Dal Rapporto sulla demografia un messaggio per Todi di Riccardo
Cascioli, 06-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it
Il Rapporto sulla demografia
presentato dal Progetto culturale della Cei ci dice una cosa molto importante,
oltre ai numeri allarmanti sulle conseguenze del crollo della natalità (potete
leggere i contenuti del Rapporto nel Focus che presentiamo oggi). Ci dice il
profondo nesso tra stabilità della famiglia e natalità e delle perverse
conseguenze che il calo demografico ha sull’economia e sulla società nel suo
insieme. E quindi quanto l’una o l’altra
politica sociale possa influenzare sia la solidità della famiglia sia la
natalità.
Il fatto che nel 2050, a questi
ritmi, avremo un crollo della popolazione in età lavorativa unico al mondo, ad
esempio, avrà ripercussioni negative sull’innovazione e sulla competitività
della nostra economia e quindi sulla capacità di generare ricchezza (per
approfondire le conseguenze economiche del crollo della fertilità vedi anche R.
Cascioli – A. Gaspari, I padroni del pianeta, Piemme 2009). Allo stesso modo
quanto si investe sulla famiglia dice anche l’evoluzione dei tassi di
fertilità.
L’Italia è infatti uno dei paesi
industrializzati dove è più bassa la quota di spesa sociale dedicata alla
famiglia, e in effetti anche il tasso di fertilità è tra i più bassi. Inoltre
il rapporto individua nella legge Dini sulle pensioni (1995) la mazzata
decisiva ai tassi di fertilità nel nostro paese. “La percentuale dei contributi
a carico delle imprese e dei dipendenti è rimasta complessivamente immutata, ma
allora cambiò in modo radicale e definitivo la capacità di finanziamento per una
politica a favore della famiglia”. E dal 1995 al 2010 ben 120 miliardi di euro
sono stati tolti dalle risorse per la famiglia e le donne lavoratrici per
andare a finanziare il sistema pensionistico.
Una politica per la famiglia,
dunque, non significa occuparsi di un settore particolare della società, che ha
una valenza prettamente morale. Un affare per esperti e fissati, insomma. Al
contrario, significa decidere il futuro economico e sociale di un paese, di un
popolo. La stessa cosa si può dire per una politica che accolga la vita, è
fondamentale per invertire la tendenza dei tassi di fertilità che, a loro
volta, saranno decisivi per l’andamento dell’economia.
Vale a dire che i numeri
dimostrano in modo inequivocabile che i princìpi non negoziabili (vita,
famiglia, educazione) sono la base di una politica per il bene comune, sono il
fondamento di una visione globale della società, sono la piattaforma da cui
partono tutte le politiche di settore (economia, immigrazione, energia e via
dicendo). Il che smentisce chi pensa che invece aborto, eutanasia, fecondazione
artificiale, divorzio, scuole paritarie, siano questioni accanto ad altre su
cui non vale neanche la pena puntare troppo in un momento in cui la crisi
economica impone ben altre priorità.
La verità è che non si creeranno
mai sviluppo e posti di lavoro se non si interviene sulle cause strutturali che
sono all’origine della crisi, come appunto il crollo demografico.
E’ per questo motivo che l’unità
politica dei cattolici si fonda proprio sui princìpi non negoziabili: non per
limitare l’impegno politico a singoli temi, ma per affrontare nella prospettiva
giusta tutti i problemi di una società complessa.
E’ ciò che dovranno tenere bene a
mente anche le organizzazioni cattoliche della società civile e del mondo del
lavoro che il 17 ottobre si ritroveranno a Todi, sotto l’egida della Conferenza
episcopale, per rilanciare il ruolo (pre) politico dei cattolici in questo
momento di transizione. Il rischio di cercare l’unità sulle conseguenze (il
lavoro e l’economia) dando per scontato ciò che viene prima (i princìpi non
negoziabili) non è così remoto. Se si vuole dare un contributo originale alla
società italiana è necessario partire con il piede giusto.
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