La sfida è culturale, non politica di Luigi Negri*, 14-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it
Cerco di immedesimarmi nella
complessità e nella contraddittorietà della situazione italiana, culturale,
sociale, politica e, di riflesso anche ecclesiale, cercando di percepire il
tipo di sfida che viene alla mia presenza di pastore, di guida di una comunità
ecclesiale.
Ora è indubbio che come ho detto
tante altre volte - ma mi sembra giustissimo ribadirlo – quella cui siamo di
fronte è una gravissima crisi di carattere culturale. Culturale nel senso
sostanziale della parola cultura, che io ho imparato congiuntamente da don
Luigi Giussani e da Giovanni Paolo II: quella impostazione sostanziale della
vita umana come senso, come significato, come bellezza, come giustizia, come
bene. Questa cultura primaria – così la chiamava Giovanni Paolo II nell’indimenticabile
allocuzione all’Unesco del 1° luglio 1980 - questa cultura di base è
sostanzialmente sparita dal nostro paese.
Ed è anche l’occasione per dire
che chi ha spazzato via la cultura del nostro popolo è questa specie di
ideologia, blanda come formulazioni ma durissima come realizzazioni, che
possiamo ascrivere a quel fermentare di posizioni massoniche, razionaliste,
consumiste, comuniste (o meglio, materialiste) che sono ferreamente dominate
dal massmediatico. I mass media – recuperando una bellissima immagine di
Benedetto XVI in Germania – hanno fatto piovere sulla nostra fede e sul nostro
popolo la pioggia acida di questa ideologia del massmediaticamente corretto.
E’ un vuoto, è un vuoto che si
ammanta di perbenismo, di rispettabilità, di sviscerata devozione alle
istituzioni sociali da cui deriverebbero tutti i diritti. In pratica siamo
tornati all’assolutismo di stato, all’assolutismo della società, i diritti non
sono recepiti dall’uomo nell’ambito della sua coscienza nel confronto aperto
con il mistero, con Dio. No, i diritti sono quelli che la società riconosce,
promuove. Ecco quindi servito Benedetto XVI con i suoi valori non negoziabili.
L’abolizione dei cosiddetti valori non negoziabili, così come formulati dal
Papa, sarà di fatto il fil rouge dei programmi di tutte le formazioni
socio-politiche, soprattutto quelle che si collocano o si collocheranno a
sinistra. E non ci si illuda di perseguire così il bene comune. Il bene comune
- che è una realtà ampia e variegata che si attua in certe precise condizioni
di carattere sociale - è l’espressione di un cuore più profondo. E Il cuore più
profondo sono i valori non negoziabili.
C’è dunque un disagio, che è un
disagio fortissimo, perché mancando la cultura mancano gli uomini, mancano le
personalità capaci di assumersi le proprie responsabilità, capaci di dare
giudizi, capaci di porre azioni conseguenti.
La politica è una miseria, ma
quale altro campo della nostra vita culturale e sociale non mostra questa
miseria? Questa assenza di personalità significative, questo morire ogni giorno
nella polemica politica o culturale nella banalità della cosiddetta vita
privata che diventa, per gli uni e per gli altri senza molta differenza, una
questione di Stato.
Allora io credo che la Chiesa
debba rifuggire la tentazione di intervenire velocemente per cercare di
risolvere velocemente le cose. Questi non sono problemi che si risolvono
velocemente, queste crisi hanno bisogno di un lungo processo educativo . E il
processo educativo non si fa con le autostrade, il processo educativo si fa
camminando per sentieri, salendo greppi – come dicono nei posti dove sono
vescovo -, faticando giorno dopo giorno perché la cultura di base che la Chiesa
propone diventi forma della personalità, riferimenti valoriali ultimi, obiettivi
personali, familiari, sociali. L’educazione non si improvvisa e soprattutto non
è frutto di qualche slogan ben detto o di qualche pubblicazione di grande o di
piccolo respiro. Dobbiamo tornare a educare il nostro popolo a partire dalla
fede in modo che il fenomeno della evangelizzazione diventi educazione,
l’educazione diventi formazione di personalità.
Certo, la società è in crisi nel
suo aspetto politico, ma la società non è forse in crisi nel suo aspetto
familiare? La crisi sociale è un aspetto di questa impressionante crisi
familiare per cui le famiglie, distrutte nella maggior parte della loro realtà,
sono incapaci di dare ai giovani e ai più giovani degli orientamenti sicuri per
vivere, e quindi quelle ragioni per vivere senza la formulazione delle quali
non esiste possibilità di educazione.
Il compito è formare un popolo di
laici che si assumano poi la responsabilità dei giudizi e delle azioni
conseguenti; si deve fuggire la tentazione di creare un popolo o un pseudo
popolo di credenti che poi accetti di essere telecomandato dall’ecclesiasticità
nei punti di maggiore responsabilità. Non dobbiamo in nessun modo sostituirci
ai laici nell’impresa totalmente loro di portare dentro una società come la
nostra il loro contributo originale di intelligenza, di passione, di
educazione, di capacità costruttiva.
Io credo che sia una grande
sfida. Non possiamo disperderci su altre sfide pretendendo che noi siamo
sfidati nel campo delle indicazioni alla soluzione dei problemi concreti
sociali e politici, o che siamo sfidati nella individuazione di strategie a
breve o lungo termine per la soluzione dei problemi socio-politici. Noi siamo
sfidati sull’essenza della nostra identità, della nostra missione. Giovanni
XXIII ha detto che se la Chiesa non è maestra non è neanche madre, se è madre
non può che essere maestra. E’ una strada, lunga ma affascinante, lungo la
quale è possibile incontrare persone vicine o lontane, ma che sono disponibili
alla conversione dell’intelligenza e del cuore.
Sembra un discorso astratto? Credo
ci sia una parte dell’ecclesiasticità che sbufferà sentendo queste cose come se
queste cose fossero astratte. Ma questa è l’astrazione che cambia la storia. La
concretezza di tanti, anche cattolici, finisce per morire nella storia.
Vescovo di San Marino-Montefeltro
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