SPECIALE TEOLOGIA DEL CORPO: DELLA CREATURALITÀ, DELLA RELAZIONE E
DELLA REDENZIONE - Il contributo della teologia del corpo per il rinnovamento
della filosofia d'ispirazione cristiana
ZI11111203 - 12/11/2011
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ROMA, sabato, 12 novembre 2011
(ZENIT.org).- “Della creaturalità, della relazione e della Redenzione”. Questo
è il titolo della terza conferenza, che riportiamo nel nostro Speciale sulla
TDC. E' stata pronunciata da Guido Traversa, professore associato di Filosofia
morale presso l'Università Europea di Roma (UER).
***
“Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio” (Mt 5, 7)
“Il fatto che la teologia
comprenda anche il corpo non deve meravigliare né sorprendere nessuno che sia
cosciente del mistero e della realtà dell’Incarnazione. Per il fatto che il
Verbo di Dio si è fatto carne, il corpo è entrato, direi, attraverso la porta
principale nella teologia, cioè nella scienza che ha per oggetto la divinità.
L’incarnazione - e la redenzione che ne scaturisce - è divenuta anche la
sorgente definitiva della sacramentalità del matrimonio…” (Giovanni Paolo II,
Teologia del corpo. Udienze generali 1979-1984, Udienza del 2 Aprile 1980, n.4)
“Lo sposo del Cantico dei cantici
esclama: “Tutta bella tu sei, amica mia” (Ct 4, 7) e la chiama: “Sorella mia,
sposa” (Ct 4, 9). Non la chiama col nome proprio, ma usa espressioni che dicono
di più. Sotto un certo aspetto, rispetto all’appellativo di “amica”, quello di
“sorella”, usato per la sposa, sembra essere più eloquente e radicato
nell’insieme del Cantico, che manifesta come l’amore riveli l’altro.” (Ivi,
Udienza del 30 Maggio 1984, n.1)
Il ‘corpo in generale’ ha
dimensioni che possono variare in base al tipo di geometria adottato, o al
campo fisico in cui si trova.
Un corpo naturale o artificiale
può assumere vari significati in base al contesto culturale a partire dal quale
viene percepito, valutato ed eventualmente utilizzato.
Di certo anche il corpo umano non
va – e non è andato – esente da questa relatività del contesto
teorico-interpretativo e pratico-culturale. Basterebbe leggere una accurata
storia della medicina1, o un rigoroso manuale di antropologia culturale per
esserne sicuri: anche il corpo umano, non fosse altro che come oggetto di cura,
è costitutivamente inserito nella – risente e in alcuni casi patisce la – ‘grammatica’
dell’’intero’ socio-storico-culturale in cui nasce, diviene e muore.
Eppure questo dato innegabile non
è detto che debba portare dalla esperienza della mutua relatività dei diversi
contesti storici – sia a livello diacronico, sia a quello sincronico – al
relativismo ontologico del corpo in generale e di quello umano in particolare.
Che questo passaggio non sia necessario lo dimostra il fatto che nella storia
umana – e in ciascun suo periodo – ogni contesto viene valutato, sia dal suo
stesso interno, sia dagli altri contesti, dal punto di vista etico, politico,
estetico, religioso. Il fatto stesso della costanza intraculturale della
valutazione di un alcunché mostra che quel ‘qualcosa di determinato’ esiste ed
esiste, appunto, indipendentemente dalle condizioni in cui è e diviene. E’
l’esistenza stessa della ‘valutazione’, erronea o giusta che sia, a mostrare
che il ‘valutato’, in questo caso il corpo e quello umano in particolare, non è
identico alle tante, molteplici, valutazioni che se possono ( e in alcuni casi
debbano) dare.
Non credo che a chi studia,
insegna e pratica il pensare filosofico possa stupire il fatto che alla fine ci
si imbatta nel rapporto Uno-Molti: infatti di cosa abbiamo parlato fin qui se
non di ‘un’ qualcosa, del corpo, e dei ‘molti’ contesti valutativi in cui si
presenta. In più: in ciascuno dei due ambiti il rapporto unità-molteplicità è
sua volta presente: si parla di ‘un’ corpo e poi di fatto sono molti, si parla
dei ‘molti’ contesti e poi ciascuno di essi è ‘uno’. Il rapporto logico tra
l’uno e i molti si ripete in ciascuno dei due termini anche se separatamente
assunti.
Da ciò consegue un ulteriore
ordine di considerazioni che portano dal piano logico a quello ontologico: se
l’uno è uno e molti e se i molti sono molti ed uno, allora ciascuna unità è ed
ha una identità non univoca ma portante in sé la distinzione, non solo quella
esterna che pone in relazione le diverse identità tra loro (molteplicità), ma
anche una distinzione interna (a tipo unità non analitica)2 .
Si tratta non più del solo piano
logico, ma di quello ontologico: ne va infatti dell’identità di un ente che
esiste: è e diviene.
Se parliamo del corpo umano,
della sua esistenza nel tempo, del suo agire e patire, delle sue passioni, dei
suoi atti, delle sue finalità biologiche e/o etiche e/o spirituali, allora il
termine ‘diviene’ viene in primo piano, quasi più dell’essere stesso. E’ il
divenire di qull’’è’ che, appunto, esiste a mostrare, ad esibire, il carattere
non univoco dell’identità dell’essere umano, dell’essere corporeo umano, a
mostrare la distinzione interna alla stessa identità3. Il divenire del corpo
umano è in sé molteplice: diviene, sotto molti aspetti, secondo l’ordine
biologico e fisiologico, diviene, sotto molti altri aspetti, in modo ‘attivo’,
libero e volontario, intersoggettivo, ‘in rapporto a’, ‘in relazione con’,
‘partecipando di’.
