SPECIALE TEOLOGIA DEL CORPO: LA CULTURA DELLA VITA - La teologia del
corpo e la cultura della vita
ZI11111202 - 12/11/2011
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ROMA, sabato, 12 novembre 2011
(ZENIT.org).- Come secondo testo nel nostro Speciale, riportiamo la conferenza
"La teologia del corpo e la cultura della vita", di Giorgia
Brambilla, professore a contratto presso l'APRA e redattrice della rivista
Studia Bioethica.
***
Essere al servizio della vita non
è per noi un vanto, ma un dovere,
che nasce dalla coscienza di
essere «il popolo che Dio si è acquistato
perché proclami le sue opere
meravigliose» (1 Pt 2, 9).
Nel nostro cammino ci guida e ci sostiene la legge dell'amore:
è l'amore di cui è sorgente e
modello il Figlio di Dio fatto uomo.
(Evangelium Vitae n.79)
§ 1. L'emergenza corpo
Il corpo è cifra di cultura e
genera cultura. “Dimmi come consideri il corpo e ti dirò chi sei”, potremmo
dire parafrasando un vecchio slogan pubblicitario. Dal modo con cui una società
valuta il corpo si intravede la percezione che essa ha di sé e il valore che
attribuisce alla persona umana1. Ma del resto, la consapevolezza della nostra
condizione corporea è il punto di partenza di ogni autentico sviluppo. Quando
qualcuno vuole trasformare se stesso deve cominciare dal proprio corpo. Allo
stesso tempo, un rapporto negativo con la propria corporeità equivale ad un
rapporto negativo, per non dire distruttivo, con se stessi e con gli altri.
Ci si può chiedere, a riguardo,
se tanti fenomeni di distruzione come la tossicodipendenza, il suicidio, le
violenze sessuali (..), ecc. non dipendano in ultima analisi – seppur in
diverso modo e misura – da una situazione di disarmonia “soma-psyche” (..).
Chi non rispetta il proprio
essere-in-un-corpo e la sua propria unità spirituale-corporea difficilmente
sarà in grado di rispettare la condizione corporea degli altri (..)2.
Parlare di corporeità non è mai,
infatti, parlare di individualità, in quanto è proprio la condizione corporea a
manifestare un aspetto fondamentale della persona umana: il suo essere come
esse ad, un essere costitutivamente relazionale. Il corpo è il campo espressivo
dell'io, è ciò che ci permette di manifestarci agli altri ed è, quindi, il
luogo del riconoscimento.
L’essere umano, scrive Edith
Stein3, sperimenta l’esistenza e l’umanità negli altri, ma anche in se stesso.
In tutto ciò che l’essere umano sperimenta fa anche esperienza di sé.
L’esperienza che egli fa di se stesso è totalmente diversa da quella che fa di
tutto il resto. La percezione esteriore del proprio corpo non è il ponte per
l’esperienza del proprio io. Il corpo viene sicuramente percepito
esteriormente, ma questa non è l’esperienza fondamentale e si fonde con la
percezione dell’interiorità, con la quale ogni uomo sente il corpo e sé in
esso. Dunque il corpo umano differisce dal corpo non-umano, in quanto
esteriorizzazione di qualcosa di essenzialmente interiore. Nel corpo umano,
l’aspetto esteriore non è un termine dove finisce la nostra percezione, ma ci
spinge oltre.
