10 luglio 2012 - Sanzioniamo il cliente - L’Indegno mercato di Giuseppe
Anzani, http://www.avvenire.it
«Prostituzione? È il mercato,
bellezza. Domanda e offerta, chi vende e chi compra. Siamo un Paese libero:
liberi clienti di libere prostitute. Io pago, che problema c’è?». L’uomo scende
di sera nelle buie strade di periferia, o nelle grandi arterie di collegamento
divenute supermercati del sesso, o dentro il fiume di auto per i viali della
città seminati di lucciole, a comprare un corpo. Libertà? Ma sì, sta
liberamente stringendo il laccio al collo di un essere umano, sta autenticando,
inverando il cappio di una prenotata servitù, infame e crudele, allestita per i
liberi utenti finali come lui da un racket criminale senza nome.
Nessuno può più dire di non
sapere. Quante volte in questi anni sono affiorati, nelle storie giudiziarie e
nelle cronache dei reporter, gli occulti retroscena del reclutamento, del
trasporto clandestino, dell’inganno col miraggio del lavoro, dei documenti
sequestrati, del debito da riscattare, delle minacce ai familiari rimasti al
villaggio, delle percosse e sevizie, dei commerci persino di
"rivendita" fra bande, dei corpi delle schiave.
Ce ne siamo preoccupati a tratti,
in sede locale, con l’aria di trovar sconcio lo spettacolo pubblico
dell’adescamento e pericoloso l’ingorgo delle auto in fila, con i sindaci a
fare ordinanze di multe stradali. Come se si trattasse di un repulisti di
superficie, intermittente e perdente, senza toccare la radice del problema.
Alla radice, ricordate?, era andato un uomo con la risolutezza mite e
inflessibile dei profeti e la carità dei santi di strada, don Oreste Benzi; e
la avvenuta "bonifica" d’un’intera riviera era stata il frutto di una
azione di salvataggio di centinaia e centinaia di donne riscattate, liberate.
Liberate è la parola giusta, è la testimonianza memorizzata della loro
schiavitù finalmente spezzata.
Fin che dura, da noi, questa
schiavitù che mette in vendita sui marciapiedi delle nostre città persino le
bambine, la pretesa libertà del cliente è nient’altro che lo stupro prepagato.
Si obietterà che "non c’è violenza". Ma sì, non occorre più, non ne
occorre altra, dopo la violenza sulla vita, lo stupro iniziale aperto su cui
scivolano gli altri infiniti episodi degli innominati clienti. Forse peggio che
stupratori, loro, sciacalli d’uno stupro avvenuto.
Torna in questi giorni, come già
in passato, l’idea di una misura di contrasto per legge a ciò che
"esigendo e pagando" alimenta la prostituzione e ribadisce i chiodi
di una servitù infame, socialmente inaccettabile. Materia penale, per capirci.
E senza più ipocrisie sulla libertà, perché non c’è la libertà di fare schiavi.
Non c’è neppure la libertà di lasciarsi far schiavi, neanche per i fanatici di
Stuart Mill. E senza più digressioni sul divario fra le ragioni etiche cogenti
e la sufficiente grettezza pratica della legge penale: c’è in gioco la vita, la
libertà e la dignità di migliaia di donne. La Svezia, che non è un Paese
bacchettone, ha messo in legge la sua tariffa penale sui clienti della
prostituzione: sei mesi di carcere. E la prostituzione è crollata. Il 75 per
cento della gente si dice d’accordo.
Forse anche da noi l’accordo
potrebbe raggiungersi, se la coscienza fosse un poco più illuminata, se non ne
facessimo un problema di puro ordine pubblico ("l’importante è che non si
veda") ma di civiltà. Imparando dagli svedesi la lezione: hanno scritto
nell’articolo 1 della loro legge che «la prostituzione è una forma di violenza
dell’uomo verso la donna». È civiltà, finalmente.
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