AMBIENTE/ Kyoto chiama Montreal… ma Pechino non ci sta - INT. Michela
Maione, venerdì 11 novembre 2011, http://www.ilsussidiario.net
Due appuntamenti internazionali
importanti, anche se purtroppo probabilmente non decisivi, per la tutela
dell’ambiente e per migliorare lo stato di salute del Pianeta ci aspettano
nelle prossime settimane. Inizia lunedì 14 novembre a Bali (Indonesia) il
“Montreal Protocol MOP 23”, la periodica Conferenza delle Parti che presiede la
gestione e l’attuazione del Protocollo di Montreal per la protezione dello strato
d’ozono stratosferico. Poco dopo, dal 28 novembre al 9 dicembre a Durban
(Sudafrica) si tiene la più nota conferenza sul clima, la “UNFCCC Climate
Conference COP17-CMP7”: è la Conferenza delle Parti della United Nations
Framework Convention on Climate Change (UNFCCC), che dovrà discutere sul futuro
del Protocollo di Kyoto che scade nel 2012 e decidere sulle azioni future per
combattere i cambiamenti climatici.
In vista di queste scadenze,
abbiamo chiesto un contributo a Michela Maione dell’Università degli Studi di
Urbino, che da anni si occupa di chimica dell’atmosfera.
Il Protocollo di Montreal e il
Protocollo di Kyoto sono due importanti accordi internazionali creati per porre
rimedio a due fenomeni di rilevanza globale: Il buco dell’ozono e il
riscaldamento dell’atmosfera terrestre. I due protocolli si basano su
meccanismi di implementazione differenti ed hanno avuto diverse fortune; eppure
in Protocollo Montreal, nato per proteggere la fascia di ozono, potrebbe dare
una mano al Protocollo di Kyoto e quindi al clima del nostro Pianeta. Per
capire come, è necessario comprendere quali sono gli aspetti che accomunano due
fenomeni così diversi.
Il buco dell’ozono è provocato
dalle emissioni di gas di sintesi utilizzati in molteplici applicazioni, come
la refrigerazione mobile e fissa, la creazione di materiali isolanti,
l’estinzione degli incendi, l’industria dei solventi ecc. Grazie alla loro
stabilità, questi gas sono in grado di raggiungere gli strati più alti
dell’atmosfera, là dove si trova lo strato di ozono che ci protegge dalle
radiazioni UV provenienti dal sole. Gli atomi di cloro e bromo che questi
composti contengono sono infatti in grado di “mangiare” l’ozono, privandoci
così di un importante scudo protettivo e provocando, tra le altre cose, un
aumento dell’incidenza dei tumori alla pelle.
Il Protocollo di Montreal del
1987 è un accordo internazionale che ha imposto la messa al bando, in termini
di produzione e commercio, dei gas responsabili della distruzione dell’ozono. A
distanza di un quarto di secolo, il Protocollo di Montreal si è rivelato uno
strumento estremamente efficace e costituisce un ottimo esempio di come un
accordo “politico” internazionale abbia potuto risolvere un importante problema
ambientale. Infatti, la concentrazione atmosferica dei composti dannosi per
l’ozono ha finalmente iniziato la sua fase discendente.
È vero che il “buco” finora non
accenna a chiudersi, ma questo solo perché i composti che ne sono responsabili
hanno una vita così lunga che sarà necessario aspettare qualche decina di anni
prima di assistere ad una riduzione significativa del carico di cloro e bromo
emessi nella nostra atmosfera nell’arco di alcuni decenni di utilizzo
indiscriminato. Le previsioni degli scienziati sul recupero della fascia di
ozono sono comunque ottimistiche, così come le proiezioni circa la diminuzione
dell’incidenza dei tumori alla pelle.
Il riscaldamento globale è
provocato dall’accumulo in atmosfera dei cosiddetti “gas serra” che, capaci di
assorbire la radiazione infrarossa emessa dalla superficie terrestre,
trattengono calore provocando un aumento progressivo della temperatura globale
con conseguenze molto gravi sul clima del Pianeta. Alcuni gas serra sono di
natura esclusivamente antropogenica, altri hanno anche origine naturale. Alla
base del loro accumulo ci sono l’aumento del fabbisogno energetico, di quello
alimentare e le attività industriali.
