essere sicuri di non lasciare nulla al di fuori».
Dopo aver riflettuto molto
acutamente sul diritto naturale, conclude soffermandosi in modo molto
interessante sui non credenti e sul ruolo della coscienza come «la voce di Dio
in noi. Ascoltarla significa l’approdo del regno di Dio in una parte del mondo
non molto grande, ma che ha il vantaggio di dipendere da noi, cioè noi stessi
[...]. E la coscienza parla pure, anzi talora più chiaramente, ad alcuni di
coloro che non conoscono o non vogliono conoscere Dio. Perché? Mi piacerebbe
rispondere formulando in proposito una regola: Dio non persegue mai il proprio
tornaconto, neppure un proprio tornaconto simbolico, la gloria. Ricerca l’interesse
delle sue creature. In particolare, non cerca di farsi conoscere per essere
applaudito da una claque. Il Dio dei cristiani si fa conoscere unicamente
quando ciò è necessario per la salvezza della sua creazione. Non c’è bisogno
d’identificarlo come tale. Questo Dio agisce in tal modo secondo le regole
della più elementare e forte cortesia umana. Se in una strada uno sconosciuto
ci chiede il cammino, noi glielo indichiamo, senza sentire per questo il
bisogno di presentarci». Così «per chi si crede capace di cavarsela da solo e
rifiuta la Rivelazione, resta tutto il campo nel quale Dio, benché altrettanto
presente, non ha bisogno di manifestarsi esplicitamente. Tutto il campo della
ragione, dunque. Tutto ciò che è “davanti l’ingresso del Tempio”, tutto ciò che
è – come vuole l’etimologia di quest’aggettivo – profano. Il Cortile dei
gentili consiste proprio in questo».
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