Eppure, non è possibile non
accorgersi che la società attuale si trova di fronte ad una eclatante
contraddizione. Di primo acchito, tutto farebbe pensare alla cultura
occidentale come ad una cultura “somatocentrica”. Facendo un passo indietro, si
pensi, ad esempio, alla contestazione giovanile del '68 che denunciava il
“corpo-oggetto”, finendo, poi, col ridurre il corpo ad un vero e proprio
ingranaggio della società consumistica4. Per non parlare della presunta
“riappropriazione del corpo” della donna per opera del femminismo, che,
scivolando in bieche strumentalizzazione, ha perso di vista il fatto che la
valorizzazione della donna, della sua corporeità, ma anche del suo ruolo
intellettuale e sociale non può non passare attraverso una riappropriazione del
corpo anche da parte dell'uomo e della società, dimenticando così la
reciprocità dei due sessi. Infine, non possiamo non menzionare un vero e
proprio “culto del corpo” che passa attraverso il boom di centri benessere, la
varietà di discipline orientali che promettono un corpo rilassato, la grande
offerta di diete di ogni tipo affiancate da aitanti personal trainer.
Uno sguardo più attento ci
mostra, però, che la ricerca spasmodica della cura del proprio corpo è
accompagnata da un prepotente rifiuto di esso, specie se malato o anche
semplicemente “acciaccato” e che la visione di noi stessi come persone sia
attraversata da una sottile, ma inequivocabile, visione dualistica che ci
strappa da quel Lieb5, come corpo vissuto. Vediamo costantemente un corpo
strumentalizzato dai media per veicolare messaggi erotici, violenti o
diseducativi. Siamo bombardati di immagini che meccanicizzano il corpo
contribuendo a farci pensare l'uomo nei termini di una specie di
"macchina" vivente in cui non c'è niente di "misterioso" e
il cui valore dipende direttamente dalle sue finalità.
Ci chiediamo: davvero ci siamo
riappropriati del corpo? O forse – come si chiede Spinsanti6 – questa quasi
ossessiva ricerca del corpo non è altro che un fenomeno illusorio paragonabile
a quello dell'“arto fantasma”, per cui mai la percezione di un arto è così
forte come dopo la sua amputazione?
Il punto è che si cerca di
recuperare il valore del corpo attuando un'opposizione con quanto nella persona
non è corporeo, in termini di spiritualità, affettività, libertà, ecc.
Riteniamo, invece, che non sia possibile un'autentica riappropriazione del corpo
se non all'interno di un'altrettanto autentica riappropriazione di se stessi
come persone. Una visione dualistica, schizofrenica della persona umana, che
valorizzi solo una dimensione – in questo caso quella corporea – finisce per
non rispettarla.
§ 2. Corporeità e cultura della
vita
Questa premessa era fondamentale
per comprendere «l'inscindibile legame che intercorre tra la persona, la sua
vita e la sua corporeità»7 a costruzione di una vera e propria “cultura della
vita”.
Dobbiamo partire da una teologia
del corpo per arrivare a una pedagogia del corpo. Un'educazione, anzi
un'autoeducazione dell’uomo. Ciò acquista una particolare attualità per l’uomo
contemporaneo, la cui scienza nel campo della biofisiologia e della biomedicina
è molto progredita. Tuttavia questa scienza tratta l’uomo sotto un determinato
“aspetto” e quindi è piuttosto parziale, anziché globale.
Conosciamo bene le funzioni del
corpo come organismo (..), ma tale scienza, di per sé, non sviluppa ancora la
coscienza del corpo come segno della persona, come manifestazione dello
spirito. Tutto lo sviluppo della scienza contemporanea, riguardante il corpo
come organismo, ha piuttosto il carattere della conoscenza biologica, perché è
basato sulla disgiunzione, nell’uomo, di ciò che in lui è corporeo da ciò che è
spirituale. Servendosi di una conoscenza così unilaterale delle funzioni del
corpo come organismo, non è difficile giungere a trattare il corpo, in modo più
o meno sistematico, come oggetto di manipolazioni; in tal caso l’uomo cessa,
per così dire, di identificarsi soggettivamente col proprio corpo, perché
privato del significato e della dignità derivanti dal fatto che questo corpo è
proprio della persona. Ci troviamo qui al limite di problemi, che spesso
esigono soluzioni fondamentali, le quali sono impossibili senza una visione
integrale dell’uomo8.
