I giovani pane e farmaci. I ragazzi delle pillole, boom di
anti-depressivi di Angelo Aquaro - 11/07/2012, La Repubblica - Antidepressivi,
psicofarmaci, stimolanti. Settanta milioni di americani ogni giorno assumono un
farmaco. E anche l’Italia scopre di essere “malata”, http://www.ariannaeditrice.it
Emily ha 28 anni e non sa più
bene chi è. Emily arriva dal Midwest, ha una lavoro da impiegata che la rende
felice, una relazione più che serena e tanti, tantissimi amici. Eppure, ogni
sera, prima di andare a dormire, mentre si strucca davanti allo specchio, Emily
sente quel piccolo brivido correrle ancora lungo la schiena. La colpa, lei lo
sa bene, è proprio di uno dei suo amici: il più fidato, quello di più lunga
data, l’unico che non l’ha mai tradita, quello che inseparabile la segue da
quando aveva 14 anni. Un amico dal nome un po’ buffo ma dalla potenza
micidiale. Prozac. Acid-ò, acid-à / acid-ò, acid-à... Ricordate? Era l’estate
di 15 anni fa e il tormentone di quella band dal nome che era tutto un programma,
proprio Prozac+, prese in ostaggio l’Italia. Beh, 15 anni sono quasi una
generazione e mica è un caso che dall’altra parte del mondo, all’alba dell’anno
2012, il paese più impasticcato del pianeta, cioè gli Stati Uniti d’America,
stia cominciando a fare i conti con la pillolina che ci ha cambiato la vita.
Non è solo questione di Prozac, Tavor, Xanax e — per i più grandicelli —
perfino Viagra. No, non è solo questione di pilloline più o meno potenti e più
o meno colorate. Il fatto è che il boom delle pasticche che fanno sparire la
paura, la malattia e la depressione rischia di fare sparire anche quella che i
filosofi, prima ancora che gli psicologi e gli psichiatri, chiamano da millenni
“coscienza di sé”. Soprattutto nella generazione di chi, come Emily, è nata e
cresciuta a pane & pillole. Qui in America l’hanno già battezzata la
Medication Generation. E i numeri non lasciano nessun dubbio. Il National
Center for Health Statistics dice che il 5 per cento degli americani dai 12 ai
19 anni usano antidepressivi. Aggiungeteci il 6 per cento della stessa fascia
d’età che usa invece farmaci contro il cosiddetto Adhd, il disordine da deficit
d’attenzione e iperattività. Mettete che un altro 6 per cento di adulti tra i
18 e i 39 anni prende antidepressivi. E così ci ritroviamo, per la prima volta,
davanti a una generazione che non solo si impasticca dall’età dell’asilo: non
sa neppure che cosa vuol dire vivere senza pillola.
«Gli adulti che prendono i
farmaci sostengono che la pillola aiuta a tornare a essere quello che erano
prima che la depressione oscurasse la loro personalità», scrive sul Wall Street
Journal Katherine Sharp. «Ma per gli adolescenti dalla personalità ancora in
formazione il quadro è molto più complesso ». Per chi da sempre convive con la
pillola, insomma, «l’assenza di una concezione di sé, precedente al trattamento
medico, impedisce di misurare gli effetti della pillola sullo sviluppo della
personalità». Messa così sembra un incubo da fantascienza. E non è un caso che
da Aldous Huxley a Philip Dick la pillola regna incontrastata in tanti
racconti. Nel “Mondo Nuovo” proprio le pasticche della fantomatica “Soma”
aiutano a ingoiare le vite tutte uguali imposte dal tecnocratico regime. «Tutti
i vantaggi della Cristianità e dell’alcol: e nessuno dei difetti». Così Hux-
ley introduce la pillolina magica che oggi in tanti intravedono come la
profetica progenitrice del Prozac, del Paxil o dello Zoloft che ogni giorno
settanta milioni di americani mandano giù. Ma Katherine Sharp non è una
scrittrice di fantascienza. Il suo “ Coming of Age on Zoloft”, l’adolescenza
allo Zoloft appunto, è una denuncia in prima persona dei rischi di crescere con
gli psicofarmaci. E l’allarme che ha lanciato dal giornale di Wall Street è un
campanello per tutti noi. Che fare quindi? Benedetto Vitiello, uno dei più
grandi esperti in materia, responsabile della ricerca sull’infanzia al National
Institue of Mental Health, riconosce che il problema è prima di tutto
culturale. «Ricordo quando per la prima volta sono sbarcato qui trent’anni fa»,
dice a Repubblica. «Ero ospite in casa di un collega, a Philadelphia. Scendo
per fare colazione e la moglie, gentilissima, aveva già apparecchiato per
tutti. E accanto a ogni bicchiere, insieme al latte e al succo di frutta, ecco
lì la bella pillolina. “E questa? ”, ho chiesto preoccupato. “Ma è la vitamina
quotidiana”, mi ha risposto lei tranquilla». Naturalmente — o meglio sarebbe
dire artificialmente — su quella strada trent’anni dopo si è avventurato mezzo
mondo. Italia e isole comprese. Certo: gli americani ci danno sempre una pista.
