DIBATTITI/ L’etica
"inaspettata" di un evoluzionista - INT. Fiorenzo Facchini, il
sussidiario.net, venerdì 9 settembre 2011
«Le ragioni per non credere non vogliono essere
argomentazioni filosofiche compatibili con o dedotte da conoscenze
scientifiche, bensì “ragioni scientifiche” tout court, perché le scienze
naturali sono l’unica sorgente di conoscenza attendibile sul mondo». È una
delle affermazioni forti che si trovano nella seconda parte dell’ultimo libro
di Telmo Pievani “La vita inaspettata”: un’opera che, dopo aver ricostruito in
modo puntuale e brillante l’evoluzione dei viventi, offre un ampio spettro dei
punti più critici di un dibattito destinato a non spegnersi facilmente.
Caso, necessità, contingenza, probabilità, creazione,
disegno, trascendenza: quali di queste categorie si applicano meglio alla
descrizione e spiegazione del fenomeno “vita” e della vita intelligente in
particolare? Nel rispondere, il volume riprende molti degli argomenti cari
all’autore e sviluppati in più occasioni.
Ad esempio, si asserisce in più punti e con diverse
esemplificazioni che l’osservazione stessa della natura, in particolare la sofferenza
degli uomini (e ancora di più dei bambini affetti da gravi patologie), porta a
escludere definitivamente un senso e un progetto trascendente che governi la
realtà: «che senso può avere tutto ciò per i teologi che si rivolgono alla
natura per fondare i loro convincimenti?».
In altri passaggi si sostiene che è possibile fondare
un’etica basata sulla visione del mondo senza finalità: «Dunque non è vero che
senza una finalità insita nella natura non può esistere l’etica, semmai il
contrario: è proprio perché non esiste una finalità che l’etica assume il suo
valore e la sua indipendenza come “novità” evolutiva umana».
E non manca una critica al magistero pontificio, là dove esso
asserisce che la teoria dell’evoluzione in gran parte non è dimostrabile sperimentalmente,
che vi sono lacune rilevanti di verificabilità-falsificabilità, e che quindi
non si tratta ancora di una teoria completa. Sulla base di queste affermazioni
Pievani accusa il magistero di essere contiguo, se non proprio identico, al
creazionismo fondamentalista americano.
Su questi punti abbiamo interpellato Fiorenzo Facchini, uno
dei più noti antropologi e paleontologi, già docente all’università di Bologna.
Alla luce delle riflessioni che per secoli si sono
focalizzate sul problema della sofferenza umana e dell’apparente incompiutezza
del mondo materiale, come commenta la visione del mondo come quella che viene
proposta nell’ultimo libro di Pievani?
La sofferenza umana ha sempre costituito un problema, pone
domande a cui i miti, le filosofie, le religioni hanno cercato di dare
risposta. Certamente l'osservazione delle cose e del mondo fatta dalla scienza
solleva delle domande, ma la scienza non è in grado di dare delle risposte,
perché esse riguardano il significato delle cose, che è fuori dalle competenze
della scienza empirica. Il limite dell'approccio scientista, cioè di quelli che
escludono altre forme di conoscenza che non siano quelle raggiunte dalle
scienze positive, è proprio questo: negare che possano esservi delle risposte
su altri piani che non siano quelli delle scienze. Chi mai ha detto che il
mondo creato da Dio è perfetto e che tutto funziona bene? Basta guardare
all'uomo, a quello che combina con la sua libertà. E allora? Ciò esclude che
possano esservi delle risposte alle domande che si pongono? Certamente non
vanno cercate nella scienza, ma nella capacità di ragionare e nella fede.
Ritiene che il progresso della conoscenza scientifica nelle
epoche più recenti abbia reso più sostenibile l’affermazione che “le scienze
naturali sono l’unica sorgente di conoscenza attendibile sul mondo”?
Che vi siano delle ragioni scientifiche per non credere e che
le scienze naturali siano l'unica sorgente di conoscenza attendibile sul mondo
sono affermazioni che non stanno in piedi. È la posizione tipica dello
scientismo. Ma la fede e la religione proprio per definizione non rientrano nel
campo di indagine delle scienze. E allora? Se poi si volesse limitare la
conoscenza agli ambiti delle scienze positive, vorrei sapere che cosa si
potrebbe dire del Colosseo o di una tela di Raffaello. La composizione chimica
delle pietre o dei colori o poco più. Lo scientismo, che ispira il naturalismo,
è una posizione obsoleta, che spesso riaffiora con intenti polemici, poco
costruttivi.
Alla luce delle normali dinamiche psicologiche e di giudizio
che governano le azioni umane, è realistico produrre un’etica senza un
fondamento trascendente?
Il discorso dell'etica ritorna di tanto in tanto anche sulla
bocca di filosofi e scienziati che si ispirano al naturalismo. È ovvio che la
società umana ha bisogno di valori a cui ispirarsi. L'evoluzione, come processo
biologico, è fuori dalla sfera dei valori, la quale invece è propria dell'uomo
e implica le sue scelte libere. Vi sono però aspetti della natura che nell'uomo,
in forza della simbolizzazione, assumono un valore: si pensi alla relazionalità
degli elementi della natura, alla cooperazione. Esse sono iscritte nella natura
delle cose e diventano con l'uomo solidarietà, amore, rispetto dell'altro.
Anche la preoccupazione della sopravvivenza per le
generazioni future può essere motivo che induce a comportamenti eticamente
rilevanti e alla collaborazione. Che ciò sia proprio della sfera umana e non di
quella animale (anche se alcuni vogliono parlare di etica per le scimmie) non
ho dubbi. Ma occorrono dei riferimenti di valore su cui convenire.
Quindi, a quali criteri ispirarsi?
Il bene della persona dovrebbe essere il criterio sommo. Non
basta il puro fatto di trovarsi d'accordo. E neppure può essere l'autodeterminazione,
la libertà il principio a cui ispirarsi. Il bene dell'uomo e della comunità
dovrebbero ispirare le scelte etiche. Il riferimento al trascendente, a Dio non
può che rafforzare quello che la ragione ci indica.
Esistono differenze tra una posizione creazionistica e una,
come quella espressa dall’attuale pontefice, che valuta criticamente la teoria
darwinista?
Quando si parla di magistero papale si dovrebbero prendere
non frasi isolate dal contesto, ma le considerazioni di fondo che ritornano più
frequentemente nel magistero. Esse riguardano non tanto i meccanismi
dell’evoluzione (di per sé non sono dei dogmi, anche se alcuni li vogliono fare
apparire tali), quanto sul rapporto tra evoluzione e creazione. Il Papa in
varie occasioni (come del resto già molti anni fa quando era arcivescovo di
Monaco) ha affermato la conciliabilità tra la teoria della evoluzione e la
creazione. Entrambe rispondono a domande diverse che si pongono all'uomo che
osserva, pensa e ragiona sulle cose cercando le diverse risposte dove può
trovarle.
(a cura di Mario Gargantini e Paolo Tortora)
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