Una battaglia di tutti Pubblicato il 6 novembre 2011 da Anna Meldolesi,
http://annameldolesi.italianieuropei.it/
“Le divisioni sul tema
dell’aborto tra credenti e non credenti qui non c’entrano nulla. Si tratta
piuttosto di impedire che nelle nostre città si manifesti la forma più orribile
di relativismo culturale: quella che ci fa chiudere un occhio quando una bambina
non nasce”. Così scrive Antonio Polito sul Corriere della sera di domenica 6
novembre, anticipando alcuni dati contenuti in “Mai nate“. A seguire l’intero articolo.
Il mistero delle bambine mai nate nelle comunità cinesi e indiane.
Accade in Italia e il sospetto è che si tratti di aborti selettivi, di ANTONIO
POLITO
Avviene nelle nostre città. Nei
nostri laboratori medici. Forse persino nei nostri ospedali. Quella che è stata
chiamata «la guerra mondiale contro le bambine» ha un fronte italiano. Sembra
proprio che il «genericidio», cioè l’aborto selettivo delle femmine, sia una
pratica che le comunità di immigrati cinesi e indiani hanno portato con sé fino
da noi. Lo dicono i dati elaborati per la prima volta da Anna Meldolesi, in un
libro appena uscito (Mai nate, Mondadori). Nonostante le statistiche a
disposizione siano ancora scarse (si ragiona su dati Istat che coprono gli
ultimi quattro anni), la tendenza che illuminano non lascia spazio a dubbi.
Si sa che il rapporto naturale
tra i sessi alla nascita (la cosiddetta sex ratio) è in media di 105 maschi
ogni cento femmine. Ma in alcune regioni del mondo, e purtroppo non più solo in
Cina e in India ma anche in Corea del Sud, nel Caucaso, perfino in Albania,
questa proporzione è innaturalmente stravolta: in buona parte della Cina
raggiunge i 120 maschi per 100 femmine, e così anche nell’India nordoccidentale
(soprattutto il Punjab, zona da cui proviene la gran parte degli immigrati
indiani in Italia).
Dove sono dunque finite le
bambine mancanti, le «missing girls»? Fino a qualche tempo fa venivano
soppresse con l’infanticidio, cioè dopo la nascita, o uccise dalla negligenza
deliberata dei genitori. Ma da quando c’è un accesso sempre più facile alla
diagnosi prenatale del sesso, attraverso amniocentesi ed ecografia, e
all’interruzione assistita della gravidanza, il nuovo sistema di selezione di
massa è l’aborto. Amartya Sen, il Nobel indiano per l’economia, calcolò
vent’anni fa la cifra di cento milioni di donne mancanti. Un vero e proprio
genocidio di genere. Nel suo libro la Meldolesi ci ricorda che cento milioni è
il numero di donne che vivono in Germania, Italia e Francia messe insieme: «Una
perdita numericamente superiore alle vittime delle guerre mondiali, o delle
carestie del XX secolo, o delle grandi epidemie».
Il dibattito sul perché accada è
ancora aperto. Ci sono ragioni economiche, per esempio il costo di una dote in
India per sposare la figlia femmina; e ragioni sociali, connesse con la
struttura patriarcale delle società, che influenzano i ceti benestanti anche
più di quelli poveri. Ma, soprattutto, sembra un fenomeno culturale, e della
peggiore specie: la selezione del sesso è infatti senza dubbio la forma più
estrema di discriminazione delle donne. E ha preso a viaggiare con i migranti,
insieme al loro bagaglio.
Ecco che succede in Italia, così
come l’ha ricostruito l’autrice del libro. Negli ultimi quattro anni, per ogni
cento neonate cinesi in Italia ci sono stati 109 maschi. Percentuale alta, ma
non altissima, rispetto alla norma di 105. Se però si considerano solo le
nascite dei terzogeniti e dei figli successivi, si scopre che la «sex ratio»
sale fino a 119. È il classico schema che si associa all’aborto selettivo: le
famiglie lasciano al caso il primo figlio, e forse anche il secondo; ma dal
terzo in poi non corrono più rischi se il maschio non è arrivato. Peggiori sono
i dati della comunità indiana: 116 maschi ogni cento femmine, e addirittura 137
dal terzogenito in su. Per quanto il campione sia piccolo, e la serie di dati
breve, ci sono pochi dubbi su che cosa stia accadendo.
Resta dunque da capire che fare.
Come impedire gli aborti selettivi senza limitare il diritto delle immigrate
alla diagnostica preventiva e all’aborto terapeutico. Perché qualcosa va fatto:
ce lo chiede anche una risoluzione del consiglio d’Europa che invita gli stati
membri a monitorare, sorvegliare e se del caso anche legiferare, vietando per
esempio ai medici di dare informazioni sul sesso del nascituro quando si
sospetta che possa essere causa di interruzione della gravidanza. Se si ricorre
alla villocentesi, che può essere fatta anche alla decima settimana, non è
infatti escluso che le bambine siano abortite nelle pieghe della 194 e nelle
strutture pubbliche. Se invece è l’ecografia a rivelare il sesso, c’è da sospettare
aborti tardivi e clandestini. «Si sa per esempio — scrive la Meldolesi — che
tra le immigrate c’è un ricorso diffuso al Cycotec, una pillola antiulcera
usata a scopo abortivo non senza rischi per la salute delle donne… Nel marzo
del 2010 la polizia di Rovigo ha arrestato una donna cinese per esercizio
abusivo della professione medica e procurato aborto… Una clinica improvvisata
era stata chiusa a Milano due mesi prima in seguito a un servizio delle Iene… E
molto più facile sarà far nascere solo maschi se entrassero in commercio kit
affidabili per scoprire il sesso del nascituro con un semplice prelievo del
sangue materno, già a sette settimane di gravidanza, risultato che è a portata
di mano».
Si tratta dunque di una battaglia
legislativa e culturale da ingaggiare al più presto. Troppo tempo si è già
perso. Le divisioni sul tema dell’aborto tra credenti e non credenti qui non
c’entrano nulla. Si tratta piuttosto di impedire che nelle nostre città si
manifesti la forma più orribile di relativismo culturale: quella che ci fa
chiudere un occhio quando una bambina non nasce. (Antonio Polito, Corriere
della sera, 6 novembre 2011)
Nessun commento:
Posta un commento