LA RESPONSABILITÀ DELL'EDUCATORE - ROMA, sabato, 17 settembre 2011
(ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito una relazione tenuta il 2 settembre
scorso a Bologna dal Cardinale Carlo Caffarra.
ZI11091702 - 17/09/2011
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Non penso sia inutile, prima di
addentraci nel tema, richiamare alcuni elementi costitutivi della
responsabilità.
La persona umana non è solo causa
delle sue azioni; ne è anche e soprattutto l’autore. La causalità avviene anche
nel mondo fisico: il calore causa la dilatazione del metallo. Non solo, ma la
sorgente del calore è a sua volta causata, e così via. In nessun punto della
catena causa-effetto c’è un punto che possa qualificarsi come inizio.
L’inizio si dà solo quando la
persona decide di agire, e dice: "io decido di…; io voglio ...".
Certamente ci possono essere motivazioni per decidere di scegliere, ma esse non
sono l’autore dell’azione.
L’intima natura della
responsabilità sta precisamente in questo: di questa azione io sono l’autore;
il che equivale: di questa azione io sono responsabile.
Anche l’educatore è responsabile
di un’azione: quella di educare un’altra persona. Se esiste – ed esiste – una
responsabilità dell’educatore, essa ha precisamente il seguente significato
fondamentale: io educatore, in quanto pongo in essere un processo educativo, ne
sono responsabile.
Da queste semplici riflessioni
siamo già introdotti pienamente nel nostro tema.
1. L’agire educativo pone
l’educatore in rapporto con un’altra persona umana: la persona che chiede, che
deve essere educata. Dunque, l’educatore è responsabile, nel modo che vedremo,
di una persona umana.
Ma consentitemi ora una
parentesi, nella quale vorrei svolgere brevemente una riflessione di carattere
generale.
Nessuno di noi vive dentro una
casa senza porte e senza finestre: vive nel mondo; vive dentro una società di
persone. Chiamiamo tutto questo in cui viviamo con il nome di realtà.
Facciamoci una domanda: come devo pormi in rapporto con la realtà? La risposta
più ragionevole è che il rapporto deve essere misurato sulla realtà, adeguato
alla sua natura, al suo valore, al suo senso. Quando l’uomo invece dimentica
questo e prevale in lui l’istinto del dominio e del consumo distrugge la
realtà. La realtà quindi è affidata all’uomo: egli ne è il responsabile.
Ritorniamo ora al nostro tema. La
responsabilità che l’educatore ha di una persona esige che egli si ponga in
modo giusto nei suoi confronti; in modo giusto, cioè adeguato alla sua natura
di persona umana, commisurato alla sua dignità e valore.
Abbiamo così già individuato due
significati fondamentali della responsabilità dell’educatore. Egli è autore
della sua azione educativa, e quindi ne risponde. Egli è collocato dalla sua
azione in relazione con una persona umana, e quindi ne è responsabile.
Arrivati a questo punto della
nostra riflessione la domanda che sorge in noi è la seguente: di quale azione
l’educatore è autore e responsabile? Cioè: con quale azione egli deve porsi in
relazione con la persona da educare?
2. La risposta a queste domande
esige da noi che descriviamo l’azione educativa come tale.
So bene che entro in un campo in
cui esistono tante dottrine, anche fra loro contrarie. Ma non voglio
addentrarmi in discussioni dottrinarie. Non è nemmeno la mia competenza.
Procederò in maniera molto più semplice, cercando di essere il più aderente
possibile all’esperienza.
E partiamo da una domanda: di che
cosa ha bisogno l’uomo per crescere nella sua umanità? È questa una domanda …
trasversale: è secondario che si tratti del bambino nella scuola dell’infanzia
o del giovane liceale.
Il bisogno dell’uomo ha un
contenuto molto vasto e variegato, conformemente alla multidimensionalità della
persona umana.