Separare, per così dire, il corpo
dalla persona significa separare l’essere soggettivo dalla realtà di fatto, non
ritenendo sufficiente identificare la persona con la sua evidenza fisica di
essere appartenente al genere umano. L’esito di questa dicotomia è la riduzione
del corpo ad oggetto senza soggettività e valore intrinseco; al corpo
oggettivizzato è, poi, riconosciuta la possibilità di “sostenere” o meno la
soggettività personale, ossia la manifestazione delle qualità che
caratterizzano l’essere persona. Il problema è che se la persona non è il suo
corpo, allora la distruzione della vita del corpo non è di per sé un attacco al
bene intrinseco della persona umana. Così la vita del nascituro, del neonato,
degli individui in “stato vegetativo persistente” e di molti altri, non sono
più inviolabili. Anzi, il corpo, in questa visione, può diventare una prigione
o un peso intollerabile sulla persona e, di fatto, proteggere il “diritto a morire”,
procurando l’eutanasia o assistendo il suicidio, equivarrebbe a fare un favore
alla persona9.
È come dire che sussiste la
differenza tra un corpo che è il corpo di qualcuno e un corpo che può diventare
il corpo di qualcuno. Dunque, ci sarebbe differenza tra la potenzialità di
diventare una persona e le potenzialità di una persona. Riconoscere gli umani
come entità spazio-temporalmente estese significherebbe, allora, vedere nella
loro totale incarnazione loro stessi, solo finché tale incarnazione mantiene le
capacità che costituiscono il substrato fisico degli agenti morali10.
Comprendiamo, quindi, che nel
dibattito attuale sull’identità dell’uomo svolge una funzione primaria il
chiedersi: l’uomo è riconducibile alla sua corporeità oppure la trascende? Tale
questione mette in luce come il binomio corpo umano-persona umana ponga la
corporeità ora come ostacolo, dal mito platonico all’autorealizzazione umana,
ora come unica concreta condizione a cui ricondurre ogni manifestazione
dell’umano. La filosofia contemporanea, dopo la lunga stagione del dualismo
cartesiano, ha indotto a pensare un’anima spirituale, o meglio, ad un pensiero
(la res cogitans) presente in un corpo materiale (la res extensa), posizione
diametralmente opposta a quella aristotelico-tomista e cristiana che nega tale
dualismo. Se, infatti, secondo questa posizione, l’anima è forma del corpo,
essa è per sua natura unita al corpo e, per sua natura, non può, addirittura,
stare senza il corpo di cui è atto, forma e determinazione. Se teniamo ferma
questa impostazione, mentre è possibile distinguere il “corpo-oggetto” e il
“corpo-vissuto”, tale distinzione non vuole essere una separazione dei due
termini. Pur potendo, infatti, distinguere l’io dal suo corpo, tuttavia ciò non
deve far pensare che si possa separare l’io dal suo corpo. Nessuno può
incontrare, infatti, un altro senza incontrare anche il suo corpo. Persino,
infatti, per interpretare gli atteggiamenti altrui come frutto
dell’autocoscienza occorre interpretare il comportamento altrui, cioè entrare
in merito della corporeità dell’altro. Ed è il rimando alla corporeità che dà
spessore all’autocoscienza umana, per il semplice fatto che senza il
riferimento al corpo altrui non c’è possibilità di alcuna relazione con
l’altro: l’altro si presenta a me davanti a tutto il suo corpo, anche quando
non è soltanto un corpo.
Del resto, l’io come corpo è
proprio ciò che è violabile dalla volontà altrui: per questo nessuna tutela
dell’io, della sua dignità e integrità può avvenire se non si tutela e si
rispetta anche la propria e l’altrui corporeità. In fondo, qualsiasi prassi
medica che operi sul corpo umano si giustifica in quanto tende proprio a
salvaguardare l’esistenza e la salute di quell’io che, pur non essendo solo
corpo, soffre con il suo corpo e per il suo corpo. Non sono mai le astratte
qualità personali ad avere bisogno di interventi e di cure, ma le persone
corporee.
