In nome della scienza c’è chi giustifica l’infanticidio di Giorgio
Israel, 07 marzo 2012, © IL GIORNALE ON LINE S.R.L.
Due studiosi italiani su una
prestigiosa rivista teorizzano la liceità dell’aborto post natale. Ma così si
torna al nazismo e agli spartani
L’accreditata rivista Journal of
Medical Ethics ha pubblicato un articolo di due ricercatori italiani in
bioetica presso istituzioni australiane, dal titolo After-birth abortion: why
should the baby live? («L’aborto post-natale: perché il bambino deve vivere?»).
Dopo aver ricordato che l’aborto è ormai ammesso per ragioni che non riguardano
la salute del feto; dopo aver «dimostrato» (si fa per dire) che i feti e i
neonati non hanno lo stesso status morale di una persona «effettiva» e aver
asserito che è moralmente irrilevante che si tratti di persone «potenziali»;
gli autori concludono che la soppressione di un neonato è ammissibile in tutti
i casi in cui lo è l’aborto. Proprio per questo Alberto Giubilini e Francesca
Minerva parlano di «aborto post-natale piuttosto che di infanticidio, per
sottolineare che lo status morale dell’individuo ucciso è comparabile a quello
di un feto piuttosto che a quello di un bambino».
Si potrebbe pensare a una
provocazione, a una mistificazione volta a screditare qualcuno. La vittima
sarebbe la rivista - resa ridicola dall’aver accettato un articolo provocatorio
- e chiunque ha preso sul serio questo delirio. Purtroppo non è così. Di fronte
alle proteste gli autori hanno risposto sul blog della rivista confermando di
aver parlato sul serio. Si sono scusati se hanno offeso qualcuno, hanno
sostenuto che l’articolo era rivolto al pubblico accademico, che si trattava di
un esercizio di logica volto a mostrare che, dal punto di vista bioetico, non
vi sono ragioni morali per non ammettere l’«aborto post-natale» per le stesse
ragioni per cui si pratica quello «pre-natale», per esempio perché la famiglia
non può sostentare il neonato. «Nell’articolo non abbiamo raccomandato né
suggerito alcunché circa ciò che la gente deve fare».
Si potrebbe considerare superfluo
proseguire la polemica viste le tante reazioni negative. E invece non lo è, per
vari motivi.
In primo luogo, perché le
reazioni non sono state unanimemente negative. È facile leggere commenti, anche
su blog a larga diffusione, in cui si depreca che i nostri eroi si siano
ritirati dietro la trincea della teoria invece di difendere fino in fondo il
principio pratico che genitori di neonati sani abbiano il diritto di
sopprimerli quando siano sotto la pressione di fattori economici e psicologi.
Non solo. Sul blog della rivista si leggono commenti di «scienziati» che
accusano di isterismo le reazioni negative.
È vero - dicono - che questi
discorsi richiamano le pratiche naziste o la soppressione dei neonati
“difettosi” da parte degli spartani - ma questo non deve trattenere dal
considerare la questione “razionalmente”. Del resto, sappiamo bene che c’è uno
stuolo di “pensatori” del genere schierati dietro profeti come Peter Singer.
Nel difendersi dietro la trincea
teorica, i nostri definiscono il loro articolo come un’analisi di scienza
bioetica che scioglie una questione “morale”.
Ecco dove conduce l’idea che la
bioetica sia il terreno in cui si risolvono “scientificamente” e
“oggettivamente” le questioni morali come si risolve un’equazione matematica.
Rivelando i pregiudizi su cui si basa la pretesa oggettività della bioetica,
Richard Rorty scriveva che l’idea che il bambino sia una persona è dovuta
soltanto all’influenza della tradizione ebraico-cristiana. Altro che scienza.
Tra gli aspetti tragicomici di
questo falso oggettivismo si può osservare che il clamore suscitato da questo
articolo, pubblicato su una rivista di elevato «impact factor», produrrà un
numero elevatissimo di citazioni e così fornirà agli autori un buon punteggio (h-index)
per superare un giudizio di idoneità a professore universitario con i nuovi
parametri bibliometrici “oggettivi”, indipendentemente dal suo indegno livello
non solo morale ma intellettuale.
Chi ha studiato i rapporti tra
l’eugenetica del Novecento e i movimenti razzisti sa quale dose di insulti
costi sostenere che, sebbene gli stermini razziali non siano un derivato
diretto dell’eugenetica, quest’ultima ha contribuito a preparare il terreno
ideologico e l’insensibilità morale necessari a renderli accettabili e persino
giustificabili. Oggi chi confonde la scienza con lo scientismo dovrebbe aprire
gli occhi e, ripensando alle tragiche derive eugenetiche su cui si è disonorata
la biologia del Novecento, rendersi conto della china tragica su cui stiamo scivolando.
Il fatto che una rivista ritenuta prestigiosa pubblichi un testo degno
dell’eugenetica nazista, e che nel mondo scientifico vi sia chi approva, è un
segnale a dir poco sinistro.
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