Ha bisogno che le venga insegnato
a custodire, difendere, nutrire la sua vita biologica: esiste un ambito di
bisogni che sono dell’uomo in quanto essere vivente.
Ha bisogno che le venga insegnato
non solo a vivere, ma a con-vivere poiché la persona umana è costituzionalmente
sociale. Nell’ambito di questo bisogno, entriamo in un modo di essere che
rivela l’originalità della persona: il concetto e l’esperienza di regola; il
rapporto con l’altro [estraneo? nemico? prossimo?]. Insomma la società umana è
essenzialmente diversa dal branco degli animali, poiché è formata da due grandi
categorie spirituali [ignote agli animali]: la giustizia e la carità.
Ha bisogno infine che le venga
data risposta al suo bisogno di conoscere la realtà, al suo bisogno di
felicità.
In sintesi: la persona umana ha
bisogno: a) di vivere: b) di convivere; c) di godere della verità conosciuta.
L’educazione è la guida della
persona; è l’aiuto dato alla persona perché cresca al punto da essere essa
stessa capace di vivere, di convivere, di conoscere e godere della verità
conosciuta. Volendo dire la stessa cosa in termini quasi banali: educare
significa equipaggiare la persona di tutto ciò che è necessario per vivere; per
convivere; per conoscere e godere della verità conosciuta. Questa è la
responsabilità dell’educatore nei confronti della persona che ha da essere
educata.
Con ciò è detto tutto sulla
responsabilità dell’educatore? Oppure se si ponesse termine ora al nostro
discorso, non si tralascerebbe forse di parlare della vera, della più grande
responsabilità dell’educatore? La cultura in cui viviamo – dirò dopo il perché
– rende estremamente difficile la risposta.
Parto da una constatazione
storica e da un’esemplificazione … grammaticale. La constatazione storica. È
esistito l’uomo greco e di conseguenza una paideia greca; è esistito l’uomo
romano e di conseguenza la institutio romana; è esistito l’uomo rinascimentale
e di conseguenza una coerente educazione.
L’esemplificazione grammaticale.
Esiste un paradigma dei verbi in
base al quale viene coniugato qualsiasi verbo. L’uomo greco, l’uomo romano,
l’uomo rinascimentale avevano gli stessi bisogni di cui ho parlato prima: da
questo punto di vista non erano fra loro diversi. Tuttavia questi stessi
bisogni erano pensati e vissuti secondo un "paradigma antropologico"
ben diverso in ciascuna delle tre esemplificazioni suddette. Se cambia il
"paradigma antropologico", cambia il modo di pensare e vivere i
fondamentali bisogni umani.
Per "paradigma
antropologico" intendo un’immagine dell’uomo, una "forma viva"
[R. Guardini] di uomo ritenuto il vero uomo. Non è semplicemente una dottrina
sull’uomo: questa viene di conseguenza, dopo. La dottrina è sempre astratta e non
tocca il cuore.
Sono finalmente arrivato al cuore
della responsabilità dell’educatore. Egli è responsabile di fronte alla persona
da educare, di condurla alla realizzazione di sé secondo la [immagine della]
vera umanità. Detto in altri termini: o l’educatore plasma chi gli è affidato
secondo quella forma viva di uomo che ritiene vera o non è un educatore
responsabile. Egli non risponderebbe al bisogno più profondo di chi gli è
affidato: il bisogno di essere vero uomo; il bisogno di vivere una vita buona;
il bisogno di vivere felicemente.
Il dramma attuale dell’educazione
— lo chiamiamo "emergenza educativa" — è che non esiste più una tale
immagine dell’uomo: l’educatore può trovarsi in un deserto antropologico, e
quindi accontentarsi di rimanere dentro ai bisogni. O come si dice oggi:
l’educazione è il know-how; è equipaggiare l’uomo degli strumenti per vivere,
senza preoccuparsi di trasmettere un progetto di vita, ritenuto veramente
buono.