Ora, non è necessaria una
raffinata antropologia per poter affermare che il riferimento alla continuità
corporea è ciò che empiricamente ci permette di riconoscere qualcuno e di porre
il rispetto di quell’esistenza come condizione fondamentale per ogni
riflessione morale e per ogni diritto11. E questo perché la corporeità
dell’uomo, a differenza di quanto affermerebbe la tesi dualista, non è
un’“appendice” che in qualche modo si somma alla sua essenza umana. Fin dal
concepimento, quando inizia l’essere umano, l’esistenza umana e la sua
incarnazione sono legate l’una all’altra. Questo modo specifico di esistere
storicamente diversifica l’uomo dagli altri esseri. Lo spirito, in quanto
principio costitutivo dell’essere umano, è originariamente incarnato, e in
questo modo dà origine alla corporeità umana. L’uomo, quindi, grazie alla sua
spiritualità e all’incarnazione, realizza la storia che semmai l’animale potrà
attuare. L’uomo è, per essenza, trasformatore della natura e plasmatore della
storia12.
Ora, sottolinea Pessina, «che
cosa mi permette di dire che corpi umani differenti da me, corpi di uomini
malati deformi, corpi percepibili al microscopio, come nel caso dello stadio
embrionale, corpi inerti e privi di palesi segni di coscienza sono persone come
me?»13. Prendere sul serio il semplice dato empirico della corporeità significa
comprendere che la disarmante semplicità dell’argomento, con cui si afferma che
l’uomo è sempre e comunque colui che nasce da altri uomini, è il punto di
partenza e la condizione per procedere a qualsiasi ulteriore definizione di
uomo e, quindi, a qualsiasi tematica bioetica.
Alla luce di queste considerazioni,
la definizione di persona non è altro, allora, che la determinazione
concettuale dell’essere umano realmente esistente, ovvero è la proposizione
volta ad esprimere, verbalmente e linguisticamente, e a tematizzare,
teoreticamente ed astrattamente, il significato del termine, elaborato a
partire dalla considerazione della realtà14. In altre parole, la definizione di
persona è lo sforzo speculativo di precisazione e di esplicitazione dei
caratteri generali e delle proprietà specifiche dell’essere umano esistente,
che si presenta a noi, hic et nunc, mediante il suo corpo.
Vediamo l’essere umano non solo
come essere umano, non solo per quello che ha in comune con gli altri esseri
umani e neanche solo per la posizione che occupa nell’ordine sociale. Con maggiore
o minor forza, già al primo incontro ci parla di ciò che egli stesso è come
persona individuale e di come è, della sua essenza, del suo carattere. Ci parla
con i tratti del suo volto, con il suo sguardo e le espressioni del viso, con
il timbro della sua voce e mentre ci parla ci tocca interiormente. Gli esseri
umani sono persone, che hanno una peculiarità individuale e la concezione che
hanno l’uno dell’altro non è solo una questione di ragione, piuttosto è una
relazione interiore15.
Il corpo non è semplicemente
qualcosa che l’uomo possiede; egli esiste nel suo corpo, come persona totale.
Il corpo è il luogo espressivo e attuativo dell’essere umano ed è in esso che
prendono forma e si concretizzano le sue potenzialità. Esso ha un’essenziale
dimensione epistemologica, in quanto è in esso che l’uomo conosce e si conosce.
Non esiste autoconoscenza ed eteroconoscenza umana che non si qualifichi in
rapporto alla somaticità. La corporeità è il campo espressivo e attuativo
dell’io personale. Completamente il corpo partecipa alla realizzazione totale
della persona, la rivela e la compie ed è il primo ambito entro il quale
l’essere umano sperimenta e compie la sua esistenza16. La struttura del suo
corpo permette all’uomo di essere autore di un’attività prettamente umana, in
cui il corpo esprime la persona. Il corpo è, perciò, in tutta la sua
materialità, in certo qual modo penetrabile e trasparente, tanto da rendere
evidente il suo essere uomo e la sua singolarità.
