giovedì 15 settembre 2011


Serve un progetto di uomo per tempi di crisi - La crisi che attanaglia anche il nostro Paese sembra imporre la centralità dell’economia come chiave di lettura di tutta la realtà. Ma per individuare ciò che davvero occorre altri sono i criteri di riferimento - La difesa della vita, della famiglia, della libertà, della dignità del lavoro sono tutte coerenti conseguenze di una antropologia che pone l’utile dopo il bene di Francesco D'Agostino, Avvenire, 15 settembre 2011

La crisi finanziaria che ha colpito l’Occidente e che avvertiamo in Italia con particolare acutezza sta producendo tutta una serie di effetti: scatena nell’opinione pubblica e nella classe politica ansie,recriminazioni, sospetti, accuse, lacerazioni; riattiva tragiche memorie storiche di crisi economiche dagli esiti più diversi (fino a quelli rivoluzionari); porta in auge un lessico dell’ economia che fino a pochi mesi fa era appannaggio di pochi specialisti; sta dando, inaspettatamente, nuovi e imprevisti spazi a letture del momento presente che tornano, dopo anni e anni di silenzio, a qualificarsi orgogliosamente come marxiste o neo-marxiste. Sembra, in altre parole, che trovi una nuova e definitiva conferma la centralità dell’economia, come chiave di lettura antropologica fondamentale, e che ogni altro tipo di sollecitudine per l’uomo debba passare in secondo piano.
E’corretta questa prospettiva? Esiste uno specifico contributo che i cristiani possono dare in simili frangenti? Non è facile rispondere. È evidente che in epoche di crisi i cristiani vivono lo stesso disagio di tutti gli altri uomini, perché soffrono le stesse angosce che soffrono tutti e aspettano con trepidazione, come tutti, gli sviluppi degli eventi. E, ancora una volta come tutti, essi non possono non avere un’ansia particolarissima per quello che potrà essere il destino delle generazioni future, alle quali sembra che stiamo lasciando in eredità un mondo caratterizzato da vergognose diseguaglianze sociali, tormentato in molte sue zone da carestie e da forme endemiche di povertà estrema, deformato dal consumismo, aggredito da forme pressoché irreversibili di inquinamento. Resta però fermo che i cristiani sanno, e sono chiamati a insegnare a coloro che non lo sanno (o fanno finta di non saperlo), che non di solo pane vive l’uomo. Comunque si vogliano leggere e interpretare le dinamiche economiche, per quanto importante essa sia, l’economia non è in grado di dare nessuna risposta essenziale ai bisogni umani fondamentali. Non si tratta di sminuire la lettura economica del sociale, ma di ribadire che essa viene dopo una lettura che deve necessariamente precederla, che è quella antropologica.
Il cardinale Bagnasco nell’omelia pronunciata ad Ancona il 9 settembre, nel Icontesto del Congresso eucaristico nazionale, ha colto perfettamente questo punto, ricordando che l’uomo, per percorrere la sua via, ha bisogno di una bussola e che questa bussola l’orienta non verso se stesso, ma verso l’altro. Solo se l’uomo si interroga e porta alla luce quella che è la sua autentica identità relazionale sarà poi in grado di mirare a quel bene che chiamiamo comune, perché unisce tutti e non esclude nessuno. È per questo – ha detto il cardinale – che la Chiesa ha posto al centro dell’impegno pastorale del decennio la sfida educativa.
Tornare a insegnare all’uomo che il centro dell’esistenza non sta nel profitto ma nel dono appare la massima urgenza del nostro tempo.
Parole? Assolutamente no, perché da queste parole, se prese sul serio, conseguono concretissimi "fatti". Se l’uomo ha bisogno di una bussola per orientarsi, ebbene, il primo orientamento che riceve è quello della vita. Al di là di formule sintetiche e suggestive, ma che per molti hanno perso forza comunicativa, come ad esempio quella della "sacralità della vita", resta come un punto fermo che la vita non è un "valore" creato dall’uomo e che può essere collocato in una scala gerarchica assieme d altri "valori" (occupando magari in questa scala un gradino più o meno alto a seconda delle preferenze dei singoli): la vita è il presupposto di ogni valore, è un bene che ci è stato dato gratuitamente e che nessuno è mai stato in grado di darsi da sé; è l’orizzonte nel quale siamo collocati e che per ciò solo siamo chiamati a rispettare. Difendendo la vita non difendiamo un particolare sistema socio-economico o storico-culturale: difendiamo il bene umano primario, bene di tutti e per tutti. Analogamente, la difesa del matrimonio e della famiglia, la difesa della libertà (a partire da quella religiosa), la difesa della dignità del lavoro sono tutte coerenti conseguenze di un’antropologia che pone l’utile dopo il bene.
Non è difficile riportare almeno alcune delle cause dell’attuale crisi economica al tentativo, in atto da decenni in Occidente, di sostituire all’antropologia cristiana, umanistica e relazionale un modello individualistico esasperato, che relativizza e privatizza l’idea del bene.
Cosa ne è conseguito? La crisi dei presupposti etico-antropologici dell’economia, che da quella pratica umana che dovrebbe insegnare agli uomini a collaborare solidalmente, correttamente e liberamente per realizzare insieme i propri interessi, si è venuta trasformando in una tecnica di massimizzazione dei profitti individuali, nella più fredda e a volte cinica indifferenza per i bisogni e gli interessi altrui. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: la sollecitudine per la vita e per le altre dimensioni del bene umano retrocedono, come fossero istanze secondarie e vengono sostituite da sollecitudini economiche certamente reali, ma non in grado di per sé di orientare gli uomini verso il bene.
È su questo punto che i cristiani, più di altri, dovrebbero concentrare le loro riflessioni e il loro impegno e le urgenze del presente dovrebbero convincerli che il tempo a loro disposizione sta drammaticamente decrescendo.

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