Il New York Times ha lanciato l’ennesimo allarme per i ragazzini. Sempre loro,
quelli della medication generation, si fanno prescrivere gli stimolanti —
fingendo si soffrire di Adhd, il deficit d’attenzione — per affrontare meglio i
periodi di stress scolastico e presentarsi con più grinta agli esami. Dalla
pillola per risolvere un problema alla pillola che già tra i giovanissimi si
trasforma dunque nell’aiutino proibito. Doping. Droga. Ce ne sarebbe abbastanza
per gridare allo scandalo. Ma una giornalista d’inchiesta, Kaitlin Bell
Barnett, ha scritto un altro libro per invitare a non generalizzare. “ Dosed”,
cioè appunto “dosati”, ha un sottotitolo ancora più esplicito, “Così cresce la
Medication Generation”, e racconta le storie di cinque ex adolescenti che, come
lei, sono cresciuti a pane, pillole e depressione. «Ci sono passata anch’io»,
racconta ora. «Ma ho voluto indagare meglio proprio perché, leggendo su
giornali e blog certe storie, ho scoperto che gli approcci non sempre sono
stati positivi come il mio». La parola chiave è “differenza”: «Non tutti
rispondiamo allo stesso modo ai farmaci. E le storie personali e i contesti
familiari possono fare davvero la differenza». Ok, ma non sarà che dietro il
proliferare delle pillole si nasconda la longa manus dell’industria
farmaceutica? In fondo la medication generation è cresciuta di pari passo con
il via libera dei cosiddetti “spot al consumatore”. È solo dal 1996 che negli
Usa è permessa la pubblicità dei farmaci per il fai-da-te dei disturbi mentali,
sognanti caroselli dove basta una pillola per sentirti subito meglio: e chi
vuoi che poi — malgrado la voce fuori campo — legga attentamente le avvertenze?
Del resto, che la generazione-pillola sia una pacchia per Big Pharma non è mica
un segreto: gli esperti lamentano, per esempio, la mancanza di studi
specializzati sui rischi, che come si sa richiedono fior di finanziamenti. «Una
certa teoria biologica dice che il cervello in via di sviluppo dei bambini
potrebbe “sintentizzarsi” proprio per colpa dell’abuso dei farmaci», aggiunge
Vitiello. «Ma dati certi non ne abbiamo. Certo è solo che il farmaco non
dovrebbe mai essere il primo rimedio. E andrebbe assunto dietro intervento
medico. E con l’attenta partecipazione dei genito- ri». Ma tutto lascia pensare
che la medication generation si lascerà accompagnare dalle medicine per tutta
la vita. «Già oggi», ricorda l’esperto «una persona di 65-70 anni prende in
media 5-10 farmaci al giorno. E mica solo per curarsi. Per prevenzione: per non
ammalarsi. La pasticca per il controllo del colesterolo, la pasticca per la
pressione, la pasticca per il controllo del diabete, la pasticca per il
controllo della tiroide, per incrementare la memoria... ». Figuriamoci che cosa
succederà adesso che l’impasticcamento comincia da bambini. O no? Kaitlin, la
giornalista di “ Dosed”, vede un po’ meno nero: «Non solo non ci sono prove che
chi assume i farmaci da piccolo sia più esposto all’abuso dei farmaci da
grande. Al contrario, ci sono studi che dimostrano come i giovani che si
impasticcano già da piccoli da grandi tendono poi a rapportarsi in una maniera
più corretta con i farmaci: più informata ». Non tutta la medication
generation, insomma, vive i tormenti di Emily, che 14 anni dopo resta ostaggio
delle sue pasticche: la pillola che ci rende tutti uguali devono ancora
inventarla.
Tante altre notizie su
www.ariannaeditrice.it
Nessun commento:
Posta un commento