§ 3. La cultura della vita che si
costruisce sulla valorizzazione della corporeità
La “rivelazione del corpo” ci
aiuta in qualche modo a scoprire la straordinarietà di ciò che è ordinario.
L’umana esperienza del corpo, così come la scopriamo nei testi biblici, si
trova certo alla soglia di tutta l’esperienza “storica” successiva. Essa,
tuttavia, sembra anche poggiare su di una profondità ontologica tale che l’uomo
non la percepisce nella propria vita quotidiana, anche se nel contempo, e in
certo modo, la presuppone e la postula come parte del processo di formazione
della propria immagine17.
Nell'odierno contesto sociale,
segnato da una drammatica lotta tra la “cultura della vita” e la “cultura della
morte”, occorre far maturare un forte senso critico,capace di discernere i veri
valori e le autentiche esigenze18. I dati antropologici sono evocati in
riferimento alla persona umana, che si manifesta e si esprime attraverso il
proprio corpo. Perciò la legge morale naturale esprime e prescrive le finalità,
i diritti e i doveri che si fondano sulla natura corporale e spirituale della
persona umana. Ne deriva che ogni intervento sul corpo, coinvolgendo la persona
stessa, comporta un significato morale e deve concorrere al bene integrale
della vita umana, nel rispetto della sua dignità.
Giovanni Reale si chiede «come
mai si è giunti a una dimenticanza della figura dell'uomo come persona? Si è
giunti a tale dimenticanza per lo stesso motivo per cui sono caduti in oblio i
grandi valori e si è diventati vittime del nichilismo»19. Ma del resto,
l'annuncio di Nietzsche della "morte di Dio" è sempre stato correlato
alla promessa della nascita dell'"oltre-uomo", di colui che avrebbe
potuto ritrovare in sé la risposta all'ansia di infinito che non può essere
cancellata. Una cultura della vita, allora, ha oggi il compito di far scoprire
il senso della finitezza umana, di ridirne la verità. Perché è dentro la
finitezza che si manifesta la verità della vita e cioè che Dio partecipa della
storia dell'uomo sia perché lo costituisce qui ed ora nella sua libertà, sia
perché nell'Incarnazione si annuncia la "chiave dell'interpretazione
dell'esistenza"20.
Una ricerca sistematica nel testo
dell'Evangelium Vitae (EV) della parola "verità" e dei termini
imparentati ci mostra in modo palese che il Santo Padre pone la verità come un
elemento essenziale della teoria e la pratica della cultura della vita. Ci
parla del valore fondamentale della verità nella diffusione del Vangelo della
vita, perché è soltanto attraverso un profondo compromesso con la verità che
l'uomo riesce a scoprire e a diffondere il rispetto per l'umanità di ogni
essere umano. Dice il Papa, tra altre cose, che l'apertura sincera alla verità
è una condizione necessaria affinché all'uomo venga rivelato il valore sacro
della vita umana[EV 2]; che tutto rapporto sociale autentico deve basarsi sulla
verità[EV 57]; che ora, più che mai, è necessario chiamare le cose per il suo
nome, senza cedere alla tentazione dell'autoinganno[EV 58]; che nella storia
sono stati commessi crimini in nome della verità[EV 70]; che la cultura nuova
della vita è il frutto della cultura della verità e dell'amore[EV 77]; che il
lavoro dei costruttori della cultura della vita deve esprimere la verità
compiuta sull'uomo e sulla vita[EV 95]; che nei mezzi di comunicazione sociale
deve essere rispettata una scrupolosa fedeltà alla verità[EV 98]21.