Ma le due dimensioni, quella
fisiologica e quella libera non sono tra loro tanto distinte da non essere e
rimanere insieme fondate nella identità in sé distinta dell’essere umano,
dell’essere corporeo umano. Basti pensare, da un lato, a quanta umanità può
accompagnare tanti momenti del divenire naturale e fisiologico: a come il
nascere ed il morire possano mostrare il carattere eminentemente umano. Dall’altro
lato, basti pensare a quanti atti liberi, propriamente spirituali si nutrono
della bellezza delle emozioni fisiologiche, l’essere genitore ne può essere un
esempio nel tempo.
Anche queste poche e veloci
considerazioni che abbiamo fin qui illustrato mostrano che la questione del
corpo umano non possa non riguardare la filosofia, le filosofie, dal punto di
vista logico, ontologico ed etico. Ma perché dovrebbe riguardare, in modo
specifico, alla filosofia che si nutre dell’esperienza religiosa e a quella d’ispirazione
cristiana, ad un suo possibile rinnovamento? Il corpo non può essergli estraneo
anche solo per un motivo teologicamente non dimenticabile: il carattere
creaturale del corpo, motivo su cui permane il rapporto dell’uomo con Dio e di
Dio con l’uomo.
“Agere sequitur esse” questa è la
forma, quasi ne fosse l’espressione scultorea – bloccata nelle tre dimensioni
spaziali – e in musica – che diviene nel tempo – dell’umano agire, sia nella
singola persona, sia dell’umanità. Nell’identità dell’essere dell’uomo si
compongono l’essentia e l’actus essendi ricevuto da Dio; l’essere creatura è
l’essere questa compositio di essenza e atto d’essere; ma forse, molto del
carattere di sacramento dell’atto d’essere ricevuto si mostra ed è non tanto
nell’essere in quanto tale e/o nell’agire in quanto tale, ma nel sequitur; e
per farne esperienza basta contemplare un aspetto in particolare: l’actus
essendi nella compositio, che si fa immagine e somiglianza di Dio4, si
‘abbassa’ a potenza dei nostri stessi atti5, del nostro agire. In ciascuno di
noi si ripete la Kenosi, la Shechinah di Dio all’uomo, il nostro atto d’essere
si ‘abbassa’ ad essere potenza del nostro libero agire: da questa miracolosa
possibilità sorge la nostra responsabilità all’interno della Redenzione come
compiutezza dei tempi.
Se anche solo il corpo, con la
sua possibile bellezza, con le sue possibili armonie, con le sue possibili
tristi contrazioni, con le sue possibili disarmonie, dia a pensare ed esperire
qualcosa di simile alla Kenosi di Dio, allora il corpo è veramente un ‘luogo
teologico’.
1 Cfr., Mirko D. Grmek, Il
concetto di malattia, in Storia del pensiero medico occidentale, a cura di
Mirko D. Grmek, Ed. Laterza, Roma-Bari 1998.
2 Cfr. G. Traversa, Metafisica
degli accidenti. Dalla logica alla spiritualità: il tessuto delle cose,
manifestolibri, Roma 2004.
3 Cfr. L. Scaravelli, Critica del
capire, in Id., Critica del capire e altri scritti, La nuova Italia, Firenze
1968; R. Guardini L’opposizione polare. Saggio per una filosofia del concreto
vivente, trad. it. di G. Colombi, Morcelliana, Brescia 1997; C. Fabro, La
nozione metafisica di partecipazione secondo S. Tommaso d’Aquino, Id., Opere
complete, ed del Verbo Incarnato, Segni (RM), 2005; e G. Traversa, op.cit..
4 Basilio di Cesarea così scrisse
per una sua Omelia: “ Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza. L’una la
possediamo mediante la creazione, l’altra la realizziamo per libera scelta;
nella prima costituzione coesiste con noi l’essere fatti ad immagine di Dio;
per libera scelta si realizza per noi l’essere a somiglianza di Dio. Ciò che è
secondo libera scelta esiste in noi in potenza, ma ce lo procacciamo con
l’azione. Se mentre ci creava il Signore non avesse detto, nella sua
precognizione: “Facciamo” e “a somiglianza”, se non ci avesse fatto dono della
potenza di diventare a somiglianza, non avremmo potuto accogliere con le sole
nostre capacità la somiglianza a Dio. Ora invece Egli ci fece in potenza atti
ad assumere la somiglianza con Dio. Conferendoci la potenza di assimilarci a
Dio, lasciò a noi di essere operatori della somiglianza con Dio, affinché
nostro fosse il premio dell’opera nostra, affinché non fossimo come immagini
create da un pittore, ferme in una posizione qualsiasi, affinché ciò che
appartiene alla nostra assimilazione non recasse lode ad altri”. L’origine
dell’uomo. Omelie, in Id., L’uomo immagine somigliante di Dio, trad. it. di G.
Pini, Paoline, Milano 1991, p.208.
5 Cfr. C. Fabro, op. cit, p. 329.
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