Avvenire e la favola del tempo malvagio di Fabio Spina, 09-11-2011, http://www.labussolaquotidiana.it
Il quotidiano Avvenire il 5
novembre ha pubblicato un articolo dal titolo “Il meteorologo: colpa del clima
cambiato. Alluvioni-lampo peggiori degli uragani”, a firma di Lucia Bellaspiga.
Stavolta ad essere intervistato non è più Luca Mercalli (di cui già abbiamo
scritto), ma il volto noto della RAI
Francesco Laurenzi: comun denominatore dei due meteorologi la passione per il
farfallino e per l’imminente catastrofe climatica.
Della tragica alluvione di Genova
già si è scritto sulla Bussola Quotidiana, ma andiamo a verificare alcune
affermazioni del meteorologo. Ecco la prima:
«E in particolare quest’anno si
registra il picco di “alluvioni lampo”, le cosiddette flash flood, violente e
improvvise, causate dall’ottobre caldissimo[…] fuori dal normale».
Bene, se andiamo a controllare
sul sito del CNR, la temperatura media di ottobre ha avuto un’anomalia di
+0.13°C (circa una linea per chi era abituato con i vecchi termometri della
febbre) rispetto alla media del periodo 1800-2010; messi in ordine è al 72°
posto rispetto all’ottobre più caldo che è relativo all’anno 2001, con
un’anomalia di +2.85°C, mentre quello più freddo è relativo al 1974 con
-3.80°C. In natura, secondo Avvenire, non essere esattamente pari al valore
medio, senza neanche tener conto degli errori, significa essere fuori dal
normale? Un tragico concetto se fosse esteso anche in altri campi.
Passiamo alla seconda
affermazione: «Che il clima è cambiato è evidente dai numeri degli ultimi
disastri», dice Laurenzi presentando i dati delle ultime alluvioni
dimenticandosi i vecchi, anche di quello - impossibile da non citare - del
1970. «Le alluvioni classiche, invece, come quella famosa del Polesine nel
1951, facevano 5 o 6 morti. Come mai? Il fatto è che un tempo pioveva per una
settimana intera, i torrenti pian piano s’ingrossavano, il fiume saliva e si
vedeva, quindi c’era il tempo di reagire, anche di andarsene. Qualcosa è
cambiato con l’alluvione di Firenze».
Purtroppo, a differenza di quanto
affermato da Laurenzi, l’alluvione del Polesine causò 84 morti e più di 180mila
senzatetto. Per quanto riguardo il fatto che “i torrenti pian piano s’ingrossavano”
Laurenzi dovrebbe domandarsi perché a Roma la prima opera che si fece nel 1870
furono gli argini del Tevere; o come mai nel 1868, tanto per fare un esempio,
lo straripamento del torrente Parma causò morti e devastazione e vide
l’intervento della Famiglia religiosa delle Piccole Figlie per aiutare i tanti
poveri e disastrati; o anche come mai nel 1822 proprio a Genova si ebbe quella
che finora è la maggiore precipitazione misurata in Italia in 24 ore. La
Gazzetta di Genova del 30 ottobre 1822 non descrisse un fenomeno lento:
«Nella maggior parte delle
botteghe di detto borgo Pila l’acqua si innalzò a dieci palmi e nella parte più
bassa dirimpetto alla via che conduce al cantiere fino a undici palmi. Né
questa é ancora l’altezza maggiore; perché nella strada dritta verso Albaro
presso la casa di Steria, ov’è di confluente di molti rigagnoli e fossi, si
alzò fino a dodici palmi e mezzo. I danni prodotti da questo funesto accidente
sono immensi. Il borgo della Pila è tutto formato da fondachi, botteghe e
magazzini, ove sono ricchi depositi di olio, di vino, di farine, di panni, ed
ogni altro genere. L’irruenza delle acque fu così rapida che ebbe appena il
tempo di trasportare qualche cosa nei piani superiori e di mettere in salvo le
persone. Insomma a dieci ore di mattina non vi era alcuna apparenza di pericolo
e a un’ora tutto il male era fatto. Molte di dette botteghe avranno un danno di
due o tre mila lire; una fabbrica di cordami avrà una perdita di otto o nove
mila lire, ecc. La perdita di bestiame è stata poco considerabile: la più forte
è di settanta circa in una stalla di Sant’Agata. Che se da questo borgo si
passi ai proprietari degli orti i danni sono forse anche più gravi per
l’estensione delle muraglie abbattute e per la grande quantità di sabbia e di
rottami trascinati sul terreno coltivato. I danni maggiori però diconsi quelli
accaduti nel fossato di Sturla, ove alcune ville sono state affatto devastate.
