Il senso della morte? Ce lo insegnano gli animali - Karen Rubin - Ven,
07/09/2012 - http://www.ilgiornale.it
«L'uccelletto cadrà morto di gelo
giù dal ramo senza aver mai provato pena per se stesso», cosi recitava Herbert
Lawrence in una sua famosa poesia. La maggior parte degli etologi è convinta
che a differenza degli umani, gli animali non abbiano coscienza del proprio
destino di morte, consapevolezza che è invece da sempre la maggior angoscia
dell'uomo. Ma dove risiede la conoscenza della nostra mortalità? La apprendiamo
constatandola sui nostri simili o è in qualche misura insita nei circuiti della
nostra mente? In uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista americana
Brain and Language, il professor Pietro Pietrini, neuropsichiatra
all'Università di Pisa, e la sua equipe, usando la risonanza magnetica
funzionale, ha dimostrato l'esistenza di un'area cerebrale coinvolta nel nostro
senso di finitudine. «Abbiamo rilevato che esiste un'area, il giro temporale
medio posteriore, che è selettiva, cioè si attiva maggiormente, per quei verbi
che esprimono eventi che sussistono soltanto se hanno una dimensione spazio
temporale, dei confini precisi come il nostro ciclo di vita», spiega il
neuroscienziato. Azioni come arrivare o morire presuppongono il raggiungimento
di un punto finale senza il quale l'evento non sussiste, camminare o parlare
invece non hanno bisogno di un tempo determinato, non comportano un mutamento
di stato definitivo del soggetto che compie l'azione. L'essere umano dimostra
sin da piccolo di essere sensibile a questa distinzione. «Si dicono telici i
verbi che rappresentano eventi che sono in relazione con il mutamento di stato
e atelici quelli che invece non lo presuppongono. I bambini di diverse
nazionalità e quindi lingue apprendono per primi quei verbi che nel loro
participio passato indicano lo stato dell'oggetto o del soggetto che abbia
raggiunto il punto finale dell'evento. L'apprendimento del linguaggio e la sua
organizzazione è pervasivamente influenzato dalla telicità», dice Domenica
Romagno, ricercatrice al Dipartimento di Linguistica dell'Università Pisana.
Saper distinguere tra un evento telico e un evento atelico significa saper dare
i confini ad un evento. Essere consapevoli che la vita ha un inizio ed una
fine. Sulla coscienza di morte degli animali si è sempre dibattuto. Le mucche o
i maiali al macello sembrano comprendere perfettamente il loro destino
assumendo atteggiamenti che sono del tutto simili a quelli umani di autentica e
profonda paura della morte. «È indubbio che percepiscano il pericolo imminente,
probabilmente fiutano letteralmente i segnali di risposta terrifica emessa dai
loro simili, l'odore del sangue e la presenza massiccia degli ormoni dello
stress», risponde Pietrini. Insomma la vera differenza sta nel fatto che l'uomo
sa che la morte è una tappa biologica inevitabile mentre l'animale, che non
deve confrontarsi tutta la vita con la paura che deriva da questa
consapevolezza, la teme soltanto quando è di fronte ad un animale più forte di
lui. Un punto oscuro permane. Anche le mosche però usano comportamenti
strategici per evitare la fine, e quindi, in qualche modo, sembrano essere al
corrente della morte. La velocità con cui fuggono di fronte al nostro tentativo
di schiacciarle per liberarcene definitivamente è frutto di riflesso innato o
sanno quello che fanno?E alla luce di quanto detto possiamo ancora sostenere
che sia una fortuna avere l'appannaggio esclusivo della coscienza?
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