Avvenire.it, Bauman: io disabile in un mondo che esclude, 30 gennaio
2012
Normalità è il nome elaborato
ideologicamente per significare maggioranza. Cos’altro può significare,
«normale», se non il fatto di ricadere in una maggioranza statistica? E
cos’altro significa «anormalità» se non l’appartenenza a una minoranza
statistica? Parlo di maggioranze e minoranze perché l’idea di normalità
presuppone che alcune unità di un totale complessivo non siano conformi alla
«norma»; se il 100 per cento delle unità recassero gli stessi tratti
distintivi, sarebbe difficile che emergesse l’idea di una «norma». Quindi
l’idea di «norma» e «normalità» implica una dissimiglianza, una difformità: la
suddivisione di un totale complessivo in una maggioranza e in una minoranza, in
un «la maggior parte» e «alcuni». La «elaborazione ideologica» che ho menzionato
si riferisce alla sovrapposizione del «si deve» sull’«è»: non soltanto le unità
di un certo tipo sono in maggioranza, ma esse sono come «dovrebbero essere»;
sono «giuste e appropriate»; al contrario, quelle che difettano dell’attributo
in questione sono come «non dovrebbero essere» – «sbagliate e inappropriate».
Il passaggio dalla «maggioranza statistica» (un’enunciazione di fatto) alla
«normalità» (un giudizio di valutazione), e dalla «minoranza statistica» alla
«anormalità», attribuisce una differenza di qualità alla differenza nei numeri:
essere in minoranza significa anche essere inferiori. Si sovrappone una
differenza di qualità sulla differenza numerica – e, se viene applicata alle
interazioni umane, si riciclano le differenze della forza numerica nel fenomeno
(sia in teoria, sia in pratica) della ineguaglianza sociale. La questione della
«normalità versus anormalità» è la forma in cui la questione della «maggioranza
versus minoranza» viene assorbita/addomesticata, e conseguentemente fissata, nella
costruzione e nella preservazione dell’ordine sociale. Sospetto perciò che
«disabilità» e «invalidità», i nomi affiliati (e in misura parzialmente
maggiore, benché non interamente, «politicamente corretta») per «anormalità»,
quando si riferiscono al trattamento delle minoranze umane come inferiori,
siano parte integrante della più vasta questione «maggioranza versus minoranza»
– e quindi in definitiva un problema politico. Questo problema si focalizza
sulla difesa dei diritti delle minoranze che i meccanismi democratici
esistenti, basati come sono sull’incorporazione del fatto di essere una
maggioranza nel diritto di assumere decisioni vincolanti per tutti, sembrano
essere incapaci (e con ogni verosimiglianza non particolarmente desiderosi) di
affrontare, gestire e risolvere definitivamente la questione.
Nella famosa storia di H.G. Wells
«Nel Paese dei Ciechi» la questione viene posta ed esplorata acutamente: in una
società di ciechi, un orbo sarebbe stato re, come credeva la persona che si
avventurò nella vallata per fuggire dalla società di chi vedeva con entrambi
gli occhi, in cui essere orbi veniva considerato un difetto avvilente? Se fosse
stato davvero re in una società di ciechi, la tacita assunzione sottesa alla
nostra società (che la superiorità dei vedenti sui ciechi è un verdetto della
natura, piuttosto che una creazione socioculturale) sarebbe stata confermata,
rinforzata, forse addirittura «provata». Ma ciò non avvenne. Lo straniero con
un occhio solo non venne acclamato come un re da adorare e a cui obbedire,
venne visto invece come un mostro da aborrire e scacciare! Nella «normalità»
fatta nella valle su misura per i suoi abitanti che avevano avuto il destino di
essere ciechi lui, l’orbo, era portatore di una minacciosa anormalità. Il che spiega
che la normalità non viene vissuta come repellente e minacciosa a causa della
sua intrinseca inferiorità, bensì per il fatto che contrasta l’ordine stabilito
per aderire ai bisogni/costumi/aspettative dei «normali» – vale a dire, della
maggioranza. Alla fin fine, discriminare ciò che è «anormale» (ovvero la
condizione della minoranza) è un’attività posta in essere per difendere e
preservare l’ordine, una creazione socioculturale.
Nella sua storia in due romanzi
distinti, «Cecità» e «Saggio sulla lucidità», José Saramago ha sviluppato
ulteriormente questo argomento. Nel primo romanzo, un’inesplicabile cecità
affligge l’intera popolazione della città con l’unica eccezione di una donna,
sulla quale gli orrori della nuova «norma» che sospende e invalida tutte le
regole del vecchio ordine si focalizzano sulla minoranza di una persona eletta
nelle menti terrificate della maggioranza cieca come una causa, forse la causa
principale, del loro miserabile destino.