Anzi, durante questi ultimi
decenni è stata delegittimata la concezione della responsabilità dell’educatore
di mostrare la "forma viva" della vera umanità. La delegittimazione
si è esibita come più adeguata e al sistema democratico, alla condizione di
multiculturalismo in cui viviamo, e al dato di fatto che ci troviamo dentro un
conflitto di antropologie.
3. Prima di procedere oltre
vorrei però riflettere sul costo che ha una riduzione della responsabilità
dell’educatore al semplice know-how; quale prezzo ha esigito e sta esigendo. Lo
dico servendomi di una espressione di R. Bodei: il prezzo pagato è la
"rottamazione dell’io". Quando dico "io" intendo il nucleo
sostanziale spirituale che costituisce il proprium dell’essere personale, la
vera scriminante fra l’humanum e il non humanum.
L’io si costituisce, come abbiamo
visto all’inizio, nel momento in cui agisce liberamente. In un certo senso,
l’io nasce nella scelta libera; è la scelta libera il suo grembo.
Ma l’esercizio della libertà
umana coincide concretamente colla scelta; potremmo dire colla libertà di
scelta. Essa – ce ne accorgiamo subito se facciamo un po’ di attenzione a se
stessi – presuppone sempre un giudizio circa la bontà di ciò che sto
scegliendo. La libertà implica sempre un riferimento alla verità.
Ma c’è qualcosa di più profondo.
Ogni scelta in fondo è radicata in un desiderio naturale, che precede cioè ogni
scelta perché ne è la condizione di possibilità: il desiderio di beatitudine,
di una pienezza di essere nella quale la "ferita del cuore" è
definitivamente sanata. Ultimamente, ogni scelta è fatta o non fatta a seconda
che si ritenga essere o non essere risposta a quel desiderio. Di ciò siamo
particolarmente consapevoli quando si tratta di fare la scelta del proprio
stato di vita, per esempio.
Se è però vero che siamo come
fili d’erba assetati di felicità; se è vero che ciò a cui tende la nostra
volontà come al suo fine ultimo è la felicità, la determinazione del bene che
si ritiene essere in grado di spegnere la nostra sete, dipende dalla decisione
di ciascuno, di ogni singolo. Ed è in questo che l’uomo diventa artefice del
suo destino, diventa in senso totale un io. La libertà, nel senso più profondo,
è la capacità che ha l’io di disporre di se stesso in ordine a quel bene o
valore che ritiene essere il più importante. Ed è nell’esercizio di questa
libertà, che la persona umana ha bisogno, cerca di essere illuminata,
orientata.
La vita si decide nella risposta
che la libertà decide di dare alla verità ultima circa se stesso, circa la
realtà nella sua interezza.
Il rifiuto da parte
dell’educatore nel proporre una visione, una immagine viva dell’uomo nella sua
integralità, impedisce alla persona di attingere alla vera ricchezza della sua
umanità: il suo io. Se limito la proposta educativa ad un know-how, ad un
"equipaggiamento tecnico", lasciando fuori la ragione e lo scopo per
cui ho da mettere in atto la capacità acquisita, escludo dal rapporto educativo
la persona in ciò che ha di più profondo. E, di conseguenza, nel momento in cui
— al termine del rapporto educativo — lascio la persona che mi era stata affidata,
l’abbandono in una sorte di "terra di nessuno [le leggi bronzee
dell’economia, la volontà di potenza, il regno dell’Es e della libido] in cui
l’io appare come fantasma dominato da forze primordiali" [M. Borghesi, Il
soggetto assente. Educazione e scuola tra memoria e nichilismo, Itaca ed.,
Castel Bolognese 2006, 38].
Ho spiegato, spero, in che senso
parlo di "rottamazione dell’io", come prezzo da pagare a chi sostiene
e pratica un’azione educativa che nega la responsabilità dell’educatore a
trasmettere una immagine, una forma viva di uomo autentico.
