I «dottor morte» della morale pratica di Lorenzo Schoepflin, Avvenire,
8 marzo 2012
Ha fatto molto discutere
nell’ultima settimana l’articolo pubblicato dalla rivista scientifica The Journal
of Medical Ethics, a firma degli italiani Alberto Giubilini e Francesca Minerva,
nel quale si sostiene la liceità dell’infanticidio in tutti quei casi in cui
viene permesso l’aborto. Lo stesso editore della rivista, il professore
australiano con cattedra a Oxford Julian Savulescu, non è nuovo a simili
posizioni. Un anno fa, sostenne che esiste un «obbligo morale» a usare la
fecondazione in vitro per selezionare gli embrioni più intelligenti. Secondo il
docente australiano, è l’«interesse pubblico» il criterio che dovrebbe regolare
la riproduzione umana: «Anche se un individuo può avere una vita straordinariamente
buona da psicopatico, ci possono essere ragioni di interesse pubblico per non
farlo nascere». Sempre lo scorso anno, sul Medical Journal of Australia,
Savulescu ha sostenuto l’idea che ai medici non dovrebbe essere permesso di
agire secondo i propri convincimenti morali, ma solo in base a standard morali
e legali «pubblicamente accettati». Anche in tema di eutanasia le posizioni di
Savulescu sono improntate alla negazione della inviolabilità della vita umana.
In risposta a uno studio che
mostrava come i pazienti affetti da sindrome Locked-in – ovvero dalle
inalterate capacità mentali ma totalmente paralizzati e con gravi difficoltà a
comunicare – mostrassero mediamente un grado di felicità per alcuni
inaspettatamente elevato, Savulescu affermò che sarebbe «troppo paternalistico»
scegliere di non acconsentire alla richiesta di morte di un paziente perché si
presume che possa adattarsi alla propria situazione e recuperare la voglia di
vivere. Le idee di Savulescu sono in totale sintonia con il suo maestro, quel
Peter Singer, australiano pure lui, professore a Princeton, sotto la cui
supervisione Savulescu ha conseguito il dottorato di ricerca. In Etica pratica,
libro del 1997, Singer scrisse: «Uccidere un neonato disabile non è moralmente
equivalente a uccidere una persona. Molto spesso non è affatto sbagliato».
Dall’Australia viene anche Philip Nitschke, il «dottor morte», direttore di
Exit, l’associazione che promuove in tutto il mondo la dolce morte. A proposito
di suicidio assistito, nel 2001, Nitschke dichiarò al National Review Online: «Perché
gli adolescenti dovrebbero attendere di compiere 18 anni (per ottenerlo,
ndr)?».
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