VIVERLA TUTTA - L'incontro con il tumore un racconto per sette voci - Storie
legate alle malattie oncologiche tra le migliaia di testimonianza di malati e
loro familiari che continuano ad arrivare a Repubblica.it per la prima ricerca di medicina narrativa
condotta tramite il web, 9 ottobre 2011, http://www.repubblica.it
ROMA - Sono migliaia le
testimonianze inviate da malati e loro familiari al progetto Viverla tutta, la
prima ricerca di medicina narrativa condotta via web attraverso Repubblica.it.
In questo articolo sono riunite sette esperienze di malattia oncologica e i
diversi stati d'animo con cui è stato affrontato l'incontro con il tumore.
Continuare a vivere - "Mi
hanno diagnosticato il cancro alla tiroide dopo un intervento al collo in cui
si credeva di trovare una grossa cisti, poi rivelatasi un linfonodo di 5 cm. A
quell'intervento ne seguirono altri due, il tutto in 12 mesi. Tiroidectomia e
svuotamento cervicale bilaterale e centrale e una radioterapia. Mi diagnosticarono
la mutazione del gene b-raf e la non captazione allo iodio radioattivo delle
cellule cancerogene. Tutto questo avvenne nel momento che avrebbe dovuto essere
il più bello e il più sereno di tutta la mia vita: avevamo infatti deciso di
sposarci da pochi mesi e la preparazione del matrimonio era appena iniziata. Il
matrimonio sarebbe stato celebrato a 500 km di distanza. Ora le opzioni erano
due: o ci fermiamo e ci concentriamo sulla malattia oppure continuiamo
entrambe.
"Inutile dire che abbiamo scelto
la seconda opzione. Le prime settimane furono le più intense, quelle vissute
con le sensazioni più forti. Sono passato dal "re del mondo" al
baratro più buio. Poi la scelta di "continuare a vivere" si è
rivelata la più azzeccata. Il pensiero del matrimonio non mi abbandonò mai. Fu
quello a farmi continuare. Fu mia moglie a darmi la forza e il coraggio, e
tuttora continua a sostenermi. La lotta è appena iniziata. A suo tempo, non
sapevo cosa fosse la tiroide, cosa fosse la "malattia". Grazie a
internet ci si riesce ad aggiornare e ci si riesce a mantenere informati; ma al
prezzo di essere, spesso, spaventati. Ad ascoltare i dottori non si ha mai
niente, ma a leggere su internet.... sei già spacciato! Nella malattia ho
trovato degli amici. Entri in ospedale spaesato e spaventato, poi la permanenza
forzata e ripetuta (oltre che prolungata) ti fa trovare persone magnifiche.
Infermieri fantastici che sembra non vadano mai a casa. Così come i dottori più
giovani che hanno sempre tempo di due chiacchiere nonostante lavorino 20 ore al
giorno. Alla faccia di chi è detrattore del Ssn. Per ultimo rimane l'istinto di
sopravvivenza. Il quale ti protegge dalla paura, facendoti abituare alle
situazioni più disagevoli. È strano come ci si abitui alla paura, al dolore, e alla
malattia. È davvero strano....".
Davanti alla stanza dell'oncologo
- "Mi è mancata troppo quando ero piccola, per essere già disposta a
perderla!. Questo ho pensato quando a mia madre è stato diagnosticato un cancro
del colon con metastasi al fegato, quando dopo aver finto un forzato ottimismo
non riuscivo a salire le scale di casa mia e sono rimasta un'ora a piangere
appoggiata al corrimano. Ed ho pensato a quando mia sorella ed io eravamo
piccole e andavamo al mare con la mamma, la zia e tutti i cugini. Lo ricordo
come il periodo più felice della mia vita, un momento in cui il mondo sembrava
pieno solo di girandole, palette e secchielli colorati. La mia spiaggia si è
svuotata rapidamente, i bambini sono invecchiati e l'inverno ha preso il posto
del sole e del caldo. Il mare si è agitato, ha iniziato a urlare e ha mostrato
tutta la sua forza e la sua pericolosità. Ma ci ha mostrato che come tutte le
cose potenti, vive e misteriose sono anche piene di fascino e possono riservare
grandi sorprese. Davanti alla stanza dell'oncologo si crea, con gli altri
pazienti in attesa, un legame istantaneo e si inizia a sperare con sincerità
che anche l'altro guarisca e che ci si ritrovi presto bambini in una spiaggia
assolata. È un'esperienza umana pregna di significato. La mamma è ancora con me
e sta bene e la mattina di Natale ho pensato: 'Non credevo fosse possibile
essere così felici con il cancro sotto l'albero'".
