Serve un progetto di uomo per tempi di crisi - La crisi che attanaglia anche
il nostro Paese sembra imporre la centralità dell’economia come chiave di lettura
di tutta la realtà. Ma per individuare ciò che davvero occorre altri sono i
criteri di riferimento - La difesa della vita, della famiglia, della libertà,
della dignità del lavoro sono tutte coerenti conseguenze di una antropologia che
pone l’utile dopo il bene di Francesco D'Agostino, Avvenire, 15 settembre 2011
La crisi finanziaria che ha
colpito l’Occidente e che avvertiamo in Italia con particolare acutezza sta producendo
tutta una serie di effetti: scatena nell’opinione pubblica e nella classe
politica ansie,recriminazioni, sospetti, accuse, lacerazioni; riattiva tragiche
memorie storiche di crisi economiche dagli esiti più diversi (fino a quelli
rivoluzionari); porta in auge un lessico dell’ economia che fino a pochi mesi fa
era appannaggio di pochi specialisti; sta dando, inaspettatamente, nuovi e
imprevisti spazi a letture del momento presente che tornano, dopo anni e anni
di silenzio, a qualificarsi orgogliosamente come marxiste o neo-marxiste.
Sembra, in altre parole, che trovi una nuova e definitiva conferma la centralità
dell’economia, come chiave di lettura antropologica fondamentale, e che ogni
altro tipo di sollecitudine per l’uomo debba passare in secondo piano.
E’corretta questa prospettiva?
Esiste uno specifico contributo che i cristiani possono dare in simili frangenti?
Non è facile rispondere. È evidente che in epoche di crisi i cristiani vivono
lo stesso disagio di tutti gli altri uomini, perché soffrono le stesse angosce che
soffrono tutti e aspettano con trepidazione, come tutti, gli sviluppi degli eventi.
E, ancora una volta come tutti, essi non possono non avere un’ansia particolarissima
per quello che potrà essere il destino delle generazioni future, alle quali sembra
che stiamo lasciando in eredità un mondo caratterizzato da vergognose diseguaglianze
sociali, tormentato in molte sue zone da carestie e da forme endemiche di
povertà estrema, deformato dal consumismo, aggredito da forme pressoché irreversibili
di inquinamento. Resta però fermo che i cristiani sanno, e sono chiamati a
insegnare a coloro che non lo sanno (o fanno finta di non saperlo), che non di
solo pane vive l’uomo. Comunque si vogliano leggere e interpretare le dinamiche
economiche, per quanto importante essa sia, l’economia non è in grado di dare nessuna
risposta essenziale ai bisogni umani fondamentali. Non si tratta di sminuire la
lettura economica del sociale, ma di ribadire che essa viene dopo una lettura
che deve necessariamente precederla, che è quella antropologica.
Il cardinale Bagnasco nell’omelia
pronunciata ad Ancona il 9 settembre, nel Icontesto del Congresso eucaristico nazionale,
ha colto perfettamente questo punto, ricordando che l’uomo, per percorrere la
sua via, ha bisogno di una bussola e che questa bussola l’orienta non verso se
stesso, ma verso l’altro. Solo se l’uomo si interroga e porta alla luce quella che
è la sua autentica identità relazionale sarà poi in grado di mirare a quel bene
che chiamiamo comune, perché unisce tutti e non esclude nessuno. È per questo –
ha detto il cardinale – che la Chiesa ha posto al centro dell’impegno pastorale
del decennio la sfida educativa.
Tornare a insegnare all’uomo che
il centro dell’esistenza non sta nel profitto ma nel dono appare la massima
urgenza del nostro tempo.
Parole? Assolutamente no, perché
da queste parole, se prese sul serio, conseguono concretissimi
"fatti". Se l’uomo ha bisogno di una bussola per orientarsi, ebbene,
il primo orientamento che riceve è quello della vita. Al di là di formule
sintetiche e suggestive, ma che per molti hanno perso forza comunicativa, come
ad esempio quella della "sacralità della vita", resta come un punto
fermo che la vita non è un "valore" creato dall’uomo e che può essere
collocato in una scala gerarchica assieme d altri "valori" (occupando
magari in questa scala un gradino più o meno alto a seconda delle preferenze
dei singoli): la vita è il presupposto di ogni valore, è un bene che ci è stato
dato gratuitamente e che nessuno è mai stato in grado di darsi da sé; è
l’orizzonte nel quale siamo collocati e che per ciò solo siamo chiamati a
rispettare. Difendendo la vita non difendiamo un particolare sistema socio-economico
o storico-culturale: difendiamo il bene umano primario, bene di tutti e per tutti.
Analogamente, la difesa del matrimonio e della famiglia, la difesa della
libertà (a partire da quella religiosa), la difesa della dignità del lavoro
sono tutte coerenti conseguenze di un’antropologia che pone l’utile dopo il bene.
Non è difficile riportare almeno
alcune delle cause dell’attuale crisi economica al tentativo, in atto da
decenni in Occidente, di sostituire all’antropologia cristiana, umanistica e
relazionale un modello individualistico esasperato, che relativizza e
privatizza l’idea del bene.
Cosa ne è conseguito? La crisi
dei presupposti etico-antropologici dell’economia, che da quella pratica umana
che dovrebbe insegnare agli uomini a collaborare solidalmente, correttamente e
liberamente per realizzare insieme i propri interessi, si è venuta trasformando
in una tecnica di massimizzazione dei profitti individuali, nella più fredda e
a volte cinica indifferenza per i bisogni e gli interessi altrui. I risultati
sono sotto gli occhi di tutti: la sollecitudine per la vita e per le altre
dimensioni del bene umano retrocedono, come fossero istanze secondarie e vengono
sostituite da sollecitudini economiche certamente reali, ma non in grado di per
sé di orientare gli uomini verso il bene.
È su questo punto che i
cristiani, più di altri, dovrebbero concentrare le loro riflessioni e il loro
impegno e le urgenze del presente dovrebbero convincerli che il tempo a loro
disposizione sta drammaticamente decrescendo.
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