Avvenire.it, 11 novembre 2011, Processi lunghi e prescrizioni - Pro-memoria
giustizia di Danilo Paolini
Avviso a tutti quelli che si
erano preoccupati per le proposte di legge sul "processo lungo" e
sulla "prescrizione breve": in Italia il processo lungo, lunghissimo,
esiste già e la prescrizione, se non è breve, è quasi certa. Non si tratta
tuttavia di un avviso urgente, se le cose non cambieranno avete anni per
leggerlo prima che si risolva una causa o un procedimento penale che vi
riguarda.
A Bari, il processo sui presunti
abusi nella gestione della Missione Arcobaleno (l’operazione umanitaria voluta
dal governo D’Alema per sostenere i cittadini kosovari fuggiti in Albania per
scampare alla guerra) è cominciato nel febbraio scorso e due giorni fa è stata
fissata la prossima udienza, al 17 maggio 2012. Peccato che il 28 aprile si
sarà prescritto anche l’ultimo dei presunti reati contestati agli imputati. Da
quei fatti sono trascorsi ormai 12 anni, tra arresti (quattro persone finirono
in carcere per tre mesi), avvicendamenti di inquirenti (il pm era Michele
Emiliano fino al 2004, quando venne eletto sindaco di Bari per il Pd), di
giudici (quattro i collegi dal 5 febbraio 2009, data prevista per la prima
udienza, poi rinviata per ben sette volte) e le consuete, immancabili
schermaglie sulla competenza territoriale, che sembra ormai un’opinione. Se ne
ricordino l’Associazione magistrati e le Camere penali, prima di denunciare
rispettivamente il prossimo «tentativo di delegittimazione» e il prossimo
«inaudito attacco al diritto di difesa»: i tempi lunghi, spesso, dipendono
anche da loro, non solo dalla carenza degli organici e dalla cattiva
organizzazione, pure innegabili.
Di certo, gli eventuali colpevoli
avranno di che brindare: l’hanno fatta franca. Ma gli eventuali innocenti non
avranno giustizia: rimarranno sempre "quelli imputati per... ma poi il
reato andò prescritto". Sembra quasi di vedere i giustizialisti di turno
darsi di gomito annotando quella "quasi condanna" a futura memoria. I
puntini di sospensione sono voluti, al posto del caso di Bari si può mettere
uno qualsiasi degli oltre 400 (quattrocento) procedimenti penali che ogni
giorno cadono in prescrizione in Italia. Se poi si volge lo sguardo ai
tribunali civili, il tempo a disposizione per leggere questo avviso rischia di
aumentare e non di poco. La signora Nicolina N. di Avellino, per esempio, ha oggi
97 anni e da 20 è coinvolta in una causa per questioni di eredità: alla
prossima udienza, fissata nel 2014 dalla Corte di Appello di Napoli, si
presenterà centenaria. Un caso limite? Certamente, ma la durata media di una
causa civile resta di 5 anni, escludendo l’eventuale ricorso in Cassazione.
Troppo.
Si potrebbe obiettare che non è
tempo di parlare dell’urgenza di una vera riforma della giustizia, vista la
drammatica crisi economica che morde il Paese. Ma sarebbe un’obiezione
sbagliata, perché un’amministrazione farraginosa e inconcludente della
giustizia rappresenta un enorme spreco di soldi pubblici in termini di consumo
di risorse, di rimborsi per durata non ragionevole dei procedimenti, di
risarcimenti non incassati (nel citato processo di Bari, la Presidenza del
Consiglio e il Ministero dell’Interno sono parti civili, ma a causa della
prescrizione già sanno che non vedranno un centesimo). Al contrario, un sistema
giudiziario ben funzionante genera fiducia interna e credibilità
internazionale, quindi sviluppo. Che cosa dovrebbe spingere un imprenditore
straniero a investire in un Paese, il nostro, dove una controversia commerciale
ha un costo pari a quasi un terzo del suo valore (14% in Germania, 17% in
Francia) e che la Banca mondiale classifica al 157° in quanto a efficacia della
tutela giudiziale? Perché le imprese italiane devono rassegnarsi a rincorrere
un credito per più di tre anni? Secondo il vicepresidente del Csm Michele
Vietti, i ritardi della giustizia civile «ci costano l’un per cento del Pil,
all’incirca 22 miliardi».
Se davvero nascerà un governo di
responsabilità, chiunque venga chiamato a guidarlo ci pensi. Nel frattempo,
auguri sinceri alla signora Nicolina.
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