lunedì 10 settembre 2012


Paralimpiadi, i campioni felici della seconda vita, di Andrea Malaguti, 10/9/2012, http://www.lastampa.it/

La seconda vita. Quando ha tagliato il traguardo sul Mall e ha alzato le braccia al cielo davanti a Buckingham Palace, David Weir, l’uomo più veloce della Terra su una carrozzina, ha capito di averla azzeccata.

Migliaia di persone stavano gridando il suo nome. E più che impazzite erano innamorate. Piene di quell’affetto che si consegna soltanto a chi ti sembra esattamente come te. Però un po’ meglio. Una cosa che non riesce con Usain Bolt. Un gigante, ovvio. Lo ammiri, lo sogni, però sai che non lo raggiungerai mai. E’ nato con qualcosa di più, un dono, ma in fin dei conti è solo un atleta. Weir no. Weir è nato con qualcosa di meno, le gambe. Ma certamente è un uomo. E la seconda parte della sua esistenza se l’è dovuta inventare. Ha scelto lo sport. Sembrava un’idea sbagliata. Ma chi lo decide che cosa puoi o non puoi fare davvero?

Salendo sul podio per ricevere il suo quarto oro (questa volta nella maratona), per prima cosa ha preso in braccio il figlio Mason, un anno. L’ha baciato e gli ha detto: «E’ bello averti qui». Il piccolo si è sistemato il ciuccio. Poi ha lasciato scivolare uno sguardo indimenticabile sulla folla che adorava il papà. David gli ha fatto passare la testa bionda sotto la medaglia d’oro che brillava prepotente alla luce bassa del sole londinese e ha allargato le braccia per stendere orgoglioso la bandiera britannica. Al momento dell’inno c’erano sessanta milioni di persone nel Paese a cantare con lui. Come era successo anche per Ellie Simmonds, per Martine Wright, la giocatrice di sitting volley mutilata dall’attentato alla metropolitana del 7 luglio 2005, oppure per gli italiani Alex Zanardi e Cecilia Camellini. Un incantesimo collettivo.

La Bbc ha cercato la moglie di Weir. Perché lo ami? «Semplice, è l’uomo più felice che abbia mai visto». E senza saperlo stava rispondendo anche a un’altra domanda nascosta: perché queste Paralimpiadi sono state un successo planetario e hanno spinto tre milioni di spettatori a riempire stadi e piscine che in agosto - quando erano Phelps e Mo Farah a dare spettacolo - mostravano vistosi vuoti durante le qualificazioni? Uomini e donne felici, eccola la risposta. Di che cosa? Di essere al mondo.

Jonnie Peacock a cinque anni ha scoperto di avere la meningite. L’hanno portato in ospedale d’urgenza. Operato. Il medico ha scosso la testa. «Non passa la notte». L’ha passata. Ma ha lasciato sul tavolo del chirurgo una gamba. La scorsa settimana ha corso i cento metri contro Oscar Pistorius. Oro. In 10 e 90. Un tempo folle. «Ho perso una gamba, ma il cuore e i muscoli no». Più o meno la stessa riflessione che, dall’altra parte dell’Oceano, stava facendo nelle stesse ore alla Convention democratica l’ex pilota di elicotteri Tammy Duckworth, quarantatreenne gravemente ferita in Iraq, già ministro di Barack Obama.

Anticipando il discorso di Michelle, Tammy aveva attraversato il palco mostrando le protesi sotto un vestito elegante. Quindi, replicando alla ola che l’aveva accolta, lei, incarnazione perfetta di una generazione che si rifiuta di portare la propria disabilità come se avesse sulla coscienza un crimine passato sotto silenzio (e ovviamente inespiato), aveva detto serena: «Non ho perso la vita, solo le gambe». Aria nuova. Fresca. Contagiosa.

Ieri notte, alla Cerimonia di Chiusura, Lord Sebastian Coe, Gran Maestro dei Giochi, si è congedato con queste parole: «Le Paralimpiadi hanno avuto l’effetto di uno sciame sismico sulla vita dei cittadini britannici. E suppongo di tutto il mondo. Nessuno di noi guarderà più lo sport nello stesso modo». Voleva dire che abbiamo tutti una seconda vita davanti. Basta rifiutarsi di diventare uomini e donne senza energia che si lasciano trascinare dalla sorte. «Non è questa la lezione di Londra?». Mentre i Coldplay incantavano gli ottantamila dello stadio Olimpico, la risposta è diventato un boato che ha attraversato il Paese da Aberdeen a Dover.

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