I guasti sono tali che per alcuni proprietari ascenderanno, dicesi, a lire
ventimila».
Ma andiamo avanti con Laurenzi:
“Lei pensi che Genova ha una media di 100 millimetri di pioggia al mese, ma che
oggi ha raggiunto la punta di 90 mm in un’ora. Con gli ultimi fatti di Roma e
di Genova stiamo superando i quantitativi di pioggia degli uragani, che portano
in media 40/50 mm di pioggia l’ora”.
Ancora una volta il meteorologo
RAI ci trascina in quel fenomeno detto “dittatura della media” in cui
apparentemente si fa credere che sia possibile descrivere la complessità e
dinamicità della realtà semplicisticamente dando il solo valore medio. Cento
sarà pure il valore medio mensile, non si sa calcolato su quale periodo, ma
tutti sanno che i mesi autunnali sono i più piovosi. Ad esempio, riprendendo le
statistiche dell’Istituto idrografico del trentennio 1921-1950, a Genova il
valore medio di ottobre è 151 mm, ma va fatto anche osservare che il minimo del 1948 è 3 mm mentre il
massimo del 1926 è ben 733 mm. Il valore medio non offre alcuna idea della
variabilità del dato.
Inoltre è completamento sbagliato
far paragoni con gli uragani, per i quali - basterebbe leggere la scala
Saffir-Simpson per la loro classificazione - sono importanti i valori
dell’intensità del vento, dell’onda e della pressione, mentre i valori di
precipitazione misurati con il pluviometro al passaggio di un uragano sono
inattendibili essendo affetti da enormi errori, in quanto i venti spirano a 200
Km/h modificando continuamente la traiettoria delle gocce (effetto Jevons).
Ma non è finita: «La cultura
occidentale pensa di poter vivere al di fuori della natura, abbiamo la
presunzione di volerla dominare, non proviamo quel rispetto innato, misto a
timore di altre culture».
Questa è la solita frottola
autodenigratoria di una società sazia che crede di far bella figura ponendo
l’attenzione sugli aspetti generalmente
ritenuti negativi dagli altri, senza comprendere che sta parlando di se stessa.
Non esiste paese al mondo dove non accadono catastrofi naturali, caro Laurenzi.
La invitiamo ad illuminarci con i nomi di qualche nazione dove non accadono.
La verità, purtroppo, è che in
tutto il mondo le catastrofi naturali colpiscono i più poveri e i più deboli.
Anche se qualcuno cerca di farci credere che la causa siano fenomeni climatici
globali, i morti invece sono tragicamente sempre localizzati, spesso in gruppo,
in scantinati o seminterrati dove vivono i poveri o cercano rifugio i più
deboli. Le città nascono sui colli, come i famosi sette di Roma, per poi
estendersi, per l’interesse economico/egoismo di pochi, a macchia d’olio coprendo
tutto il possibile. Sono le maggiori o minori disponibilità economiche a
portare le persone a vivere in aree più o meno rischiose, non la cultura o la
presunzione di voler dominare la natura. Avendone la possibilità, tutti
sceglierebbero di vivere in altura, un bell’attico vista parco, con un sicuro e
comodo parcheggio, di vivere lontano dal pericolo di torrenti.
Avvenire anche stavolta
preferisce alla semplice realtà che tutti conoscono e vivono, la favola del
tempo "malvagio" che grava sui nostri cieli, dei fenomeni ormai
mostruosi. La cultura occidentale, quella che affonda le radici nel pensiero
cristiano, fortunatamente non vede con ammirazione chi teme la natura come se fosse una Dea pagana,
ma preferisce in ogni scelta porsi il problema del discernimento della giusta
misura nel “custodire e coltivare” l’intero
Creato.
“Non abbiate paura di andare
controcorrente!” invitava il Beato Giovanni Paolo II: purtroppo se la paura vince non rimane che
essere solo “cassa di risonanza” delle idee del meteo-farfallino, credendo per
questo di essere più tolleranti e buoni.
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