Avvenire.it, Corpo, spirito e luoghi comuni - Se la genitorialità
biologica viene mandata in serie B di Francesco D'Agostino
In un recente e vivace dibattito
svoltosi nel Comitato nazionale per la bioetica, alcuni membri hanno sostenuto
di non vedere alcuna differenza sostanziale tra genitorialità biologica e
genitorialità sociale. La famiglia, si è sostenuto, è realtà spirituale prima
ancora che naturale; è il luogo degli affetti; vanno considerati e rispettati
come madri e padri coloro che si prendono cura dei figli, proprio e solo perché
se ne prendono cura, più che per il fatto che li hanno procreati e hanno loro
trasmesso un patrimonio genetico. Un’affermazione, questa, molto nobile, che fa
subito venire in mente quanto possa essere profondo e autentico l’amore dei
genitori adottivi verso i bimbi loro affidati e quanto possa essere
giustificato l’appellativo di "padre" e "madre" nello
spirito che viene usualmente rivolto ai religiosi nella tradizione cristiana.
Un’affermazione, però, oltre che nobile, anche molto rischiosa, perché spesso
utilizzata per legittimare l’aspetto più inquietante della procreazione
assistita eterologa, quello in cui il membro sterile della coppia, pur di
divenire genitore "sociale" di un bambino e di poterlo allevare come
proprio figlio, acquisisce (o compra) i gameti di anonimi soggetti, ben
disposti a contribuire alla genitorialità "biologica" del bambino e
nello stesso tempo a rinunciare a qualsiasi forma di genitorialità
"sociale" nei suoi confronti. Su quanto possa essere ammirevole la
genitorialità sociale nelle adozioni non può esserci alcun dubbio. Ma si tratta
pur sempre di un’ esperienza di genitorialità di carattere eccezionale e alla
quale non può essere riconosciuta una dimensione valoriale addirittura
superiore a quella biologica. Non è difficile ricostruire la linea
argomentativa che porta a questo esito: quella sociale sarebbe, in quanto genitorialità
spirituale e intenzionale, una genitorialità di elevatissimo rango; quella
biologica sarebbe invece una genitorialità naturalistica, spesso non
intenzionale e, come tutto ciò che appartiene alla mera natura, non avrebbe
alcun particolare valore, se non di basso rango. Emergono in queste forme di
pur comprensibile sensibilità brandelli di antiche svalutazioni della fisicità
umana (tutte inevitabilmente orientate a ritenere il corpo la «tomba
dell’anima»), tensioni gnostiche (pronte a esaltare gli uomini spirituali – gli
«pneumatici» – contro gli uomini carnali – i «sarchici» –) e pretese
razionalistiche di timbro neoilluministico, i cui limiti e la cui ingenuità
risultano subito evidenti, peraltro, quando si rifletta sull’ansia che spinge
verso la fecondazione artificiale tante persone, che scartano risolutamente
qualsiasi ipotesi di adozione, pur di avere un figlio "procreato"
secondo natura. Il punto è che se lo spirito merita rispetto (questo va da sé),
lo merita anche il corpo, checché ne pensasse Plotino, quando mostrava di
vergognarsi di averne uno. Merita rispetto proprio perché non è spirito, ma
carne; e perché nell’uomo la carne non si riduce a mera fisicità, come negli
animali, ma assume il rango – per usare la misteriosa espressione paolina – di
«tempio dello spirito», un tempio chiamato, per la fede cristiana, a qualcosa
che è al limite dell’incredibile, cioè alla resurrezione. Dal rispetto del
corpo parte il rispetto della persona umana e l’omaggio che rendiamo al corpo è
inseparabile dall’omaggio che dobbiamo alle persone, a tutte le persone. Il
corpo umano che procrea non attiva soltanto dinamiche biologiche, ma anche
profonde dinamiche antropologiche, in particolare nelle donne, che attraverso
la gravidanza, portano avanti con il figlio un dialogo incessante e di ben nove
mesi. Amare i figli, solo perché li abbiamo procreati, onorare i genitori, solo
perché da loro siamo stati procreati, essere solidale coi propri fratelli, nel
nome della comune genitorialità, non è rozzezza fisicistica, ma accettazione
consapevole della nostra autentica identità creaturale. Ed è un amore, quello
governato dai vincoli di familiarità naturale, che nulla toglie al grande
valore delle diverse forme di genitorialità e di fraternità sociale e che non
va mai posto in antagonismo con esso. Attraverso le diverse forme di
familiarità sociale, infatti, lo spirito umano, adottando le modalità della
carne e assumendone perfino il lessico, dimostra fino a qual punto esso debba
rinunciare ad ogni arroganza e ad ogni narcisistica pretesa di primato sul
corpo cui è individualmente e indissolubilmente legato. Almeno sotto questo
profilo, spiegava San Tommaso, gli uomini, creature corporee, hanno un primato
sugli angeli, creature esclusivamente spirituali (e da questo punto di vista
infinitamente superiori agli umani): solo gli uomini e le donne, e non gli
angeli, hanno la misteriosità potenzialità – proprio come Dio – di procreare.
Se si assumesse piena consapevolezza di queste verità antropologiche, tante
pratiche di cessione di gameti, che rendono possibili genitorialità sociali,
creando però nello stesso tempo le riduttive e controverse figure dei genitori
meramente biologici, destinati fin dal principio a non avere alcun rapporto con
i figli nati da loro, apparirebbero per quello che propriamente sono: vere e
proprie forme di umiliazione della dignità della persona umana.
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