Anche i gas serra sono regolati
nell’ambito di un accordo internazionale, il Protocollo di Kyoto del 1997, che
ha richiesto ai paesi firmatari un contenimento, entro il 2012, delle emissioni
dei gas serra a livelli inferiori del 5% rispetto a quelli del 1990. Come ben
noto, gli accordi di Kyoto hanno avuto una vita molto tormentata; colossi
economici come gli USA non hanno aderito al Protocollo e gli obiettivi di
contenimento sembrano lontani dall’essere raggiunti.
Tuttavia questi due fenomeni
hanno qualcosa in comune: i gas dannosi per l’ozono, la cui produzione è ora
vietata grazie al Protocollo di Montreal, sono anche potentissimi “gas serra”,
fino a migliaia di volte più efficaci della ben più nota anidride carbonica.
Pertanto i meccanismi di contenimento implementati con successo sotto il Protocollo
di Montreal per contrastare l’assottigliamento dello strato di ozono, di fatto
finora hanno contribuito a limitare le emissioni di “gas serra” molto più di
quanto non abbia potuto fare il Protocollo di Kyoto con il suo iter così
problematico.
D’altra parte, l’industria
chimica, nel momento in cui ha dovuto affrontare il problema di trovare
un’alternativa ai composti dannosi per l’ozono in tutte le loro numerose
applicazioni, lo ha risolto con la creazione di composti, noti con la sigla HFC
(idrofluorocarburi) che, pur mantenendo le caratteristiche tecnologiche dei
loro predecessori, non contengono cloro e bromo e quindi non danneggiano
l’ozono. Tuttavia essi conservano la
loro capacità di agire come gas serra e sono pertanto entrati a buon diritto a
far parte del paniere di Kyoto.
Ora, poiché i meccanismi di Kyoto
non si sono dimostrati particolarmente efficaci, è stata avanzata la proposta
di includere anche gli HFC nel protocollo di Montreal, applicando loro le
stesse modalità di controllo di produzione e commercio già implementate con
successo per i composti dannosi per l’ozono. La proposta non è priva di senso:
è infatti vero che gli HFC non danneggiano l’ozono, ma è anche vero che sono
stati creati proprio per fare fronte alla necessità di sostituire sostanze
ozono-distruttici.
Tuttavia, come spesso accade, gli
interessi economici stanno ostacolando questo processo. Nei prossimi giorni a
Bali si terranno le annuali negoziazioni sulla protezione dell’ozono
stratosferico e l’inclusione degli HFC nei meccanismi di riduzione di Montreal
- sostenuta da 91 Paesi, tra cui Usa, Unione Europea, Canada e Messico -
rischia di essere ostacolata da Cina e India (e in parte anche dal Brasile) che
vorrebbero rimandare la decisione al prossimo anno. Questi Paesi, infatti,
temono fortemente che si crei un pericoloso precedente, ovvero che negoziazioni
riguardanti i gas serra vengano “spostate” dal Protocollo di Kyoto - un
trattato che presenta grandi vantaggi per i Paesi in via di sviluppo in quanto
impone il grosso degli obblighi ai Paesi sviluppati - al Protocollo di
Montreal, che comporta invece vincoli obbligatori per tutti i firmatari.
Inoltre, poiché gli HFC sono gas serra fino a migliaia di volte più potenti
dell’anidride carbonica, essi ricoprono un ruolo cruciale nel mercato dei
crediti di carbonio - su cui si basa il Protocollo di Kyoto - che finora hanno
portato grandi vantaggi economici ai Paesi in via di sviluppo.
C’è solo da sperare che le
posizioni dei tre paesi contrari rimangano isolate e che il Protocollo di
Montreal, che l’anno prossimo compirà 25 anni, possa festeggiare degnamente
questo importante compleanno ampliando il proprio mandato.
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