IL CASO/ Morresi: il tribunale toglie una figlia a due anziani? Ecco i
risultati dei desideri-diritti - INT. Assuntina Morresi, il sussidiario.net, venerdì
16 settembre 2011
Troppo anziani per avere un
figlio. Non per ottenerlo, perché questo è stato possibile grazie alla
fecondazione assistita; ma per curarlo, accudirlo, farlo crescere. Questa, in
estrema sintesi la motivazione con quale il Tribunale dei minori di Torino ha
dichiarato una bimba nata il 26 maggio del 2010 adottabile. Suo padre ha 70
anni, la madre 57. «Qualcuno ha consentito loro di effettuare un’operazione
che, naturalmente, non sarebbe stata possibile. Il fatto che alcuni procedimenti
in laboratorio abbiano reso possibile tali operazioni, ha fatto sì che si
passasse dal “si può” al “si deve”», è il giudizio di Assuntina Morresi, membro
del Comitato nazionale di bioetica che, interpellata da IlSussidiario.net
commenta la vicenda. I due, Gabriella e Luigi De Ambrosis – lei è
bibliotecaria, lui ex sindaco di un paesino del Monferrato – si sposarono nel
’90. Siccome la donna non riusciva a rimanere incinta, ricorsero per dieci
volte alla fecondazione assistita, in Italia; tentarono anche, nel ’99 e nel
2003, la strada dell’adozione, ma gli fu rifiutata. Decisero di andare
all’estero, dove Gabriella fu sottoposta all’operazione e nacque la bimba. Una
creatura che, secondo i giudici è «frutto di un'applicazione distorta delle
enormi possibilità offerte dal progresso in materia genetica». I magistrati
addebitano alla coppia «il desiderio di soddisfare a tutti i costi i propri
bisogni che necessariamente implicano l'accantonamento delle leggi di natura e
una certa indifferenza rispetto alla prospettiva del bambino»; nonché una
questione pratica: la piccola potrebbe rimanere orfana in giovane età, o
trovasi costretta ad accudire i genitori che potrebbero ragionevolmente
trovarsi preda di malattie invalidanti. «La questione è estremamente delicata,
ed entrare nel merito, affermando che il giudice abbia fatto bene a dichiarare
la bimba adottabile non credo che sia così corretto», afferma la Morresi. «Una
bambina strappata ai genitori, infatti, rappresenta pur sempre un fallimento
per la famiglia, e non è detto che rappresenti il suo bene». C’è il rischio,
poi, che si crei un pericoloso precedente. «Esatto: mettiamo il caso – più
unico che raro – che una coppia di età simile concepisca un figlio
naturalmente. Forse il giudice dovrà toglierli la custodia della creatura? E
potrà farlo anche nel caso in cui una donna affetta da una malattia invalidante
diventi madre?». Il problema, quindi, è un altro, e sta alla radice.
«C’è da domandarsi come sia
possibile che, in certe parti del mondo, la tecnica legittimi una situazione
del genere in nome del desiderio di avere un figlio». E, proprio sui desideri
“impazziti” sta il nocciolo della vicenda. «Il punto è che la tecnica ha
indotto nelle persone dei desideri che prima, semplicemente, non esistevano. Oggetto
di tali desiderio è l’avere un figlio, costi quel che costi». Il desiderio
indotto dalla tecnica, poi, ha subito un
ulteriore passaggio. «Si è iniziato a considerarlo un diritto – spiega la
Morresi –. Ma non solo, del resto, avere un figlio a quell’età non può essere
reputato un diritto, ma non può esserlo neppure avere un figlio. Esiste,
infatti, li diritto a potersi formare una famiglia senza impedimenti, legali o
di altro genere, ma l’avere un figlio rimane solamente un desiderio». Che
rimane legittimo fino a quando attiene alla natura dell’uomo.
«Ovvero – continua – fino a
quanto ne esistono le prerogative strutturali, costituite anche dai tempi e dai
modi del concepimento. Quando si prescinde da ciò, si sorpassa l’essenza stessa
dell’uomo, snaturandola». Ma oggi, quanto mai, il concetto di natura, nel senso
di essenza, appare astratto e confuso. «Sarebbe necessaria una riflessione sul
diritto naturale, per comprendere in cosa consista realmente la natura
dell’uomo, cosa la completi o cosa la stravolga; perché non si continui a
mescolare scienza, tecnica, natura,
diritti e desideri come fossero parte di un’unità indifferenziata».
(Paolo Nessi)
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