lunedì 7 novembre 2011


Una battaglia di tutti Pubblicato il 6 novembre 2011 da Anna Meldolesi, http://annameldolesi.italianieuropei.it/

“Le divisioni sul tema dell’aborto tra credenti e non credenti qui non c’entrano nulla. Si tratta piuttosto di impedire che nelle nostre città si manifesti la forma più orribile di relativismo culturale: quella che ci fa chiudere un occhio quando una bambina non nasce”. Così scrive Antonio Polito sul Corriere della sera di domenica 6 novembre, anticipando alcuni dati contenuti in “Mai nate“.  A seguire l’intero articolo.

Il mistero delle bambine mai nate nelle comunità cinesi e indiane. Accade in Italia e il sospetto è che si tratti di aborti selettivi, di ANTONIO POLITO

Avviene nelle nostre città. Nei nostri laboratori medici. Forse persino nei nostri ospedali. Quella che è stata chiamata «la guerra mondiale contro le bambine» ha un fronte italiano. Sembra proprio che il «genericidio», cioè l’aborto selettivo delle femmine, sia una pratica che le comunità di immigrati cinesi e indiani hanno portato con sé fino da noi. Lo dicono i dati elaborati per la prima volta da Anna Meldolesi, in un libro appena uscito (Mai nate, Mondadori). Nonostante le statistiche a disposizione siano ancora scarse (si ragiona su dati Istat che coprono gli ultimi quattro anni), la tendenza che illuminano non lascia spazio a dubbi.
Si sa che il rapporto naturale tra i sessi alla nascita (la cosiddetta sex ratio) è in media di 105 maschi ogni cento femmine. Ma in alcune regioni del mondo, e purtroppo non più solo in Cina e in India ma anche in Corea del Sud, nel Caucaso, perfino in Albania, questa proporzione è innaturalmente stravolta: in buona parte della Cina raggiunge i 120 maschi per 100 femmine, e così anche nell’India nordoccidentale (soprattutto il Punjab, zona da cui proviene la gran parte degli immigrati indiani in Italia).
Dove sono dunque finite le bambine mancanti, le «missing girls»? Fino a qualche tempo fa venivano soppresse con l’infanticidio, cioè dopo la nascita, o uccise dalla negligenza deliberata dei genitori. Ma da quando c’è un accesso sempre più facile alla diagnosi prenatale del sesso, attraverso amniocentesi ed ecografia, e all’interruzione assistita della gravidanza, il nuovo sistema di selezione di massa è l’aborto. Amartya Sen, il Nobel indiano per l’economia, calcolò vent’anni fa la cifra di cento milioni di donne mancanti. Un vero e proprio genocidio di genere. Nel suo libro la Meldolesi ci ricorda che cento milioni è il numero di donne che vivono in Germania, Italia e Francia messe insieme: «Una perdita numericamente superiore alle vittime delle guerre mondiali, o delle carestie del XX secolo, o delle grandi epidemie».
Il dibattito sul perché accada è ancora aperto. Ci sono ragioni economiche, per esempio il costo di una dote in India per sposare la figlia femmina; e ragioni sociali, connesse con la struttura patriarcale delle società, che influenzano i ceti benestanti anche più di quelli poveri. Ma, soprattutto, sembra un fenomeno culturale, e della peggiore specie: la selezione del sesso è infatti senza dubbio la forma più estrema di discriminazione delle donne. E ha preso a viaggiare con i migranti, insieme al loro bagaglio.
Ecco che succede in Italia, così come l’ha ricostruito l’autrice del libro. Negli ultimi quattro anni, per ogni cento neonate cinesi in Italia ci sono stati 109 maschi. Percentuale alta, ma non altissima, rispetto alla norma di 105. Se però si considerano solo le nascite dei terzogeniti e dei figli successivi, si scopre che la «sex ratio» sale fino a 119. È il classico schema che si associa all’aborto selettivo: le famiglie lasciano al caso il primo figlio, e forse anche il secondo; ma dal terzo in poi non corrono più rischi se il maschio non è arrivato. Peggiori sono i dati della comunità indiana: 116 maschi ogni cento femmine, e addirittura 137 dal terzogenito in su. Per quanto il campione sia piccolo, e la serie di dati breve, ci sono pochi dubbi su che cosa stia accadendo.
Resta dunque da capire che fare. Come impedire gli aborti selettivi senza limitare il diritto delle immigrate alla diagnostica preventiva e all’aborto terapeutico. Perché qualcosa va fatto: ce lo chiede anche una risoluzione del consiglio d’Europa che invita gli stati membri a monitorare, sorvegliare e se del caso anche legiferare, vietando per esempio ai medici di dare informazioni sul sesso del nascituro quando si sospetta che possa essere causa di interruzione della gravidanza. Se si ricorre alla villocentesi, che può essere fatta anche alla decima settimana, non è infatti escluso che le bambine siano abortite nelle pieghe della 194 e nelle strutture pubbliche. Se invece è l’ecografia a rivelare il sesso, c’è da sospettare aborti tardivi e clandestini. «Si sa per esempio — scrive la Meldolesi — che tra le immigrate c’è un ricorso diffuso al Cycotec, una pillola antiulcera usata a scopo abortivo non senza rischi per la salute delle donne… Nel marzo del 2010 la polizia di Rovigo ha arrestato una donna cinese per esercizio abusivo della professione medica e procurato aborto… Una clinica improvvisata era stata chiusa a Milano due mesi prima in seguito a un servizio delle Iene… E molto più facile sarà far nascere solo maschi se entrassero in commercio kit affidabili per scoprire il sesso del nascituro con un semplice prelievo del sangue materno, già a sette settimane di gravidanza, risultato che è a portata di mano».
Si tratta dunque di una battaglia legislativa e culturale da ingaggiare al più presto. Troppo tempo si è già perso. Le divisioni sul tema dell’aborto tra credenti e non credenti qui non c’entrano nulla. Si tratta piuttosto di impedire che nelle nostre città si manifesti la forma più orribile di relativismo culturale: quella che ci fa chiudere un occhio quando una bambina non nasce. (Antonio Polito, Corriere della sera, 6 novembre 2011)

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