Nel secondo romanzo la città è totalmente guarita dalla peste della
cecità, ma è afflitta da un disastro parimenti inesplicabile che si è abbattuto
sull’ordine sociale: il rifiuto dell’elettorato di esprimere la propria
preferenza, e quindi di mantenere vivo il presupposto stesso della democrazia,
in modello attualmente vincolante di ordine. Tutte le forze della polizia
segreta vengono così mobilitate per dare la caccia a, e neutralizzare,
quell’unica donna che durante il flagello della cecità non aveva perduto la
vista…
Anormali una volta, anormali per
sempre; anormali rispetto a un singolo aspetto, anormali in tutto; e non una
minaccia a un ordine specifico, bensì all’ordine in quanto tale. Alla fine,
tutto ruota intorno all’ordine. I vari tipi di ordine sono tagliati su misura
delle maggioranze, e così i pochi che nicchiano o si rifiutano apertamente di
obbedire si ritrovano a essere una minoranza, agevole da sminuire come una
«deviazione marginale» – e perciò facili da individuare, localizzare, disarmare
e sopraffare. Selezionare, designare e isolare come una «frangia di anormalità»
è il necessario fattore concomitante della costruzione dell’ordine e il costo
inevitabile della sua perpetuazione. Questa è una verità molesta, dolorosa e
sgradevole, e tuttavia è la verità. Il mondo abitato viene strutturato in modo
da essere ospitale – conveniente e confortevole – per i suoi abitanti
«normali»: le persone che costituiscono la maggioranza. Le automobili devono
essere equipaggiate con luci e trombe che avvisino del loro arrivo – strumenti
di nessuna utilità per i ciechi e i sordi. Le scale, che hanno il compito di
facilitare l’ascesa verso i luoghi elevati, non sono di alcun aiuto per le
persone relegate su sedie a rotelle. Io stesso, nella mia età avanzata, avendo
ormai perso la maggior parte del mio udito, non posso più essere allertato dai
telefoni o dal campanello di chi suoni alla mia porta.
Questi esempi si sono riferiti
finora alle disabilità fisiche – che in una società solidale potrebbero essere
sanati da trattamenti medici e, nel caso dell’assenza di una funzione
fisiologica, mitigati da strumenti tecnologici capaci di «estendere» il corpo
umano e/o fare le veci delle risorse fisiche mancanti. Non esistono però le
sole disabilità fisiche, vi sono altre disabilità molto più diffuse, anche se
in questi casi i loro poteri disabilitanti vengono spazzati sotto il tappeto,
ipocritamente negati o altrimenti ignorati e dissimulati. Non sono problemi
medici o tecnologici ma politici. Per esempio, gli handicap causati alle
persone che non possiedono un’automobile cancellando, come «improduttivi» (e
per ciò stesso di peso ai cittadini «normali» che pagano le tasse), molti
percorsi degli autobus o chiudendo uffici postali o filiali bancarie «non
remunerative». Vi sono, specialmente nella nostra società dei consumi,
consumatori «squalificati», a corto di denaro, a cui non si fa credito, e a cui
perciò si nega la possibilità di raggiungere gli standard di «normalità»
stabiliti dal mercato e misurati dal numero di cose possedute e dagli atti
d’acquisto. E, circostanza ancora più importante per il tema di cui ci stiamo
occupando, vi sono grandi quantità di giovani fisicamente prestanti in età
scolare, disabilitati nei loro tentativi di raggiungere gli standard posti dal
mercato del lavoro dal fatto di essere nati e cresciuti in famiglie i cui
guadagni sono sotto la media o in quartieri deprivati e trascurati… Famiglie
che vivono in povertà (anche in questo caso una condizione misurata da standard
di «normalità» che, posti in termini socioculturali, sono i fornitori più prolifici
di studenti deboli o «ritardati»). In questi casi sarebbero necessari
equivalenti politici degli strumenti medici o tecnologici usati per compensare
le disabilità fisiche. Questi mezzi esistono senz’altro, ma la loro
disponibilità o la loro assenza dipende sono in piccola parte dalle scuole e
dagli insegnanti. L’ineguaglianza delle opportunità educative è qualcosa che
soltanto le politiche statali possono affrontare e risolvere in modo netto e
preciso. Finora, comunque, come abbiamo visto prima, le politiche statali
sembrano più propense alla latitanza che a mettersi in gioco con serietà per
risolvere questo enorme problema.
IL TESTO
Venti conversazioni in un’estate,
tra internet e Leeds (città di residenta di Bauman). È nato così «Conversazioni
sull’educazione» (pp. 146, euro 12), il volume Erickson in cui l’intellettuale
di origine polacca dialoga con l’italiano Riccardo Mazzeo e del quale offriamo
in questa pagina un saggio. A 86 anni il sociologo che ha coniato la
definizione di «società liquida», si occupa delle giovani generazioni e del
tema dell’educazione: qual è oggi il suo ruolo, se manca un’idea precisa di
futuro, se i progetti a lungo termine sembrano ormai impossibili, se non esiste
più un modello unico e condiviso di umanità? Bauman offre una prospettiva
critica, ma anche di estrema apertura, per esempio ritenendo che l’inevitabile
processo di meticciato culturale dovuto all’emigrazione di extracomunitari in
Occidente sia «fonte di arricchimento e motore di creatività, per la civiltà europea
così come per qualunque altra»; purché la coabitazione sia basata da ambedue le
parti sul rispetto dei principi del "contratto sociale" europeo.
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