Il filosofo Gaston Bachelard contro l’illusione del riduzionismo
scientista, 14 marzo, 2012, http://www.uccronline.it
Dal 2001 al 2011 gli studi
scientifici ritrattati sulle riviste sono aumentati di 15 volte. La scienza
avanza per continui errori, anzi, per dirla con Albert Einstein: «La scienza
non può stabilire dei fini e tanto meno inculcarli negli esseri umani; la scienza,
al più, può fornire i mezzi con i quali raggiungere certi fini. Ma i fini
stessi sono concepiti da persone con alti ideali etici […] La scienza può solo
accertare ciò che è, ma non ciò che dovrebbe essere, ed al di fuori del suo
ambito restano necessari i giudizi di valore di ogni genere» (“Pensieri degli
anni difficili”, 1965).
La realtà è dunque ben più
complessa di quanto affermano i riduzionisti, categoria sempre meno presente
-fortunatamente- nelle accademie universitarie, ma purtroppo ancora stabile sul
web e sugli organi di informazioni. “La scienza ha detto quello”, “la scienza
ha fatto quest’altro”, ripetono persone che mai hanno visitato un laboratorio,
nemmeno con la scuola. Parlano di “vittoria della scienza sulla filosofia“, la
ritengono l’unica fonte di verità, definiscono la “fantomatica” scienza come un
essere pensante, un organismo che muovendosi e pronunciandosi autonomamente
decide come vadano le cose nel mondo. E’ semplicemente la forma più comune di
idolatria dei moderni, «quando il Cielo si svuota di Dio, la Terra si riempie
di Idoli», direbbe Karl Barth. Da una parte, nella sezione scientifica dei
quotidiano si parla solo di “gene della fedeltà”, “gene della sofferenza”,
“gene dell’umiltà”, dall’altra c’è la guerra tra gli scienziati costretti a
pubblicare qualsiasi cosa, anche con scarsa attendibilità, pur di ricevere uno
straccio di finanziamento. «La scienza è malata» (Cortina 2010), è il titolo
del recente libro di Laurent Segalat, genetista e direttore di ricerca al
Centre National de la Recherche Scientifique, il quale ha spiegato che le quattro riviste scientifiche più
conosciute totalizzano da sole il 20% degli articoli ritirati per “errori
conclamati”, riconoscendo l’incompetenza dei propri redattori.
Secondo il fisico premio Nobel
Richard Feynman, «a una maggiore conoscenza si accompagna un più insondabile e
meraviglioso mistero, che spinge a penetrare ancora più in profondità» (“The
Value of Science”, Basic Books 1958). Per lui nessuno potrà mai sostenere di
aver capito la meccanica quantisitica, mentre il fisico statunitense Lee Smolin
ha riconosciuto che «abbiamo fallito [...]. La nostra comprensione delle leggi
della natura ha continuato a crescere rapidamente per oltre due secoli, ma
oggi, nonostante i nostri sforzi, di queste leggi non sappiamo con certezza più
di quanto ne sapessimo nei lontani anni Settanta» (“L’universo senza stringhe”,
Einaudi 2007, p. X). Secondo il dottor Massimo Buscema, dr. computer scientist,
esperto in reti neurali artificiali e sistemi adattivi, «la scienza non esiste
se non fa errori. Di fronte alla complessità della natura, i pensieri di un
uomo di scienza non possono che essere sfumati, flessibili, spesso
contraddittori».
Proprio in questi giorni vi è
stato un convegno all’Università di Milano-Bicocca e all’Università di Bergamo
sul pensiero del celebre filosofo francese Gaston Bachelard, il quale ha
contribuito (assieme a Kuhn, Popper e Feyerabend, ad esempio) ad obbligare
«intere generazioni a fuoriuscire dalla tentazione sempre viva di riduzionismo
e cioè di limitare la ragione alla sola ragione scientifica, confusa via via,
per lo più, con il paradigma scientifico in vigore (meccanicismo, vitalismo,
positivismo, evoluzionismo…) o addirittura ricondotta a empirismo o, ancora,
identificata con la tecnologia», come ha spiegato Francesca Bonicalzi, docente
di Filosofia morale nell’Università di Bergamo. La quale aggiunge: «Rispetto
alle chiusure sempre ritornanti di una scienza che si sclerotizza in
descrizioni oggettive e rigidi paradigmi e che, per questo, si rende incapace
di interrogarsi sui propri metodi, la riflessione bachelardiana si impone come
un pensiero al lavoro che produce effetti e misura il movimento dinamico – vale
a dire attivo – della ragione». Anche il tentativo di sfruttare la scienza per
abbordare il mistero dell’Essere pare dunque fallito. Passano i secoli, le
ideologie si alternano, ma sempre più verificata è la dolorosa ammissione del
premio Nobel Thomas S. Eliot: «Tutto il nostro sapere ci porta più vicini alla
nostra ignoranza».
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