Siamo così giunti
all’affermazione più grande circa la responsabilità dell’educatore: l’educatore
è responsabile della nascita di un io, di una persona. Cioè di quanto esiste di
più grande nell’universo. Del resto, da secoli la tradizione cristiana
definisce l’educazione come una continuata generazione, a iniziare da san
Paolo.
4. Quanto detto però sembra
contraddittorio: come si genera un io nella libertà proponendogli una visione
della realtà che è propria di chi lo educa? Non è meglio che la responsabilità
dell’educatore si limiti entro i confini della trasmissione del sapere; del
sapere come vivere e come convivere? Concretamente: a trasmettere semplici
regole di comportamento, regole quanto più formali, prive di contenuto.
La difficoltà oggi non
infrequente è una delle radici più importanti del malessere educativo che
stiamo attraversando. Essa è una conseguenza di un grave errore antropologico:
pensare che il rapporto fra libertà ed appartenenza sia di proporzione inversa.
Più libertà se minore è l’appartenenza, fino a pensare che la persona libera è
la persona che non appartiene a nessuno.
Naturalmente non sono negati – e
come potrebbero esserlo? – l’appartenenza familiare, nazionale, storica,
culturale. Tuttavia sono considerate semplici passaggi psicologici ed emotivi
verso la vera libertà intesa come pura auto-determinazione. Non posso ora
fermarmi a riflettere lungamente su questa tematica, mi limito ad alcune
osservazioni maggiormente attinenti al nostro tema.
La scelta della libertà non nasce
dal niente: dal niente non nasce niente. Nasce dal confronto fra la proposta di
vita [che si fonda su una visione del mondo] fatta dall’educatore, e la
soggettività della persona che si va sviluppando, che si ha da educare. L’atto
educativo non fa nascere un io libero perché non propone nulla, ma perché
propone in modo che chi riceve abbia un terreno su cui porsi ed un referente
con cui confrontarsi, un’ipotesi interpretativa della realtà da verificare. E
qui tocchiamo il fondo della questione: la fiducia nella ragione.
Se partiamo dal presupposto che
non esista una verità circa il bene della persona; che non esiste nell’uomo un
desiderio innato di "sapere come stanno le cose", ma solo di cercare
il proprio bene privato e individuale, essendo ogni proposta di vita
un’opinione al servizio della felicità di chi la propone, che diritto ha
l’educatore di proporre all’educando la propria visione del mondo?
Lasciamo per un momento l’ambito
della riflessione educativa per una considerazione più generale.
Se partiamo dalla certezza che
esiste una verità circa il bene della persona; che esiste di conseguenza un
bene comune fra le persone, l’eventuale controversia sulle ragioni di
convinzioni anche opposte, non diventa mai una controversia fra rivali. Diviene
un incontro fra alleati nella ricerca comune della verità.
Se, al contrario, sono convinto
che abbia ragione D. Hume quando scrive che non siamo capaci di fare un passo
oltre se stessi, delle due l’una. O si impone colla forza il proprio punto di
vista [non necessariamente la forza fisica]; o ciascuno vive in un’insuperabile
estraneità all’altro.
Il relativismo è l’ospite più
inquietante ed ingombrante nella dimora dell’educatore, perché genera degli
a-polidi non solo e non principalmente in senso politico.
Ed allora? C’è un fatto
originario che contesta la deriva relativista dell’educazione. Esso è narrato
in un verso virgiliano stupendo. Rivolgendosi ad un neonato, il poeta gli dice:
"incipe, parve puer, risu cognoscere matrem". Il bambino entra in un
territorio che non conosce, nell’universo dell’essere che ignora. Le domande
fondamentali che ha dentro sono due: "che cosa è ciò che è?" [domanda
di verità]; "ciò che è, mi è ostile o benevolente?" [domanda di
bene]. Egli ha la risposta nel modo con cui la madre gli sorride, cioè lo
accoglie. L’essere, il mondo è disponibile ad accogliermi: la verità
dell’essere è il bene [Benedetto XVI continua a ripeterlo: la realtà è abitata
dal Logos; il Logos è Agape]. Quando questo incontro originario con la realtà
non accade, sappiamo bene quali conseguenze devastanti ha su tutta la vita
della persona. E pensiamo ai bambini buttati nei cassonetti; pensiamo ai
bambini rifiutati.
