EUROPA, SALARI, POLITICHE PUBBLICHE - L'emergenza che non vediamo, di Massimo
Mucchetti, http://www.corriere.it
L' Economist dedica la copertina
alla ricerca del lavoro che non c'è in tutto l'Occidente. Nei 34 Paesi
dell'Ocse, i più avanzati del mondo, i disoccupati sono 44 milioni, più o meno
gli abitanti della Spagna. Ma per calcolare quanti posti mancano davvero andrebbero
considerati anche i lavoratori part-time che vogliono il tempo pieno (un posto
ogni due tempi parziali), i dipendenti sottoposti a sospensioni lunghe
dall'attività (un posto ogni 1.800 ore di integrazione salariale) e infine gli
scoraggiati (coloro i quali non hanno più cercato lavoro negli ultimi tempi). I
posti che mancano nell'area Ocse diventerebbero così 100 milioni.
Il diavolo che minaccia
l'Occidente è dunque peggiore di quello dipinto dal settimanale britannico. E
tuttavia, al di là dei numeri, colpisce l'enfasi dell'antica testata liberale
sulla questione del lavoro mentre i governi europei e la Bce combattono il
deficit dei bilanci pubblici senza troppo curarsi degli effetti collaterali che
deprimono l'economia, e dunque l'occupazione. Certo, da tempo la Banca d'Italia
invoca politiche per la crescita basate su riforme a costo zero come quella,
peraltro inderogabile, della giustizia civile e quella, tutta da approfondire,
del mercato del lavoro. Ma oggi tra la durezza della crisi e il riformismo in
stile anni Novanta emerge la stessa distanza che separa i fatti dalle parole:
vanno male anche i maestri di quella stagione. E allora torniamo a chiederci se
ci possa essere una ripresa duratura senza invertire la ridistribuzione sempre
più ineguale della ricchezza, quando sappiamo che il disastro è cominciato
dall'insolvenza dei poveri fatti indebitare per farli consumare senza aumentare
loro le paghe. E poi crediamo davvero che l'Italia possa basarsi soltanto
sull'estero quando le imprese esportatrici, peraltro ottime, importano sempre
più componenti? E l'Eurozona potrà mai riprendersi se i suoi 450 milioni di
cittadini non torneranno a spendere?
Forse non è un caso se George
Magnus, l'economista principe di Ubs che aveva capito la crisi dei mutui
«subprime » prima della Casa Bianca, ora scrive su Bloomberg : «Date a Marx una
chance di salvare l'economia mondiale». La sua è una provocazione. Ma resta il
fatto che il balzo della produttività è avvenuto attraverso il taglio dei
costi, il trasferimento delle produzioni nei Paesi emergenti, gli arbitraggi
fiscali e regolatori tra legislazioni e non solo attraverso il progresso
tecnologico. Un processo che ha congelato i salari reali e aumentato la
disoccupazione a tutto vantaggio dei profitti. Un'impresa riceverà applausi, se
batte questa strada. Un Paese pure, se avrà l'accortezza di non costringere poi
i clienti alla recessione, come invece sta facendo la Germania in Europa. Ma se
lo fanno tutti? Se lo fanno tutti, ironizza Magnus, si entra nel paradosso
marxiano della sovrapproduzione: il sistema ha fatto investimenti per sfornare
una quantità di merci superiore alla sua capacità di consumo. E qualcuno deve
pagare il conto.
Se non vogliono resuscitare il
rivoluzionario di Treviri o, più probabilmente, esporre a tumulti nordafricani
democrazie che ai giovani derubati della speranza sembreranno inutili, i
governi dovrebbero porre in cima all'agenda il lavoro, non il deficit dei conti
pubblici. E il lavoro si crea attivando la domanda interna. Anche a costo di un
po' di inflazione.
Sul Financial Times , sir Samuel
Brittan critica i flirt marxisteggianti. Ma non censura i rischi della
stagnazione salariale né gli auspici d'inflazione. Del resto, la Bank of
England e la Federal Reserve continuano a stampare moneta, sia pur virtuale. E
pur avendo conti peggiori dell'Eurozona, i debiti pubblici di Regno Unito e Usa
galleggiano. La Bce non lo fa perché non ha alle spalle un governo che glielo
chieda. E l'euro trema.
In queste condizioni, l'Italia
non può lasciar correre il deficit né disimpegnarsi sulla riduzione del debito.
Ma rischia anche la recessione se non riesce a riorientare il risparmio privato
dai deludenti impieghi finanziari verso gli investimenti nell'economia reale
attraverso la leva della politica industriale (che non vuol dire un'altra
Finsider ma, per esempio, no ai contributi esagerati per le fonti rinnovabili e
sì al risparmio energetico). E la domanda interna non parte se, in attesa di
poter alzare i salari, non si usa con coraggio la leva fiscale. È possibile, a
parità di gettito, trasferire almeno in parte l'Irap alle retribuzioni e al
tempo stesso aumentare l'Irpef? Far pagare la sanità a tutti i cittadini
secondo aliquote progressive anziché alle imprese e ai dipendenti sarebbe anche
un atto di giustizia. E se si vuole fare un po' di inflazione, a sollievo del
debito pubblico, l'Italia dovrebbe convincere l'Eurozona ad aumentare l'Iva,
così da spostare un po' di peso anche sulle importazioni, avendo cura di
salvaguardare i redditi bassi con ritocchi dell'Irpef. Insomma, possiamo
rialzarci. Ma ci vorrebbe un governo. Capace di politica interna e di politica
estera.
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