L'anticonformista
ribelle all'edonismo di massa di Giovanni Fighera, 08-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it
L’8 luglio 1974, l’anno prima della sua morte per molti
aspetti ancora oscura, Pier Paolo Pasolini scrive una «lettera aperta a Italo
Calvino» in cui l’intellettuale si difende dall’accusa di rimpiangere
«l’Italietta» «piccolo borghese, provinciale, ai margini della storia». Così si
esprime: «Allora tu non hai letto un solo verso delle Ceneri di Gramsci o di
Calderòn, non hai letto una sola riga dei miei romanzi, non hai visto una sola
inquadratura dei miei films, non sai niente di me!». L’Italietta, afferma
Pasolini, è proprio quella che lo ha arrestato, processato, linciato per
vent’anni. Pasolini, invece, rimpiange il «mondo contadino prenazionale e
preindustriale», che viveva «l’età del pane», era «consumatore di beni
estremamente necessari». Ormai, invece, c’è un unico modello culturale a cui ci
si conforma «prima di tutto nel vissuto, nell’esistenziale».
Pier Paolo Pasolini (1922-1975) è una delle intelligenze più
vive, degli intellettuali più acuti del Novecento, dotato di una versatilità
tale da potersi distinguere nel campo della poesia, del cinema, della
narrativa, del giornalismo. Accusato di corruzione di minorenni e di atti
osceni in luogo pubblico, nel 1949 viene espulso dal PCI di Udine e per anni
fatica a trovare lavoro. Pochi anni più tardi (1955), il romanzo Ragazzi di
vita susciterà lo scandalo, le accuse e finanche il processo per il tema
scabroso trattato. Pasolini sarà prosciolto con formula piena. In suo favore
interverranno le testimonianze di figure quali Carlo Bo e Ungaretti. Sterminate
saranno nei due decenni successivi le produzioni poetiche (La meglio gioventù,
Le ceneri di Gramsci, Trasumanar e organizzar, …), narrative (Ragazzi di vita,
Una vita violenta, …), saggistiche (Passione e ideologia, Scritti corsari,
Lettere luterane, …), teatrali (Calderòn, …) e cinematografiche (Accattone,
Mamma Roma, Il vangelo secondo Matteo, Il Decameron, …). Il 2 novembre 1975
Pasolini viene trovato ucciso all’idroscalo di Ostia.
Nella raccolta poetica Le ceneri di Gramsci (1954), Pasolini,
quasi solo all’epoca nella sterminata nomenclatura di intellettuali comunisti,
pur palesando il suo sconfinato amore per il popolo, muove severi giudizi nei
confronti del marxismo, considerato ormai in piena crisi. Alcuni anni più
tardi, nel 1968, Pasolini critica con accesi toni i sessantottini, accusati di
essere «figli di papà», di combattere una guerra civile contro la borghesia,
proprio loro che provengono dal seno della borghesia, che disprezzano la
cultura, che aspirano al potere e che sono finti rivoluzionari.
Nel 1975 Pasolini si schiera apertamente contro l’aborto.
Scrive il 19 gennaio: «Sono […] traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto,
perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni e
nel comportamento quotidiano […] io vivo la mia vita prenatale, la mia felice
immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Perché io considero
non reali i principi su cui i radicali e i progressisti (confomisticamente)
fondano la loro lotta per la legalizzazione dell’aborto?». Perché «l’aborto
legalizzato è un’enorme comodità per la maggioranza della gente. […] Oggi la
libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un
dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità
di vita del consumatore […]. Risultato di una libertà sessuale regalata è una
vera e propria generale nevrosi. La facilità ha creato l’ossessione».
Pasolini scriverà, e qui erroneamente, che la diffusione
delle forme anticoncezionali avrebbe limitato l’aborto. I fatti avrebbero
dimostrato l’inconsistenza di tale tesi. Poco dopo la sua morte, viene
pubblicato il saggio Scritti corsari, che raccoglie articoli che Pasolini ha
pubblicato tra il 1973 e il 1975 prevalentemente su Il Corriere della Sera. Vi
compaiono giudizi particolarmente arguti sull’età contemporanea e sul
cambiamento della cultura nei secoli. In un articolo («Gli uomini colti e la
cultura popolare») Pasolini riflette sul mutamento dalla cultura passata a
quella moderna. In particolare si sofferma sul fatto che la cultura popolare è
sempre stata «fissa e immutabile», testimone di un retaggio valoriale
immutabile nel tempo. Così, con il passare dei secoli, se la cultura popolare
contadina (ovvero quella della maggior parte della popolazione) ha conservato
ancora tutta intatta il senso della tradizione e la forte religiosità, quella
intellettuale è, invece, diventata sempre più laica e profana. La scissione che
si è verificata tra cultura del popolo e quella degli intellettuali, divenuta espressione
di tutta la modernità, si è sanata nel novecento solo attraverso gli strumenti
di potere (i mezzi massmediatici, televisione, quotidiani, scuola, …).
Questi strumenti saranno interpreti della scristianizzazione
anche della cultura popolare. In un articolo pubblicato su Il Corriere della
sera il 9 dicembre 1973 con il titolo «Sfida ai dirigenti della televisione»
(divenuto poi «Acculturazione e acculturazione» negli Scritti corsari) Pasolini
descrive il centralismo odierno del potere che mira a soffocare l’umano e ogni
forma di desiderio autentico: «Nessun centralismo fascista è riuscito a fare
ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo
proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera
morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie)
continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la
repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al
contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro è totale e incondizionata.
I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque
affermare che la «tolleranza» della ideologia edonistica, voluta dal nuovo
potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana […]. Il Centro […]
ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e
concretezza». Sono stati imposti nuovi modelli. Il sistema non vuole più solo
creare un «uomo che consuma», ma «pretende che non siano concepite altre
ideologie che quella del consumo».
La religione, afferma Pasolini, è l’unico fenomeno che può
essere concorrente e opporsi all’«edonismo di massa». «Come concorrente il
nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo.[…] Non c’è infatti
niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti
e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo
attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la
domenica: in macchina)». Pasolini capisce che un credo forte ovvero una fede
vera e vissuta è l’unica possibilità perché non si ceda alla società che
insinua falsi bisogni e che riduce la grande domanda che alberga in noi, perché
non ci si accontenti e non si giunga ad una borghesizzazione della vita, ad una
riduzione dell’umano, ad un perbenismo benpensante in cui non ci si aspetta più
nulla dalla vita.
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