08/09/2011 - REPORTAGE -
I Volontari "Siamo noi
l'Europa che funziona"
Ci sono 140 milioni di persone impegnate in 37 Paesi, il settimo "Stato" più popoloso al mondo
Meeting a Bruxelles di 100 associazioni le loro attività valgono il 3% del Pil mondiale
MARCO ZATTERIN - http://www3.lastampa.it
CORRISPONDENTE DA BRUXELLES
Giuseppe Porcaro s’avvicina a passo rapido, appena trafelato, il casco in una mano e una borsa nell’altra. Un ragazzo è stato appena investito da un piccolo veicolo da trasporto, nulla di grave, ma «arriva la polizia, devono fare il verbale e c’è bisogno di qualcuno parli francese».
Nell’attesa, il segretario dell’European Youth Forum (Eyf), raccordo fra quasi 100 associazioni di volontari, si accomoda su un muretto all’ingresso dell’edificio che l’Europarlamento ha dedicato a Altiero Spinelli e raccontare sereno perché lui e 1500 altri si sono decisi «a portare la montagna da Maometto». Ovvero a occupare pacificamente Bruxelles per «far toccare ciò che facciamo, così smettono considerarci invisibili».
Visibili lo sono. Eccome. Non solo sull’Esplanade Simone Veil sferzata dal vento, dove squadre miste di operai e ragazzi montano le tende del villaggio che sino a sabato ospiteranno la seconda Convention europea del volontariato. Marian Harkin, eurodeputata liberale irlandese votata al sociale, riferisce di un rapporto Onu secondo il volontariato pesa qualcosa fra l’1 e il 3% del pil mondiale. «Mettiamola così - racconta -: un’analisi su 37 Paesi sviluppati ha contato 140 milioni di volontari. Se fossero in un solo Stato, sarebbe il settimo più popoloso del pianeta».
Porcaro parla di «potenziale moltiplicatore di ricchezza, di cervelli e di innovazioni». I volontari sono gente che ha deciso di mettere una parte del tempo libero a servizio degli altri, «trasformandosi in imprenditori sociali».
Formano un esercito disarmato di giovani pronto ad offrirsi per una rivoluzione dal basso che sconfigga una recessione che arriva dall’alto, dai grandi poteri, dalla superfinanza. Li riconosci dallo sguardo prima ancora che dalla t-shirt blu della Convention. «È in questo momento di crisi che si dovrebbe capire che è qui che bisogna investire», insiste il segretario dell’Eyf. Soldi? Anche, ma più che altro servono regole e garanzie.
I ragazzi ripetono storie di accessi mancati, di visti non dati, di regole non rispettate, di minacce ed intimidazioni. «Troppo spesso li si considera lavoratori da non pagare», ammette Staffan Nillsson, presidente del Comitato economico e sociale. Di qui a sabato si parlerà della Carta dei diritti dei volontari che deve risolvere il problema. Una dichiarazione chiederà che il documento venga fatto proprio dalle istituzioni europee.
Gianni Pittella, vicepresidente dell’eurassemblea, sposa l’idea della Carta, e ipotizza «una detassazione degli investimenti nel settore». Mica facile. Sebbene si sia appurato che un euro ai volontari produce un valore dalle cinque alle otto volte superiore (lo dice la Harkin), Porcaro concede che «ci sono priorità diverse che oscurano un lavoro fatto spesso nel silenzio». Ecco il problema. Se dovesse esprimere un solo desiderio per il volontariato, Katarina Nevedalova, eurodeputata slovacca e vicepresidente dello Eyf, sceglierebbe «l’essere riconosciuti». L’invasione di Bruxelles serve sopratutto a questo. Deve obbligare i profeti della politica ad ammettere l’esistenza della montagna.
Giuseppe Porcaro s’avvicina a passo rapido, appena trafelato, il casco in una mano e una borsa nell’altra. Un ragazzo è stato appena investito da un piccolo veicolo da trasporto, nulla di grave, ma «arriva la polizia, devono fare il verbale e c’è bisogno di qualcuno parli francese».
Nell’attesa, il segretario dell’European Youth Forum (Eyf), raccordo fra quasi 100 associazioni di volontari, si accomoda su un muretto all’ingresso dell’edificio che l’Europarlamento ha dedicato a Altiero Spinelli e raccontare sereno perché lui e 1500 altri si sono decisi «a portare la montagna da Maometto». Ovvero a occupare pacificamente Bruxelles per «far toccare ciò che facciamo, così smettono considerarci invisibili».
Visibili lo sono. Eccome. Non solo sull’Esplanade Simone Veil sferzata dal vento, dove squadre miste di operai e ragazzi montano le tende del villaggio che sino a sabato ospiteranno la seconda Convention europea del volontariato. Marian Harkin, eurodeputata liberale irlandese votata al sociale, riferisce di un rapporto Onu secondo il volontariato pesa qualcosa fra l’1 e il 3% del pil mondiale. «Mettiamola così - racconta -: un’analisi su 37 Paesi sviluppati ha contato 140 milioni di volontari. Se fossero in un solo Stato, sarebbe il settimo più popoloso del pianeta».
Porcaro parla di «potenziale moltiplicatore di ricchezza, di cervelli e di innovazioni». I volontari sono gente che ha deciso di mettere una parte del tempo libero a servizio degli altri, «trasformandosi in imprenditori sociali».
Formano un esercito disarmato di giovani pronto ad offrirsi per una rivoluzione dal basso che sconfigga una recessione che arriva dall’alto, dai grandi poteri, dalla superfinanza. Li riconosci dallo sguardo prima ancora che dalla t-shirt blu della Convention. «È in questo momento di crisi che si dovrebbe capire che è qui che bisogna investire», insiste il segretario dell’Eyf. Soldi? Anche, ma più che altro servono regole e garanzie.
I ragazzi ripetono storie di accessi mancati, di visti non dati, di regole non rispettate, di minacce ed intimidazioni. «Troppo spesso li si considera lavoratori da non pagare», ammette Staffan Nillsson, presidente del Comitato economico e sociale. Di qui a sabato si parlerà della Carta dei diritti dei volontari che deve risolvere il problema. Una dichiarazione chiederà che il documento venga fatto proprio dalle istituzioni europee.
Gianni Pittella, vicepresidente dell’eurassemblea, sposa l’idea della Carta, e ipotizza «una detassazione degli investimenti nel settore». Mica facile. Sebbene si sia appurato che un euro ai volontari produce un valore dalle cinque alle otto volte superiore (lo dice la Harkin), Porcaro concede che «ci sono priorità diverse che oscurano un lavoro fatto spesso nel silenzio». Ecco il problema. Se dovesse esprimere un solo desiderio per il volontariato, Katarina Nevedalova, eurodeputata slovacca e vicepresidente dello Eyf, sceglierebbe «l’essere riconosciuti». L’invasione di Bruxelles serve sopratutto a questo. Deve obbligare i profeti della politica ad ammettere l’esistenza della montagna.
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