venerdì 7 settembre 2012


Dal livello giuridico, politico, storico a quello pastorale - Quei diversi modi di «fare bioetica» di Francesco D'Agostino, 7 settembre 2012, http://www.avvenire.it


I modi di fare bioetica sono molti e tra di loro ben diversi: c’è la bioetica dei filosofi e dei teologi, la bioetica dei medici e quella degli scienziati, la bioetica dei giuristi e dei politici e da qualche tempo, a ragione, anche la bioetica degli storici. Esiste pure, e va presa molto sul serio, più di quanto comunemente non si faccia, la bioetica pastorale.

I diversi interventi del cardinal Martini in tema di bioetica (e aggiungerei anche in tema di famiglia, ma questo è un altro discorso), interventi affidati in genere ad interviste, più che alle riflessioni doverosamente organiche e strutturate, proprie della bioetica filosofico-teologica, hanno tutti un carattere pastorale. La dimostrazione è data dalla delicatezza con la quale egli li ha proposti, dalla pensosità del suo ragionare, dal costante – implicito, e ancor più spesso esplicito – riferimento alla parola di Dio, per come essa opera nel cuore dell’uomo, che accetti di ascoltarla, e soprattutto dalla sua stessa identità di vescovo e quindi di pastore, mosso a trattare temi di bioetica non nella qualità di studioso, di titolare di cattedra, di direttore di un istituto di ricerca o di responsabile di un dicastero della Santa Sede, ma appunto nella sua qualità di pastore, quella che ha colpito nel profondo le migliaia e migliaia di credenti e non credenti che ne hanno pianto la morte.

Una bioetica pastorale non può mai essere fredda, dura, severa, tagliente, come a volte (ma fortunatamente non sempre) deve pur essere il pensiero teorico-dottrinale. Il vero pastore è colui che si pone alla sequela di Cristo, che definiva se stesso «mite e umile di cuore». Il vero pastore non è tale, solo perché governa severamente il gregge, ma perché si fa carico di tutte le sue pecore, soprattutto di quelle che si smarriscono. Ecco perché leggere i tanti interventi del cardinal Martini sulle questioni più cruciali della bioetica, come se essi avessero un carattere teologico e dottrinale, interpretandoli come auspici di nuove biopolitiche legislative, è assolutamente inaccettabile. Ed ecco soprattutto perché i tentativi di strumentalizzare biopoliticamente la malattia terminale e la morte del cardinale sono ingiustificabili. La bioetica pastorale è qualcosa di grande, ma non può in quanto tale fornire argomenti alla riflessione biogiuridica e biopolitica: sia perché in questo modo si inquinerebbe il doveroso carattere laico del dibattito bioetico (che deve concernere tutti, credenti e non credenti), sia soprattutto perché la bioetica pastorale deve sempre essere finalizzata al singolo e al suo cuore, mentre la biogiuridica e la biopolitica devono avere un carattere "pubblico", devono cioè rispettare l’ammonimento aristotelico, quello per il quale tutte le leggi (anche e soprattutto quelle «eticamente sensibili») devono essere il frutto di una «ragione senza passione».

Una pastorale che partisse dai dettami di una ragione senza passione sarebbe ben poca cosa e tradirebbe se stessa, perché non arriverebbe mai a parlare al cuore degli uomini. Ecco perché dobbiamo rendere omaggio al cardinal Martini, bioeticista perché pastore, senza pretendere di trasformare le sue istanze pastorali in proposte biogiuridiche e biopolitiche, come egli non ha mai preteso di fare.

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