Ma la sensualità sopravvive -
"Soggetto della narrazione è una mia cara amica affetta da cancro alla
cervice. Io ho realizzato una serie di foto che vogliono narrare come la
bellezza e la sensualità sopravvivono alla vita ed alla malattia, è
essenzialmente un percorso di "rinascita" dopo le fasi della malattia
oncologica. Questo percorso dal titolo 'Il Giardino di Anna' è stato in mostra
a Firenze, a Roma presso la Casa Internazionale delle Donne e a Brescia presso
il Museo Nazionale di Fotografia e successivamente grazie alla Commissione Pari
Opportunità del Comune di Brescia. Le immagini su www.paolacamiciottoli.blogspot.com".
La mia malattia a teatro - Sono
un'attrice teatrale e sono guarita completamente dal tumore al seno quando sono
riuscita a scrivere un testo di teatro di narrazione sulla mia esperienza. L'ho
letto più volte sia in convegni medici sia in incontri di persone con malattie
oncologiche e il silenzio denso che sempre ha accolto le mie parole mi ha dato
la misura di quanto la restituzione di una storia di 'ordinaria malattia' possa
essere terapeutica. Per guarire servono medicine e parole, farmaci e racconti,
volontà e ascolto. Il mio mestiere è regalare parole. Il mio piacere ascoltare
quelle degli altri".
Psiche e corpo: le ragioni del
male - A 29 anni mi fu diagnosticato un carcinoma embrionale al testicolo
destro, con metastasi ai linfonodi retroperitoneali. Dopo l'asportazione del
testicolo e 3 cicli di chemioterapia (in fascia rossa) sono guarito. Ora ho 46
anni. Ma credo proprio, e gli studi universitari in psicologia me lo confermano
sempre più ogni giorno, che la guarigione sia dipesa da diversi fattori, oltre
alle determinanti cure mediche e al tempestivo intervento. All'epoca, era il
1995, mi chiesi: 'Perché mi sono ammalato?'; e ancora: 'Cosa ha da dirmi questa
malattia e che significato profondo ha?'. Ebbene, è stato grazie a un percorso
personale che ho scoperto perché mi sono ammalato proprio in quella parte del
corpo, e sono fermamente convinto che la psiche giochi un ruolo determinante
nel mantenere buono il livello di salute o nel deteriorarlo.
"Una volta scoperto il motivo
profondo della malattia avuta, e dopo aver fatto esami genetici approfonditi
per verificare la presenza o meno di alterazioni nella catena del Dna, ad
esempio (per inciso tali esami hanno dato esito negativo), ho raggiunto un buon
grado di consapevolezza circa le cause scatenanti del cancro che mi ha colpito.
Troppo spesso negli ospedali il paziente è trattato al pari di un insieme di
organi e apparati, senza una storia personale e senza un vissuto psichico che a
mio avviso può aver contribuito alla degenerazione cellulare. Non è un caso che
la medicina abbia riconosciuto che per il tumore al fegato e alle ovaie non sia
da escludere una implicazione di natura psichica. Non vedo perché per gli altri
organi non potrebbe essere così.
