Avvenire.it, Commenti, 11 febbraio 2012 - In Olanda si organizza il
«pronto intervento» a domicilio - Eutanasia espressa con l’ambulanza-killer, di
Umberto Folena
L’ambulanza del pronto intervento
sfreccia sulla corsia preferenziale. La sirena ulula. Di giorno. In piena
notte. Quante ne abbiamo sentite e viste? Centinaia, eppure ogni volta
sobbalziamo.
Quella sirena evoca una vita in
bilico. Arriveranno in tempo per salvarla? Per vincere la partita contro la
morte? Un’altra ambulanza sfreccia. Muta, senza sirena, silenziosa come uno
spettro. Un killer letale. Siamo in Olanda – il mese prossimo – e non sappiamo
quale simbolo campeggi sulla fiancata. La croce rossa?
Piuttosto la Jolly Roger, la
bandiera nera con il teschio ghignante e le tibie incrociate. Non sta andando a
salvare una vita umana, ma a porvi fine. L’ambulanza letale è pronta.
L’associazione Right to Die, nei Paesi Bassi, sostiene di essere stata
«costretta» a creare ben sei team specializzati per servire l’eutanasia a
domicilio. Accade, infatti, che un medico di famiglia si rifiuti di accogliere
la richiesta del proprio paziente e non voglia collaborare al suo suicidio. E
la «legittima volontà» dell’individuo di essere aiutato a porre fine alla
propria vita? Ecco la soluzione: ci sarà l’ambulanza letale. Che corre non per
salvare ma per terminare. Impareggiabile icona dei nostri tempi attraversati da
un crescente, disperato impulso autodistruttivo, chiamato eufemisticamente
«diritto all’autodeterminazione». È anche, se vogliamo, l’apoteosi della
consumerist society, la società in cui ogni domanda – ogni capriccio – del
cittadino consumatore è legge. Il consumatore va alle merci? Bene. Non può
andarci? Saranno le merci ad arrivare da lui. A casa ti consegnano la spesa. E
ogni altro bene di consumo. Basta chiedere e pagare, tramite internet o con una
telefonata.
La morte, in quanto
"domanda", assurge alla stregua di una qualsiasi "merce". E
la domanda del consumatore, anche del consumatore di morte, deve incontrarsi
con l’offerta. Questo è il mercato alle sue estreme conseguenze. Sarà pure il
progresso. E saranno reazionari coloro che non riescono a sobbalzare di gioia.
Come i medici olandesi la cui Federazione obietta – sono dichiarazioni rese al
quotidiano britannico Telegraph – che alcuni aspiranti suicidi «potrebbero
essere trattati» e, rendendo loro così semplice l’eutanasia, servendogliela
sull’uscio di casa, metterebbero fine alla loro vita «inutilmente». Non è
difficile immaginare, infatti, che tra i 2.700 suicidi assistiti, che ogni anno
si consumano in Olanda, una buona parte riguardano non ammalati terminali
giunti agli ultimi istanti, senza un affetto e per i quali le cure palliative
possano risultare vane, ma affetti da depressione acuta. Logica vuole che la
domanda di suicidio assistito possa essere avanzata soltanto da chi è nel pieno
possesso delle proprie facoltà mentali. Un depresso acuto può essere
considerato del tutto in sé? E che cosa, responsabilmente, devono fare parenti
e medici?
Assecondare chi non è in sé, o
aiutarlo a superare le sue difficoltà, per quanto gravi siano? Domande
irrisorie, scrupoli ridicoli per quelli dell’ambulanza che corre silenziosa. La
morte a domicilio sarà cantata da alcuni come l’ultima conquista della civiltà.
Per altri sarà l’icona macabra di una società occidentale che non solo sta
perdendo il gusto per la vita, ma sta prendendo gusto per la morte. Non per
sfidarla, come certi temerari (blasfemi) del passato, e irriderla e vincerla.
Ma nel senso che la invita a casa sua, le spalanca la porta e la richiude. Per
sempre.
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