La giornata mondiale del malato - Per uscire dalla penombra - di Carlo
Bellieni, 10 febbraio 2012, http://www.osservatoreromano.va
La giornata mondiale del malato
serve a riportare all’attenzione di tutti un dato di fatto: la malattia esiste.
Purtroppo in questo la società occidentale ha le idee così confuse che sta
ancora discutendo sulla reale definizione della parola salute.
Di recente sul «British Medical
Journal» un gruppo di lavoro olandese coordinato da Machteld Huber ha fatto un
passo avanti con una proposta interessante: che per “salute” si intenda non più
il «pieno benessere psicofisico e sociale» — come vuole la definizione dell’Organizzazione
Mondiale della Sanità — ma «la capacità di adattarsi e di autogestirsi».
Apprezzabile la prima parte di questa definizione, che sottolinea come la
salute sia la capacità di venire a capo delle proprie vicende, di controllarle
e gestirle, senza che questo implichi un’utopica perfezione; l’attuale
definizione di salute di fatto esclude le persone con malattie croniche dal
sentirsi “in salute” pur quando riescono a convivere col loro disagio.
Meno condivisibile la seconda
parte della definizione data da Huber, perché torna a sottolineare il binomio
salute-autonomia, mentre non è giusto negare che un anziano dipendente dagli
altri per vari bisogni o un disabile non del tutto autonomo possano sentirsi
“sani”.
La confusione su cosa sia la
malattia insomma continua, e tanti si sentono malati (o comunque non sani) pur
non essendolo, e travolti dal peso della pubblicità ricercano rimedi a supposti
difetti puramente estetici. In questa confusione si finisce col non dare la
giusta priorità alle malattie gravi, arrivando a far passare come normali le
endemiche condizioni che affliggono interi popoli come la malaria o la
tubercolosi, e a rispondere al dramma dimenticato delle malattie genetiche rare
con quella falsa prevenzione costituita da aborto o diagnosi preimpianto, le
quali invece di evitare l’insorgere della malattia scartano il malato già
concepito e vivo.
La giornata mondiale del malato
ci ricorda però non solo che esiste la malattia ma anche che esistono i malati:
già, perché nella società competitiva, chi non è all’altezza degli altri
diventa invisibile. I media parlano pochissimo di malattia. Eppure i malati ci
sono, ma restano nella penombra. I siti delle associazioni per disabili sono
ricchissimi di iniziative e innovazioni, ma nessuno ne parla. Il disabile è
invisibile ai media, proprio come il disabile mentale è invisibile al sistema
sanitario, perché ormai i medici sono sempre meno in grado di trattare con chi
non sa esprimersi e non è autonomo («The Lancet», agosto 2008).
In questi giorni di crisi poi —
come denuncia l’associazione inglese Mencap che ha lanciato la campagna «Non
tagliateci fuori» — si rischia che chi ha minor visibilità e forza, subisca le
ripercussioni principali dei tagli che i vari Paesi sono costretti a fare ai
loro bilanci. Questo sarebbe inaccettabile: un Paese è civile se pensa prima ai
più deboli.
Questa giornata ci obbliga infine
a riflettere che nella società occidentale c’è una nuova patologia: il
desiderio ammalato. È una sorta di perdita del gusto delle cose, dovuto alla
perdita degli argini dei desideri, e alla pressione di messaggi che invitano a
soddisfare i capricci per poter vendere qualcosa.
Gli psichiatri francesi Marc
Valleur e Jean-Claude Matysiak nel libro Le desir malade sostengono che
cent’anni fa soddisfare certi desideri sembrava una conquista di libertà, ma
oggi è divenuto una noiosa banalità. «E questo è un problema», scrivono. «È lo
stesso desiderio che si è ammalato, dato che noi ci siamo assuefatti a ogni
soddisfacimento. Forse oggi si soffre meno di rimozione del desiderio, ma
l’isteria è stata rimpiazzata da altre due malattie: la depressione, di cui
soffrono quelli che non hanno più l’energia di difendere, nella competizione
per il piacere, la loro parte di bottino. E la dipendenza» (dal gioco d’azzardo
e dalle varie sostanze d’abuso).
Il desiderio malato, irretito da
bisogni inesistenti, non fa più vedere quelli veri. Neanche i propri. È
un’epidemia, che lascia allo sbando, nella noia pura, chi non sa più cosa
chiedere e per cosa lottare. E fa chiudere gli occhi sui bisogni reali, sulla
malattia e sul malato: disgrazia di un secolo che invece avrebbe le forze se
non di guarire sempre, certamente di curare meglio e di più tutti.
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