Del resto, la comprensione della
totalità dell'uomo indica anche l'improrogabilità della ricerca della «verità
dell'ethos dell'uomo in quanto uomo»22. Per questo, Veritatis Splendor scrive,
in merito al posto occupato dal corpo umano nelle questioni della legge
naturale:
La persona, mediante la luce
della ragione e il sostegno della virtù, scopre nel suo corpo i segni
anticipatori, l'espressione e la promessa del dono di sé, in conformità con il
sapiente disegno del Creatore. È alla luce della dignità della persona umana —
da affermarsi per se stessa — che la ragione coglie il valore morale specifico
di alcuni beni, cui la persona è naturalmente inclinata. E dal momento che la
persona umana non è riducibile ad una libertà che si autoprogetta, ma comporta
una struttura spirituale e corporea determinata, l'esigenza morale originaria
di amare e rispettare la persona come un fine e mai come un semplice mezzo,
implica anche, intrinsecamente, il rispetto di alcuni beni fondamentali, senza
il quale si cade nel relativismo e nell'arbitrio23.
Dunque, si chiude il cerchio:
corpo, verità, cultura della vita. L'antropologia enunciata permette di
cogliere la corporeità in tutta la sua spettacolarità. Di fronte al nostro
corpo non si finisce mai di stupirsi. «Mi hai fatto come un prodigio» recita il
salmista (Sal 139, 13). Per entrare in questa contemplazione, si deve
risvegliare in noi il senso di meraviglia e di ammirazione per quello che siamo
nella nostra concreta corporeità.
Scrive Thomas:
Se vuoi vivere di sorpresa in
sorpresa, eccola qua la fonte di tutte quante. Una cellula si differenzia per
produrre il massiccio apparato di miliardi di cellule, che ci è stato dato per
pensare, immaginare e, come in questo caso, per rimanere stupiti davanti a una
così formidabile sorpresa. Tutta l'informazione necessaria per imparare a
leggere e a scrivere, per suonare il pianoforte, per discutere di fronte ad un
Comitato del Congresso, per attraversare la strada in mezzo al traffico, o per
eseguire quell'atto meravigliosamente umano come è stirare un braccio e
appoggiarsi ad un albero: tutto questo è contenuto in quella prima cellula. In
lei c'è tutta la grammatica, tutta la sintassi, tutta l'aritmetica, tutta la
musica [...]. nessuno ha la più minima idea di come succede questo, ma la
verità è che niente in questo mondo sembra più interessante. Se prima di morire
qualcuno dovesse trovare la spiegazione di questo fenomeno, io farei una pazzia:
prenderei in affitto uno di quegli aerei che possono scrivere segnali sul
cielo, anzi, una squadra completa di quegli aerei, e li spedirei per i cieli
del mondo a scrivere segni di ammirazione, uno dopo l'altro, fino a non finire
tutti i miei soldi"24.
1 *Dottore in bioetica –
Professore a contratto presso Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” – Cultore
della materia presso Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”.
Cfr. C.Rocchetta, Per una
teologia della corporeità, Edizioni Camilliane, Torino, 1993, p.10.
2 Ibidem.
3 Cfr. E.Stein, La struttura
della persona umana, Città Nuova, Roma, 2000, pp.69-70.
4 Cfr. C.Rocchetta, op.cit.,
p.70.
