Il disabile e la lettera che ha commosso il Papa
«Invochiamo l’intercessione di
Maria anche per i problemi sociali più gravi di questo territorio e dell’intera
Calabria, specialmente quelli del lavoro, della gioventù e della tutela delle
persone disabili che richiedono crescente attenzione da parte di tutti, in
particolare delle istituzioni…». Le parole scandite da Benedetto XVI, domenica
all’Angelus, quel passaggio sui disabili e il richiamo alla responsabilità
delle istituzioni non si spiegano solo con la presenza di tante persone in
carrozzina arrivate nel fango dell’area industriale dismessa di Lamezia Terme.
Il fondatore della comunità «Progetto Sud», don Giacomo Panizza, stava poco
distante dal Papa e ha capito al volo. Lui invece non poteva essere là,
guardava emozionato la tv come gli altri malati gravi del progetto «Abitare in
autonomia» e aveva gli occhi lucidi, «speriamo sia la volta buona…».
Quando Domenico «Mimmo» Rocca ha
scritto il mese scorso a Benedetto XVI, il tono un po’ intimidito, «Egregio
signor Papa…», la lettera è arrivata alla Segreteria di Stato perché ne fosse
informato l’Appartamento papale. Suo fratello, Franco Rocca, come Mimmo malato
di amiotrofia spinale, è morto la notte del 26 gennaio perché l’idea di dover
finire parcheggiato in qualche casa di ricovero lo aveva distrutto, questione
di poche settimane: disperazione, depressione, morte. Così, in vista del
viaggio in Calabria («Le chiedo scusa per averla disturbata…»), il 7 settembre
Mimmo ha deciso di dire tutto al Pontefice. «Questa classe politica si
genufletterà davanti a lei, alta autorità morale, e più o meno ipocritamente
chiederà la sua benedizione. Io pure vorrei chiederle un grande favore: spendere
una parola per le migliaia di persone che come me dovrebbero essere aiutate a
vivere la propria vita con dignità».
Così ha raccontato della comunità
di don Panizza — il sacerdote minacciato di morte dalla ‘ndrangheta e che vive
sotto protezione da quando «osò» entrare con i suoi disabili in un palazzo
confiscato ai clan — e del progetto «sperimentale» che da dieci anni assiste in
casa i malati più gravi, persone «che non vogliono finire la loro vita in un
ospizio e che non possono vivere perché rimasti senza famiglia e senza nessun
altro che si prenda cura di loro». Tutto dipende dai finanziamenti della
Regione Calabria che però arrivano a singhiozzo: «Adesso ce li hanno rinnovati
per tre mesi, fino a dicembre», sospira don Panizza. «Sei mesi, tre, si va
avanti così. Che sanità è quella che porta alla depressione e non alla cura?».
Il paradosso è che l’assistenza a domicilio «costa meno della metà», alla
sanità pubblica: 70 euro al giorno contro i 153 degli istituti di ricovero.
Ma nella lettera al Papa Mimmo
Rocca — che nel suo paese, Tiriolo, a dispetto della malattia si impegna da
anni nella Protezione civile — è andato oltre le cifre: «Siamo persone senza
famiglia o con genitori vecchi che non sono più in grado di assisterci. Mio
fratello Franco e io abitavamo da soli e non avevamo altre soluzioni se non
l’aiuto che ci offriva il progetto “Abitare in autonomia”». Un’assistenza «che
rispettava la nostra voglia di vita permettendo a noi di continuare a
impegnarci nel volontariato, nell’associazionismo, nella difesa dei diritti dei
disabili, nella cooperazione». Eppure, si legge, «ogni anno ci è toccato
sopportare l’angoscia del rinnovo del finanziamento del progetto. Un’angoscia
terribile perché si prospetta ogni volta la possibilità di non essere più alzati
dal letto, di non essere aiutati a nutrirci, in sintesi: di morire d’inedia».
È quello che è successo alla fine
dell’anno scorso. Il rinnovo che non arrivava, «la minaccia di sospensione
dell’assistenza», ricorda don Giacomo, l’attesa. «Mio fratello Franco non ce
l’ha fatta più a reggere il macigno di quest’angoscia tanto pesante che ha
aggravato il suo stato di salute, si è sentito inutile, un peso. Ed è morto»,
ha riassunto il signor Rocca a Benedetto XVI.
Avevano scritto al presidente
della Regione, Giuseppe Scopelliti. «Da più di un anno sto chiedendo di essere
ricevuto per parlare della necessità di consolidare il nostro progetto
assistenziale». Nel caso di Lamezia Terme si parla di sette disabili che la
comunità («Ci siamo indebitati») ospita in piccoli appartamenti se non hanno
una casa loro. La lettera, confermano Oltretevere, è stata letta con attenzione
e commozione. La «parola» di Benedetto XVI è arrivata. Per le «migliaia» di
persone delle quali, oltre la Calabria, Mimmo Rocca si è fatto portavoce con il
Pontefice: «Perché, signore, lo grido con forza: voglio vivere, amo la vita,
l’unico vero bene che ho, nonostante la sofferenza, nonostante tutto».
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