PAPA/ Perché Benedetto ha citato Romano Guardini? Di Laura Cioni, il
sussidiario.net, giovedì 8 settembre 2011
Non è un segreto che tra i
maestri di Benedetto XVI ci sia anche Romano Guardini. Il Papa ne ha citato
brevemente un passo durante un Angelus dell’estate scorsa da Castel Gandolfo.
Dapprima il pontefice ha commentato con grande chiarezza la pagina evangelica
della tempesta sul lago in cui Gesù chiama san Pietro ad andargli incontro
camminando sulle acque; in questo contesto ha ricordato un passaggio tratto da
un piccolo libro di Guardini, intitolato Accettare se stessi. "Il grande
pensatore Romano Guardini scrive che il Signore è sempre vicino, essendo alla
radice del nostro essere. Tuttavia, dobbiamo sperimentare il nostro rapporto
con Dio tra i poli della lontananza e della vicinanza. Dalla vicinanza siamo
fortificati, dalla lontananza messi alla prova". In questo opera
pubblicata nel 1992 da Morcelliana sono raccolti due brevi scritti di Guardini.
L’autore di fronte alla domanda più inquietante, ma anche ineluttabile che
l’essere cosciente si pone, basandosi sulla concezione biblica della creatura
fatta a immagine e somiglianza di Dio,
afferma che solo chi ha conoscenza di Dio conosce l’uomo.
L’autore parte dall’evidenza che
l’uomo è dono a se stesso e che ciò indica un compito: anche per gli antichi
romani la parola munus significava i due concetti di dono e di compito. Alla
radice di ogni posizione psicologica sana sta l’atto mediante il quale l’uomo accetta
se stesso, acconsente ad essere quello che è, con le proprie qualità e i propri
limiti. Tutto ciò può riuscire difficile quando ai limiti si aggiungono
insufficienze e difetti: danni nella salute, disturbi nella struttura psichica,
pesi genetici, dolori dovuti alla situazione storica e sociale. A questo punto
accettarsi può diventare difficile, anzi non è possibile farlo per una via
puramente etica. Occorre la fede in Qualcuno da cui si è stati voluti, la
convinzione che il proprio principio sta
in Dio. Questo è l’inizio e la fine di tutta la sapienza, il rifiuto della
ribellione, la fedeltà alla realtà, l’onestà e la risolutezza dell’essere se
stessi, la fortezza che si rallegra dell’esistenza.
Ma dalla condizione
dell’esistenza può anche nascere l’angoscia che sorge dalla precarietà e dalla
vanità della vita. Guardini ha tematizzato questa condizione così diffusa
nell’animo umano in un altro breve scritto, Ritratto della malinconia.
L’angoscia non è indissolubile
dalla coscienza di essere, è un fatto secondario, non primario: è la
conseguenza della finitezza ribelle, mentre crescere come uomini significa
esistere nel coraggio e nella fiducia di chi sa che i propri limiti non sono
connessi al vuoto.
A questo punto l’autore riflette
sul fenomeno del pentimento, che ritiene una delle forme più potenti della
nostra libertà. Esso non può far sì che l’accaduto non sia accaduto, ma può
generare un comportamento nuovo. Ogni attimo della nostra vita è riformabile e
il pentimento, ben lontano dall’essere disperazione, apre alla riscoperta del
rispetto che l’uomo deve a se stesso. Dio vuole che l’uomo viva, e viva in
pienezza, e la fortezza dell’accettazione di sé significa al tempo stesso
fiducia in questa volontà paterna. L’esistenza allora vive sorretta dalla coscienza
che Dio guida la nostra vita. A questo punto può sorgere con cautela e umiltà
la domanda: chi è Lui, e come è? Tenendo conto del male che nasconde l’agire di
Dio, l’interrogativo è esatto e in esso si può compiere la comprensione di Dio
a partire dalla conoscenza dell’uomo e viceversa.
© Riproduzione riservata.
Nessun commento:
Posta un commento