5 La fenomenologia husserliana ha
introdotto nel pensiero contemporaneo la distinzione tra “corpo-oggetto”
(Körper) e “corpo-vissuto” (Lieb). Il primo termine corrisponde al corpo
risultante da una considerazione puramente esterna, il secondo al corpo reale
in quanto sperimentato dal soggetto. Questa distinzione permette di riflettere
sul fatto che, allora, il corpo umano è lontano dall’essere una “cosa”, bensì
appartiene all’esperienza del nostro io. L’antropologia filosofica attuale
riprende questa distinzione coniando due specifiche accezioni: corpo e
corporeità. “Corpo” richiama la scissione classica dell’uomo in corpo e anima,
indicando, nel linguaggio comune, una ‘parte’ della persona umana, ovvero la
componente corporea in quanto distinta da quella psichica. “Corporeità” indica,
invece, l’intera soggettività umana sotto l’aspetto della sua condizione
corporea in quanto costitutiva della sua identità personale. È grazie
all’esperienza del Leib che ci rendiamo conto che il nostro corpo siamo noi
stessi, piuttosto che trovarci davanti ad esso come davanti a qualcosa da
possedere, da vestire e da sfruttare. Su questo si vedano: D.Bonhoeffer, Etica,
Bompiani, Milano, 1969, p.133 e P.Prini, Il corpo che siamo, SEI, Torino, 1991,
p.67.
6 Cfr. S.Spinsanti, Il corpo
nella cultura contemporanea, Queriniana, Brescia, 1983, pp.52-66.
7 Giovanni Paolo II, Lettera
enciclica “Evangelium vitae”, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano,
1995, n.81.
8 Giovanni Paolo II, Pedagogia
del corpo, ordine morale, manifestazioni affettive, Udienza Generale, 8/4/1981,
in “Insegnamenti di Giovanni Paolo II”, Libreria Editrice Vaticana, Città del
Vaticano, vol. IV/1 (1981) pp.903-911.
9 W.E.May, Bioetica e Teologia:
quale legame?, in Atti del Congresso Internazionale della FIBIP “Quale
personalismo?”, Roma, Giugno 2003, in “Medicina e Morale”, 2004/2, p.285.
10 Cfr. Ibidem, pp.173-175.
11 Cfr. A.Pessina, Bioetica,
L’uomo sperimentale, Mondadori, Milano, 1999, pp.90-93.
12 Cfr. R. Lucas Lucas, Statuto
antropologico dell’embrione umano, in AA.VV., Identità e statuto dell’embrione
umano, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1998, p.168.
13 A.Pessina, op.cit.,p.92.
14 L.Palazzani, Il concetto di
persona tra bioetica e diritto, Giappichelli, Torino, 1996, p.224.
15 Cfr. E.Stein, op.cit., pp.68-69.
16 C.Rocchetta, op.cit.,p.118.
17 Giovanni Paolo II, I
significati delle primordiali esperienze dell’uomo, Udienza generale, in
“Insegnamenti di Giovanni Paolo II”, Libreria Editrice Vaticana, Città del
Vaticano, Vol. II/2 (1979) 1378-1385.
18 Cfr. Giovanni Paolo II,
Lettera Enciclica “Evangelium Vitae”, op.cit., n.95.
19 Cfr. G.Reale-T.Styczeń (edd.),
Karol Wojtyla. Metafisica della persona, Bompiani, Milano, 2005.
20 R.Guardini, Sul limite della vita. Lettere teologiche a
un amico, Vita e Pensiero, Milano, 1979, p. 42.
21 Cfr. G.Herranz, La cultura
della vita: un impegno affermativo, in Atti della VII Assemblea della PAV, in
http://www.academiavita.org/index.php?option=com_content&view=article&id=196%3Ag-herranz-la-cultura-della-vita-un-impegno-affermativo&catid=52%3Aatti-della-vii-assemblea-della-pav-2001&Itemid=66&lang=it
[coll.eff. il 9/10/2011].
22 G.Russo, L'uomo e la ricerca
di senso in bioetica, in G.Russo (ed.) Bioetica fondamentale e generale, SEI,
Torino, 1995, p.590.
23 Giovanni Paolo II, Lettera
enciclica “Veritatis Splendor”, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano,
1993, n.48.
24L.Thomas, The Medusa and the Snail. More
notes of a Biology Watcher, Bantam Books, New York, 1980, pp.130-131.
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