"Abbiamo ancora molto da
imparare sul concetto di malattia e di salute. E prima ancora dobbiamo imparare
con molta umiltà - e senza la boria che spesso contraddistingue tanti medici -
a riconoscere che l'essere umano è qualcosa di più articolato di un insieme di
organi e fluidi. Ha una storia, delle emozioni, stati d'animo, abitudini (a
volte nocive) ed esperienze che concorrono a generare una malattia come il
cancro o altre patologie, oppure a far sì che resti in buona salute. Pensare
che una malattia come il cancro sia spiegabile solo con un manipolo di cellule
che degenerano esclusivamente per cause organiche mi pare pura follia e
denuncia peraltro una visone molto riduttiva dell'essere umano. La mia storia
dimostra il contrario. E, come la mia, quella di tante altre persone".
Di protocollo si può anche morire
- Gennaio 2009. Mio marito, 66anni, scopre di avere un K prostatico con
metastasi ossee e linfonodali. La nostra vita non c'è più. Vivo i primi mesi
come su una nuvola, come se stessi vedendo dall'alto scorrere sotto la vita di
un'altra persona. Poi sono scesa di nuovo per terra e, indossata l'armatura, ho
affrontato la battaglia. Sono quasi tre anni, una bella vittoria, e Lui è
ancora qui; stiamo combattendo e il nostro esercito cresce di giorno in giorno:
amore, affetto, solidarietà, gioia di vivere ogni istante con la consapevolezza
che stiamo rubando forza al tumore. Non vinceremo la guerra, perché
l'avversario è una brutta bestia, ma abbiamo vinto tante battaglie e ne
vinceremo ancora.
"Non combatto da sola; lui è
il generale: il suo coraggio, la sua intelligenza, la sua cultura, il suo
grande amore per la vita, per me, per i figli, le nuore e i nipotini sono le
armi; i figli, gli amici, i parenti sono l'esercito. Purtroppo non posso dire
lo stesso dell'assistenza sanitaria convenzionale. Per la medicina generale
entri nel protocollo e di protocollo si muore, per cui se non sei morto entro
il periodo stabilito dal protocollo diventi un fastidio per la comunità e
allora se sei ben attrezzato per andare avanti con le tue forze, bene,
altrimenti entri nel girone dell'inferno e cominci a desiderare di morire.
"Medici preparatissimi sul
protocollo, aggiornatissimi sulle nuove sperimentazioni, professionalmente
ineccepibili, ma convinti più di te che tanto il percorso è segnato. Farmaci
costosissimi che sono, per protocollo e per convinzione degli addetti ai
lavori, solo dei palliativi. Ma noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare il
medico di campagna, quello di una volta, che si siede e ti ascolta, che ti
aiuta con la medicina naturale, che ti telefona per sapere come stai tu e come
sta la tua famiglia, che tiene tutti per mano e ci accompagna lungo il cammino
senza farti perdere mai la speranza. Perché tutto questo non avviene in
ospedale? Perché lì ti senti malato senza speranza? Perché nei protocolli non
viene inserito il concetto che prima di tutto c'è la persona? Nonostante i
protocolli, mio marito è ancora qui e siamo sereni. Quando la malattia ci
concede una tregua riusciamo ancora a sorridere ed a gioire delle piccole cose,
che poi tanto piccole non sono perché abbiamo alle spalle un grande e gioioso
amore".
Di nuovo il calvario della
chemioterapia - "Cinque anni fa il primo intervento seguito da
radioterapia. Poi una lunga pausa costellata di esami di controllo, sempre
negativi. Da febbraio dolori lancinanti "curati" con antidolorifici
senza alcun risultato. Poi a maggio la diagnosi. La malattia è ricomparsa. Lo
stesso tumore di 5 anni fa, ma in forma molto più aggressiva. Inizia il calvario
della chemio, tuttora in corso, pare con risultati incoraggianti. Ci vorrà
ancora molto prima di ritornare alla normalità e comunque nulla sarà più come
prima. Ora sappiamo di dover stare sempre in guardia. La speranza è la sola
ancora di salvezza, la fiducia nei medici e nella ricerca è la sola arma a
disposizione. Questa è una strada che non ammette cadute, crolli o cedimenti,
né fisici né psicologici, né del paziente né di chi gli è accanto. Potrebbe
essere molto difficile riprendersi. Andiamo avanti, sapendo di essere sempre
sotto attacco, vulnerabili ma pronti a reagire".
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