ABORTO/ Il problema della legge 194 è davvero l'obiezione di coscienza?
Di Lorenza Violini, venerdì 11 novembre 2011
L’obiezione di coscienza intesa
come diritto fondamentale a non compiere azioni contrarie al proprio più intimo
sentire nasce nel nostro ordinamento
come risposta a un’emergenza: dopo un lungo braccio di ferro tra pacifisti e
Ministero della Difesa, la legge Marcora codificò la possibilità di sostituire
alla classica naja il servizio civile per tutti coloro che, rifiutandosi di
svolgere il servizio militare, si erano resi loro malgrado protagonisti di
lunghi processi e avevano subito aspre
condanne da parte delle autorità militari.
È nel corso di questi processi
che, in risposta a una questione di costituzionalità circa l’obbligatorietà del
servizio militare, la Corte Costituzionale – richiamandosi all’art. 2 Cost sui
diritti fondamentali dell’individuo – identifica nell’obiezione di coscienza un
diritto fondamentalissimo, per quanto non espressamente citato, basandosi
sull’esigenza di offrire una tutela alla primaria forma di libertà personale,
la libertà di coscienza.
Non si tratta, ovviamente, di una
libertà indiscriminata, bensì di una forma di soluzione di quei conflitti –
tutto sommato rari – tra beni giuridici di particolare rilevanza quali, nel
caso presente, l’esigenza di non vedersi costretti a imbracciare armi destinate
per loro natura all’eliminazione fisica dei nemici, un conflitto quindi tra
dovere di difesa della patria e compimento di un omicidio, seppur perpetrato in
nome di alti ideali.
La storia europea documenta la
fondatezza delle concezioni enunciate dalla Corte Costituzionale: dalla
Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 fino al processo
di Norimberga, la civilità giuridica
occidentale ha messo a proprio fondamento il principio secondo cui nessuno può
essere costretto ad agire per commettere un crimine, a fortiori qualora il
crimine sia rivolto a discapito del bene vita.
Nella Dichiarazione del 1789 si
afferma, infatti: «il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei
diritti naturali e imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà,
la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione».
È questo il contesto in cui va
collocato il diritto all’obiezione di coscienza di quel 70,7% di medici che
oggi, nelle realtà ospedaliere italiane, esercitano la propria libertà di
coscienza nei confronti dell’interruzione volontaria di gravidanza. Il grande
seguito del diritto all’obiezione di coscienza nei confronti delle pratiche di
interruzione volontaria di gravidanza è una realtà, come emerge anche
dall’ultima Relazione del Ministero della Salute prestata al Parlamento; una
realtà davanti alla quale non si può restare indifferenti.
Ma quali sono le implicazioni di
questa realtà? Il rischio è che l’obiezione di coscienza, riconosciuta
espressamente nell’art. 9 della legge 194, possa svuotare di contenuto e di
efficacia le disposizioni ivi racchiuse? Il punto focale è veramente la messa
in discussione del riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza?
Già in fase di redazione della
legge n. 194 era emerso il timore che l’introduzione del diritto all’obiezione
potesse vanificare gli obiettivi raggiunti e cristallizzati nella legge, come
però d’altra parte era emersa la necessità di tale introduzione e di tale
riconoscimento, una scelta obbligatoria, percepita come costituzionalmente obbligata.
Così si esprimevano nella Relazione della Commissione Sanità della Camera, gli
onorevoli Del Pennino e Berlinguer: «non era parso ammissibile vietare il
ricorso all’obiezione di coscienza in una materia che coinvolge così delicate
questioni di principio e in cui l’imposizione per legge di un determinato
comportamento configurerebbe, essa sì, una violazione costituzionale».
Come affrontare questo problema
senza venir meno a uno dei canoni fondanti del nostro ordinamento? La risposta
deve essere di tipo organizzativo, mai da scelte sostanziali che compromettano
anche solo surrettiziamente, il diritto all’obiezione di coscienza.
Una postilla: così come posta nel
dibattito attuale, la questione pare si riduca a un conflitto fra diritti e in
una compressione della libertà di scelta della donna. Sarebbe invece
interessante interrogarsi sul senso di un così diffuso malessere della classe
medica di fronte agli aborti tardivi e chiedersi come mai tanti medici, quindi
persone che hanno a che fare tutti i giorni con la salute e con la vita dei
pazienti, decidano di fare un passo indietro per non rendersi protagonisti o
partecipi di una scelta drammatica, quella
di interrompere, con la gravidanza, anche una debole vita nascente.
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