Dal livello giuridico, politico, storico a quello pastorale - Quei
diversi modi di «fare bioetica» di Francesco D'Agostino, 7 settembre 2012, http://www.avvenire.it
I modi di fare bioetica sono
molti e tra di loro ben diversi: c’è la bioetica dei filosofi e dei teologi, la
bioetica dei medici e quella degli scienziati, la bioetica dei giuristi e dei
politici e da qualche tempo, a ragione, anche la bioetica degli storici. Esiste
pure, e va presa molto sul serio, più di quanto comunemente non si faccia, la
bioetica pastorale.
I diversi interventi del cardinal
Martini in tema di bioetica (e aggiungerei anche in tema di famiglia, ma questo
è un altro discorso), interventi affidati in genere ad interviste, più che alle
riflessioni doverosamente organiche e strutturate, proprie della bioetica
filosofico-teologica, hanno tutti un carattere pastorale. La dimostrazione è
data dalla delicatezza con la quale egli li ha proposti, dalla pensosità del
suo ragionare, dal costante – implicito, e ancor più spesso esplicito –
riferimento alla parola di Dio, per come essa opera nel cuore dell’uomo, che
accetti di ascoltarla, e soprattutto dalla sua stessa identità di vescovo e
quindi di pastore, mosso a trattare temi di bioetica non nella qualità di
studioso, di titolare di cattedra, di direttore di un istituto di ricerca o di
responsabile di un dicastero della Santa Sede, ma appunto nella sua qualità di
pastore, quella che ha colpito nel profondo le migliaia e migliaia di credenti e
non credenti che ne hanno pianto la morte.
Una bioetica pastorale non può
mai essere fredda, dura, severa, tagliente, come a volte (ma fortunatamente non
sempre) deve pur essere il pensiero teorico-dottrinale. Il vero pastore è colui
che si pone alla sequela di Cristo, che definiva se stesso «mite e umile di
cuore». Il vero pastore non è tale, solo perché governa severamente il gregge,
ma perché si fa carico di tutte le sue pecore, soprattutto di quelle che si
smarriscono. Ecco perché leggere i tanti interventi del cardinal Martini sulle
questioni più cruciali della bioetica, come se essi avessero un carattere
teologico e dottrinale, interpretandoli come auspici di nuove biopolitiche
legislative, è assolutamente inaccettabile. Ed ecco soprattutto perché i
tentativi di strumentalizzare biopoliticamente la malattia terminale e la morte
del cardinale sono ingiustificabili. La bioetica pastorale è qualcosa di
grande, ma non può in quanto tale fornire argomenti alla riflessione
biogiuridica e biopolitica: sia perché in questo modo si inquinerebbe il
doveroso carattere laico del dibattito bioetico (che deve concernere tutti,
credenti e non credenti), sia soprattutto perché la bioetica pastorale deve
sempre essere finalizzata al singolo e al suo cuore, mentre la biogiuridica e
la biopolitica devono avere un carattere "pubblico", devono cioè
rispettare l’ammonimento aristotelico, quello per il quale tutte le leggi
(anche e soprattutto quelle «eticamente sensibili») devono essere il frutto di
una «ragione senza passione».
Una pastorale che partisse dai
dettami di una ragione senza passione sarebbe ben poca cosa e tradirebbe se
stessa, perché non arriverebbe mai a parlare al cuore degli uomini. Ecco perché
dobbiamo rendere omaggio al cardinal Martini, bioeticista perché pastore, senza
pretendere di trasformare le sue istanze pastorali in proposte biogiuridiche e
biopolitiche, come egli non ha mai preteso di fare.
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