Capitan Uncino, una vita capolavoro di Tommaso Scandroglio, 07-11-2011,
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Nomen omen. A volte nel nome è
per davvero inciso il nostro destino. Giampietro Steccato, morto il 30 ottobre
scorso a 62 anni, era immobilizzato, appunto “steccato” nel suo stesso corpo
dalla “sindrome del lucchetto”, conosciuta anche come sindrome “locked in”.
Quattordici anni in cui pian
piano il suo fisico diventava di marmo, come una statua. Tanto che negli ultimi
anni riusciva a muovere solo una palpebra e un angolo della bocca. Dal 2005
anche la vista lo abbandonò, ma lui invece non abbandonò mai la voglia di
vivere e di comunicare. La moglie compitava le singole lettere dell’alfabeto e
lui con un cenno della palpebra indicava quale consonante o vocale gli serviva
per andare a completare la parola e poi la frase che aveva in animo di
trasmettere agli altri. Un lento esercizio di grammatica dove ogni parola era
veramente scritta e scelta con il cuore, cesellata con fatica e attenzione. Un
dialogo tra sposi intessuto quasi nel silenzio.
E dunque il destino scelse per
lui una vita congelata nel suo stesso corpo e gli assegnò il nome di Steccato,
ma lui lottò contro questa sua condizione e si battezzò Capitan Uncino. E
scelse questo soprannome forse proprio perché nella disabilità di questo
personaggio è racchiuso il suo fascino, il suo punto di forza.
Nel marzo del 2009 vola a Roma
per incontrare il Papa. L’Unione Atei Agnostici e Razionalisti (UAAR) dissente
vibratamente e in una nota fa sapere che “per nulla giustificabile è che il
viaggio in Vaticano gliel’abbia regalato l’Aeronautica Militare italiana, che
per dar corso all’operazione, rende noto l’ANSA, ha messo a disposizione un
C-27J della 46. Brigata Aerea di Pisa”. Già, meglio ha fatto Welby che
decidendo di morire ha fatto risparmiare a noi tutti contribuenti i soldi per
le sue cure.
Giampiero tramite la moglie
consegna al Pontefice una lettera in cui senza mezzi termini afferma che “ho
voglia di vivere, sono entusiasta e curioso, amo la natura e il mondo in cui ho
la fortuna e il privilegio di esistere”. Il termine “privilegio” alle nostre orecchie
di persone cosiddette normodotate appare ancor più deflagrante se teniamo conto
che il livello di gravità della sindrome da cui era affetto Giampietro ha
colpito ad oggi in Italia solo 5 persone. Un privilegiato alla rovescia ci
verrebbe da commentare. Eppure per Capitan Uncino le cose non stanno così e non
c’è spazio per autocommiserazioni: “Sono cosciente che la mia fortuna è frutto
della volontà del Signore e ringrazio infinite volte per quanto mi viene
concesso”. La vera prigione non era il suo corpo, ma il giudizio di chi lo
considerava una persona di serie B: “mi sento incastrato nella parola
disabile”, una volta ebbe a dire.
Altre sono le disabilità da
temere. Sulla rivista “Vita” così scriveva facendo comprendere che il vero
handicap non è la malattia ma la solitudine: “Ho avuto una grossa fortuna: la
mia famiglia mi è sempre stata vicina, ho guadagnato un bel po' di amici che
danno qualità alle mie giornate, mi sono trovato a sentirmi mentalmente e
moralmente uguale a quando stavo bene”.
L’attore Alessandro Bergonzoni lo
portava in giro nelle università a dare testimonianza. Di quell’esperienza
Giampietro era entusiasta: “Sono certo di poter portare ai ragazzi la mia
concretezza, la mia sensazione di stare bene al mondo, la prova che sono veramente
contento di essere vivo. Dico questo perché anche per me era difficile
immaginare di poter stare così da malato quando ero forte e sano (e anche
belloccio).” Muoveva solo una palpebra ma è stato capace di muovere le emozioni
e i sentimenti di molti giovani.
