IL CASO/ Morresi: 150
fratelli e non conoscerli, ecco perché l'eterologa è contro l'uomo - INT. Assuntina
Morresi, il sussidiario.net - mercoledì 7 settembre 2011
Cynthia Daily (Usa), dopo aver concepito sette anni fa un
figlio grazie alla fecondazione eterologa, decise di rintracciare i fratelli
del pargolo e istituì una sorta di anagrafe “familiare” on line. Al suo bambino
- pensava - avrebbe fatto piacere conoscere i suoi fratellastri; avrebbe, così,
fatto parte di una moderna famiglia allargata. Non così allargata, però.
Scoprì, infatti, che aveva 150 fratelli. Tutti originati dal seme di un unico
donatore. Un imprevisto? Per niente. «Fin da quando, 33 anni fa, nacque la
prima bambina in provetta, Luise Brown, si conoscevano perfettamente tutti i
rischi ai quali si andava incontro. Tra i quali l’aver un numero immane di
parenti biologici non è neanche il maggiore», spiega a ilSussidiario.net
Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale di bioetica. Tra i rischi che
la comunità scientifica ha individuato, quello di diffondere tra la popolazione
malattie genetiche rare. Il fatto, poi, che un po’ ovunque stiano nascendo in
rete gruppi del genere, è segno che l’eterologa ha profondi riflessi su piano
esistenziale.
«Per stabilire la propria identità - dice Morresi - non è
sufficiente guardarsi allo specchio. Ce ne accorgiamo nei casi di adozione o
affidamento, in cui i bambini sono sempre alla ricerca delle loro radici. Il
che non significa certo un rifiuto della famiglia in cui si sono trovati. Ma
sapere da dove si viene è una insopprimibile necessità della persona». Lo
dimostrano i fatti: «Inizialmente – continua Morresi -, in tutti i paesi, chi
cedeva i gameti non era rintracciabile. Il che ha scatenato una serie di cause
legali vinte da chi voleva conoscere la propria identità. Per cui, a partire
dalla Svezia, in molte Nazioni è stato posto il divieto di anonimato. Del
resto, aver cognizione del fatto che camminando per strada ci si possa
imbattere nel proprio padre biologico o nei propri fratelli senza saperlo è
abbastanza inquietante». Per una persona nata mediante l’eterologa, conoscere
la propria identità è la medesima urgenza di chiunque altro. Ma vi è, rispetto
all’adozione, una distinzione fondamentale.
«Viene pianificata a priori: quando, infatti, un bambino
viene adottato vuol dire che si è ritrovato senza un padre e una madre, per i
motivi più disparati, che non dipendono dai genitori adottativi. L’adozione è
il modo per porre rimedio alla situazione. La fecondazione eterologa, invece, è
il modo per realizzare il desiderio di avere un figlio; ma un figlio con il
quale avere un legame biologico». Si genera un paradosso: «Il bambino nasce con
un contributo esterno alla coppia (può trattarsi di un gamete maschile o
femminile) la quale, pretendendo di avere figli legati biologicamente a sé gli
nega la possibilità di vivere con i genitori biologici». C’è chi dice che, in
fondo, tutto ciò non è importante. Ciò che conta è l’amore. «Se così fosse, se
contasse solo l’amore, allora si ricorrerebbe all’adozione. Altrimenti,
sull’amore prevale il desiderio di legame biologico». Ma il contraccolpo più
grave e meno manifesto, si produce sul piano metafisico. «Con l’eterologa si
scinde l’atto fondamentale del dar vita ad una persona dalla relazione tra le
persone. L’esperienza umana è unica, e dividerla in uno dei suo atti fondanti,
il procreare, produce per forza dei problemi. E’ la natura della persona a
ribellarsi. Perché viene alterato il rapporto stesso tra uomo, donna e
generazione, il principio fondante della stessa umanità».
(Paolo Nessi)
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