giovedì 6 ottobre 2011


Una terapia per il crollo della fertilità di Raffaella Frullone, 06-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Nel nostro paese la popolazione invecchia. Ogni anno nascono meno di 600 mila bambini,  nel 2010 i neonati sono stati 561.944 contro i quasi 900 mila degli anni Settanta, ovvero circa 150mila in meno di quanto sarebbe teoricamente necessario per mantenere l’attuale dimensione demografica. La popolazione degli ultra sessantacinquenni supera già adesso di oltre mezzo  milione quella con meno di 20 anni, ma al 2031 potrebbe superarla di ben sei milioni e persino il sorpasso numerico della popolazione ultraottantenne sulla popolazione con meno di dieci anni sembra prospettarsi in tempi relativamente brevi.

I dati sono contenuti nella ricerca sulla demografia in Italia presentata ieri a Roma dal titolo: “Il cambiamento demografico. Rapporto- proposta sul futuro dell’Italia” (Laterza, Bari-Roma 2011) curata dal Comitato per il progetto culturale della Cei ed elaborata da Giancarlo Blangiardo, ordinario di demografia presso l’Università di Milano-Bicocca e Antonio Golini, ordinario di demografia presso l’Università La Sapienza di Roma.

Nel dossier viene analizzato il cambiamento che ha investito la famiglia negli ultimi 40 anni. I matrimoni passano dai 400mila l’anno negli anni Settanta ai circa 200mila di oggi.  Sul dato influisce sia lo spostamento in avanti dell’età matrimoniale, oggi attorno ai 30 anni, che la diffusione della pratica della convivenza, ma anche l’aumento di divorzi e separazioni.  Posticipata anche l’età media per avere figli, con conseguente abbassamento del tasso di fecondità di ogni donna che si attesta attorno all’1,4 figli. Lo studio mette inoltre in luce come l’avere pochi figli sia il frutto di un malessere familiare che genera un circolo vizioso: più i genitori percepiscono le difficolta di generare figli, meno ne generano; ma, di conseguenza, il fatto di avere meno figli comporta maggiori debolezze negli scambi generazionali e una sorta di affanno maggiore nell’intera società.

In questo contesto incidono in modo determinante nuovi modelli di formazione e di dissoluzione familiare, la diffusione delle convivenze extramatrimoniali, dei  comportamenti contraccettivi e abortivi,  l’affermazione di stili di vita improntati all’individualismo, il crescente numero di separazioni e divorzi e la conseguente formazione di nuclei familiari monogenitoriali o di famiglie cosiddette “allargate”.

E se i dati certo non rappresentano una novità, nuovo è invece l’approccio proposto dal dossier che, all’analisi, affianca un modello che individua i fattori in grado di influire sull’andamento delle nascite ed esorta ad incidere su di essi. Il primo, come scrive il cardinale Camillo Ruini nella prefazione del documento, è costituito  dagli interventi pubblici, cioè da una serie organica di provvedimenti di lungo periodo rivolti non a premere sulle coppie perché mettano al mondo dei figli che non desiderano, bensì semplicemente ad eliminare le difficoltà sociali ed economiche che ostacolano la realizzazione dell’obiettivo di avere i figli che esse vorrebbero. «Giustificare una politica di questo genere è abbastanza facile – scrive Ruini -  i figli, o le nuove generazioni, sono una necessità essenziale per il corpo sociale e quindi rappresentano un bene pubblico, e non soltanto un bene privato dei loro genitori». 

Accanto  a questo il dossier mette in luce il fattore culturale. Si legge nelle riflessioni conclusive: «L’interpretazione individualistica degli affetti e della famiglia è probabilmente uno degli aspetti più drammatici dell’antropologia “occidentale” contemporanea e sicuramente è tra le cause principali della crisi demografica nella quale ci dibattiamo. Per questo riteniamo che il cambiamento più significativo debba consistere in una concezione dell’individualità secondo la quale la relazione con gli altri non sia limitata a livello operativo o espressivo, ma sia in qualche misura costitutiva dell’individuo stesso; diciamo meglio, della persona».

Alla luce dell’analisi svolta sul cambiamento demografico e sulle sue cause e conseguenze, la ricerca osserva come il problema non possa essere trattato come puramente legato ad una questione di risorse economiche ma debba essere impostato sulla riconsiderazione del ruolo della famiglia quale mediatore  fondamentale delle scelte individuali che incidono sul bene di tutta la comunità.  «Per questo – si legge nel dossier -  occorre un piano nazionale per la famiglia, che non deve avere un carattere dirigistico ma sussidiario. La nostra proposta è che tale piano si caratterizzi per affiancare il cosiddetto gender mainstreaming, volto soprattutto a incentivare il lavoro femminile e le pari opportunità.» Si tratta in sostanza di una strategia di sostegno basata su alcuni pilastri fondamentali quali: agevolazioni alla conciliazione tra lavoro e famiglia che siano di sostegno alle relazioni,  contratti di lavoro che contemplino i tempi di assistenza e servizio alla famiglia, politiche fiscali e abitative a misura di famiglia.

L’obiettivo è dunque un piano nazionale relazionale, societario e sussidiario. Relazionale perché deve rivolgersi alle relazioni familiari e non solo agli individui come tali. Sussidiario perché chiamato a sostenere le domande di servizi da parte delle famiglie e le loro capacita di scelta nella nuova logica delle opportunità, anziché limitarsi a finanziare l’offerta pubblica di servizi. Societario perché la mobilitazione delle risorse e delle opportunità per le famiglie deve venire non solo dagli apparati pubblici, ma anche e soprattutto dai soggetti di società civile.

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