Un volto indifferente, il volto
della sfinge non fa nascere un io libero: "… risu cognoscere matrem".
Siamo così giunti a scoprire una
dimensione drammatica della responsabilità dell’educatore: l’educatore è
responsabile, è custode della verità dell’essere e della verità circa il bene
della persona. È responsabile della nascita di un io, non semplicemente libero,
ma veramente libero perché liberamente vero.
5. Dobbiamo ora infine ma non
dammeno chiederci quale è la modalità attraverso la quale l’educatore propone
la sua visione del mondo, la sua proposta di vita.
Tutti, penso, siamo convinti che
non si può ridurre l’educazione all’istruzione. All’educatore vero interessa
soprattutto non che l’educando apprenda qualcosa, ma diventi qualcuno. In che
modo?
Fondamentalmente se il
"qualcuno" che gli è proposto di diventare, è incarnato, ha preso
corpo nell’educatore, e in modo affascinante. La modalità propria del rapporto
educativo è la testimonianza dell’educatore.
La testimonianza non è mero
insegnamento, il quale come tale si rivolge all’intelletto. La testimonianza
tocca intimamente la persona: muove l’io verso la sorgente profonda da cui la
testimonianza sgorga.
Benché non si riduca ad esso, la
testimonianza implica l’esempio. Quando l’educatore contraddice con il suo
comportamento ciò che propone, normalmente la sua proposta non ha alcuna forza.
Agostino non ha più voluto imparare la lingua greca per tutta la sua vita, per
le bastonate che prese dal suo primo insegnante di quella materia.
Ciò non significa che
all’educatore non sia permesso sbagliare: è inumano pretendere questo. Ma
quando accade, il riconoscere lo sbaglio è profondamente educativo. Il
riconoscimento testimonia nei fatti che la verità della proposta fatta è tale
da esigere che si prenda posizione a suo favore, anche contro se stesso. Questo
può causare un fascino assai profondo sull’educando.
Abbiamo così scoperto un’altra
dimensione della responsabilità dell’educatore: è la responsabilità di
testimoniare la verità circa il bene della persona. Socrate è stato il primo
grande educatore in Occidente perché ha testimoniato contro il potere la verità
circa il bene della persona, fino a subire la morte.
6. Concludo. Siamo andati
scoprendo via via le varie dimensioni della responsabilità educativa.
L’educatore ha la responsabilità della nascita di un io veramente libero e
liberamente vero; ha la responsabilità della custodia della verità circa il
bene della persona; ha la responsabilità della testimonianza alla verità circa
il bene dell’uomo.
Mi chiedo, per concludere, c’è
una sorgente nascosta da cui sgorga continuamente questa responsabilità
dell’educatore? In ultima analisi c’è un’esperienza interiore che custodirà
sicuramente questa responsabilità contro ogni potere che comunque tenta sempre
di privarne l’educatore? Esiste. La descrivo colle parole di Romano Guardini:
"A dispetto di tutte le regole tratte dall’esperienza, e degli scopi e
degli ordinamenti, egli deve — con il suo intimo atteggiamento — sempre di
nuovo ritornare a quella consapevolezza che non si esprime con affermazioni
come: "questo bambino qui, in mezzo ad altri cinquanta", bensì dice:
"tu, bambino; unico nel tuo essere – di fronte a me" chi non è capace
di agire così, è un allevatore di individui utilizzabili dallo Stato; è un addestratore
di abili forze economiche – ma non un vero educatore di uomini" [Etica,
Morcelliana, Brescia, 2001, 895]. Ed è solo l’amore che fa guardare l’altro
come "unico nel suo essere": "l’educazione è un affare del
cuore" [S. Giovanni Bosco].
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