Etica al centro del nuovo futuro di Angelo Scola, 14 Settembre 2011, http://www.ilsole24ore.com
Il prolungarsi della crisi
economica mondiale e le rapide trasformazioni geopolitiche in atto, in
particolare quelle che stanno interessando il Medio Oriente e il Nord Africa,
ci provocano a un ripensamento della nostra concezione della ragione umana, in
particolare della ragione economica e di quella politica.
Una considerazione realistica
della crisi suggerisce infatti che, per uscirne, non sarà sufficiente mettere
in campo nuove soluzioni tecniche, né stabilire pur necessarie nuove regole che
disciplinino il mercato.
Ripensare il paradigma finora
dominante, e che ha di fatto ridotto la ragione economica al calcolo razionale
e quella politica a mera realpolitik, esige di concentrarsi su un terzo aspetto
della crisi, che è a mio avviso quello decisivo e che pesa forse in misura
maggiore delle fragilità strutturali dei nostri sistemi economici e politici.
Mi riferisco a quella sorta di paralisi culturale che la crisi ha da un lato
evidenziato e dall'altro contribuito ad accentuare, e che si manifesta in
alcuni atteggiamenti ormai piuttosto generalizzati in molte società europee:
penso alla scarsa tendenza a progettare il futuro, al prevalere di legami
revocabili a scapito di relazioni stabili, al bisogno interpretato come diritto
esclusivo al benessere da soddisfare tramite il consumo.
La posta, ben più grande dei
risultati che i sistemi economici riusciranno a conseguire, è stata bene messa
in luce da Benedetto XVI nella sua recente visita a Venezia: «Nell'ambito di
una città, qualunque essa sia, anche le scelte di carattere amministrativo
culturale ed economico dipendono, in fondo, da questo orientamento
fondamentale, che possiamo chiamare "politico" nell'accezione più
nobile e più alta del termine. Si tratta di scegliere tra una città
"liquida", patria di una cultura che appare sempre più quella del
relativo e dell'effimero, e una città che rinnova costantemente la sua bellezza
attingendo dalle sorgenti benefiche dell'arte, del sapere, delle relazioni tra
gli uomini e tra i popoli».
Allargare la ragione, significa
perciò innanzitutto rispondere alla domanda su chi sia - e chi voglia essere -
il soggetto umano e quale sia la natura dei suoi bisogni. Secondo la
rappresentazione hobbesiana dello stato di natura, che in un certo senso
compendia la concezione moderna dell'essere umano, l'unico bisogno dell'uomo è
infatti la sopravvivenza e il suo unico oggetto del desiderio è il potere quale
mezzo per soddisfare il proprio bisogno.
Poiché tutti agiscono secondo
tale movente, il conflitto è inevitabile. Questa concezione, variamente
riformulata, è quella cui di fatto fa riferimento, più o meno consapevolmente,
anche la scienza economica classica con il modello dell'homo oeconomicus, che
ha ancora un forte peso nel regolare il mondo della produzione e del consumo.
Si tratta di una visione non solo irrealistica ma anche ideologica perché
trasforma l'uomo in un attore solitario e conflittuale del mercato e un suddito
isolato e docile dello Stato. Al contrario, l'uomo è un essere originariamente
in-relazione, è un io-in-relazione. Lo affermava peraltro anche Adam Smith,
padre dell'economia moderna.
Penso allo Smith che nella
Ricchezza delle nazioni, interrogandosi sull'origine della "propensione
allo scambio (propensity to truck)", si domanda se per caso essa non
dipenda da ragione e linguaggio, proprio i fattori che già Aristotele invocava
per giustificare la natura sociale del modo umano di abitare il mondo. Smith
tornerà sulla questione altrove, nelle Lezioni di Glasgow, dove
significativamente evocherà la naturale inclinazione di ogni uomo a persuadere,
cioè - potremmo dire - a fidarsi dell'altro e perciò a fare società.
Per riaffermare questa naturale
inclinazione alla fiducia reciproca occorre allora passare da un concetto di
ragione ridotta a puro calcolo a un concetto di ragione come capacità
d'identificare e condividere ciò che è bene per l'uomo. E, riecheggiando il
famoso passo aristotelico della Politica, potremmo dire che non c'è bene umano
personale che non sia un bene ricevuto in dono da altri e responsabilmente
donato a propria volta.
È su questo concetto impegnativo
di Koinonìa che Aristotele fonda la città, il cui scopo non è la semplice
sopravvivenza, come dirà Hobbes restringendo per l'appunto l'orizzonte della
ragione, ma la vita buona che, non a caso, per Aristotele è - a un tempo - del
singolo e di tutti, oppure semplicemente non è.
È in questa luce che va inteso
uno degli elementi più originali, e tutt'ora più incompresi, della Caritas in
veritate: lo sviluppo integrale dell'uomo deve fondarsi su un'antropologia
adeguata in cui la persona e la società sono viste a partire dall'origine, da
ciò che precede il puro fare. A cominciare dalla nascita, non esiste realtà,
attività, azione o iniziativa umana, che non affondi le radici in un'origine
che la precede, ossia nella "stupefacente esperienza del dono"
(Caritas in veritate 34), la cui logica come «espressione della fraternità» non
va semplicemente invocata per correggere a posteriori le eventuali distorsioni
che l'economia produce, ma è «un'esigenza della stessa ragione economica»
(Caritas in veritate 36).
Soltanto un allargamento della
ragione economica e politica sarà in grado di ridare senso e vigore a parole –
penso per esempio a carità, solidarietà, responsabilità, cooperazione – su cui
si registra puntualmente un vasto consenso ma che suonano poi molto spesso
logore o depotenziate. A richiamare la loro pertinenza per una corretta
concezione della sfera economica ha pensato ancora una volta Benedetto XVI.
Stimolato dalle domande dei giornalisti che lo accompagnavano a Madrid per la
Giornata mondiale della Gioventù, il Papa è tornato sinteticamente, ma in
maniera molto incisiva, sulla crisi economica riaffermando che «la dimensione
etica non è una cosa esteriore ai problemi economici, ma una dimensione
interiore e fondamentale».
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