Forse questo dava fastidio
all’UAAR: mostrare che un disabile gravissimo può essere felice di vivere manda
in frantumi il teorema che di fronte alla malattia fortemente invalidante
l’unica scappatoia è l’eutanasia. Meglio occultare storie come quella di
Giampietro. Altrimenti sarebbe come provare con i fatti che la vita è sempre
degna di essere vissuta e si comprenderebbe in un attimo che la bellezza di
un’esistenza non si può spegnere mai del tutto, quella bellezza che risplende
nei corpi piagati dalla malattia e dalla sofferenza ancor più intensamente,
come un fiore in un cumulo di macerie appare ancora più bello. Ed anche per
questo che mai ci fecero vedere Eluana durante la sua malattia, perché ci
sarebbe parsa una bella addormentata e non una donna in perenne agonia.
In un video di qualche anno fa
Giampietro faceva sapere, tramite speaker, che come disabile grave gli avevano
proposto di essere ricoverato in un centro specializzato togliendolo così da
casa. A questo proposito in modo provocatorio e ironico si domandava: “Ma gli
abili per sollevarsi o svagarsi vanno negli ospedali o nei cimiteri?”. La
battuta sui cimiteri era rivolta a coloro i quali pensano che una vita così sia
in realtà un’esistenza morta in sé (vi ricordate Beppino Englaro che sosteneva
che sua figlia dopo l’incidente era morta?), persone viventi ma così malconce
che sono buone solo per la tomba.
“Sento spesso parlare di
eutanasia assistita, – così continuava nel video – morte dignitosa. Mi viene spontanea una
domanda: come mai si parla di questa nuova legge [disegno di legge in esame
attualmente in Parlamento N.d.a] quando non vengono rispettate quelle già
esistenti? Come mai dove c’è vita c’è morte ma la morte fa più effetto della
vita?
Intendo dire: Welby nella sua
rispettosa scelta è stato reso pubblico in tutti i modi per tanto tempo, entrando in quasi tutte
le case degli italiani per stimolare lo Stato a pensare e a legiferare verso il
rispetto della consapevole volontà di chi non ce la fa più a soffrire e a
vivere una non vita. Io per primo mi sono trovato nella condizione di
comprendere Pier Giorgio perché so cosa significa avere la malattia come
immancabile compagna di viaggio. Tuttavia mi sono sentito in un certo senso
obbligato a rendere pubblica la mia volontà alla vita. Non in contraddizione a
chi chiede l’eutanasia, ma per far vivere il diritto ad un’esistenza dignitosa
e rispettosa di chi pur essendo malato vuole continuare a vivere.
Dopo il furore iniziale la
battaglia è finita come tutti tranne me si aspettavano: silenzio e mille bugie
da parte delle istituzioni…. E’ stato più facile da parte dello Stato ascoltare
chi chiede una morte senza spese che dare una risposta a chi chiede un aiuto
che comporta un maggior impegno.
Concludo queste poche righe con
un invito a tutti quelli che sono in difficoltà a non cadere nella guerra dei
poveri che in troppi fomentano: chi vuole l’eutanasia contro chi non la vuole,
chi ha l’assistenza contro chi non ce l’ha. Uniamoci, sani e malati,
combattiamo per un’assistenza sanitaria e non che sia qualificata, sufficiente
a far vivere con dignità noi e a non far distruggere le nostre famiglie. In
modo tale da consentirci la tranquillità e la certezza che non saremo mai
lasciati soli o parcheggiati in istituto.
La malattia e la voglia di vivere
hanno dei punti in comune. Entrambe ci arrivano senza che noi possiam far
nulla. Sono spesso invincibili e soprattutto non fanno distinzioni. Non hanno
nazionalità, né sesso, né età, né un colore politico. Finiamo di giocare e
perdere tempo. La nostra serenità è urgente”.
Capitan Uncino, lo abbiamo detto,
era immobile come una statua di marmo. Ma la sua sete di vita ha scolpito il
marmo e ha reso questa statua un capolavoro.
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